La nuova catena di comando di Al-Qaeda, e l’asse opaco con l’Iran

Dalla morte di Ayman al-Zawahiri, avvenuta nel 2022 in Afghanistan per mano della Cia, al-Qaeda ha scelto una strada controintuitiva: non nominare ufficialmente un nuovo leader. Nessuna proclamazione ufficiale del Comando Centrale, nessun messaggio simbolico, nessun volto o audio da offrire al nemico. Una scelta che, letta superficialmente, potrebbe apparire come un segnale di debolezza. In realtà, per gli apparati di sicurezza internazionali, è l’esatto contrario. Dietro il silenzio formale si muove una catena di comando stabile, riconducibile a Saif al-Adel, figura storica del jihadismo globale e oggi ritenuta il perno reale dell’organizzazione.
La decisione di evitare una successione pubblica non è frutto dell’improvvisazione, ma il risultato di una lunga evoluzione strategica. Dopo due decenni di operazioni mirate, droni, intelligence penetrante e decapitazione sistematica dei vertici, al-Qaeda, come l’Isis, ha fatto sua una lezione fondamentale: la visibilità è una vulnerabilità. Ogni leader ufficiale diventa un bersaglio prioritario; ogni messaggio pubblico riduce lo spazio di manovra. L’invisibilità, al contrario, garantisce sopravvivenza.
È in questo quadro che si inserisce il dossier iraniano, uno degli aspetti più delicati e controversi dell’attuale assetto jihadista. Da anni, Saif al-Adel è ritenuto presente in Iran, in una condizione che sfugge alle categorie tradizionali di alleanza o ostilità. Non si tratta di una cooperazione ideologica, né di un’ospitalità disinteressata: è una relazione costruita sulla convenienza, sul controllo e sull’ambiguità. L’Iran, potenza regionale sciita, considera al-Qaeda un’organizzazione ideologicamente ostile. Tuttavia, anziché eliminarne ogni traccia, ha scelto nel tempo una strategia più sofisticata: contenere, sorvegliare, neutralizzare parzialmente. Trasformare un nemico potenziale in una variabile gestibile.
Ospitare dirigenti jihadisti sotto stretta vigilanza consente di limitarne i movimenti, monitorarne i contatti e, soprattutto, impedire che operino in modo autonomo sul territorio iraniano, a differenza dell’Isis Khorasan, che ha colpito più volte in Iran. Per al-Qaeda, questa situazione rappresenta una forma di protezione indiretta. Lontano dai teatri di guerra più esposti e al riparo da operazioni militari dirette, il vertice può continuare a esercitare funzioni di coordinamento e indirizzo strategico. Non è un rifugio libero, ma uno spazio controllato, che riduce drasticamente i rischi di eliminazione fisica.
Dal punto di vista dell’intelligence occidentale, l’Iran diventa così una zona grigia quasi impenetrabile. La presenza di figure chiave del jihadismo globale non equivale automaticamente a una collaborazione, ma rende politicamente e operativamente complesso qualsiasi intervento diretto. Ogni azione rischia di trasformarsi in un’escalation regionale. Il risultato è una sorveglianza a distanza, fatta di intercettazioni, analisi indirette e ricostruzioni sempre parziali.
Sotto la guida discreta di Saif al-Adel, al-Qaeda ha accentuato la propria trasformazione organizzativa. L’epoca del comando centralizzato è definitivamente superata. Oggi il gruppo opera come una costellazione di affiliate regionali, ciascuna adattata al proprio contesto locale, ma legata a un centro che fornisce legittimazione ideologica, indirizzo strategico e continuità dottrinaria. Dallo Yemen al Sahel, dal Corno d’Africa all’Asia meridionale, la rete si muove con ampia autonomia operativa. Questo modello rende l’organizzazione meno appariscente, ma più resistente.
Non esiste più un singolo obiettivo da colpire per decapitarne la leadership, come avvenuto con Osama bin Laden prima e Ayman al-Zawahiri poi. La catena di comando oggi è fluida e si adatta alle necessità. Il vertice non ordina ogni operazione, ma mantiene il controllo del quadro generale, lasciando che le cellule locali sfruttino instabilità, conflitti e fragilità statali.
La presenza iraniana aggiunge un ulteriore livello di complessità. Teheran può utilizzare questa tolleranza come leva geopolitica, modulando il grado di pressione indiretta sui propri avversari. Non è necessario attivare il jihadismo; è sufficiente sapere di poterlo contenere, minacciare o lasciare che operi a seconda delle circostanze. In questo senso, al-Qaeda diventa parte di un equilibrio informale, in cui il terrorismo non è fine, ma diventa strumento.
Il risultato finale è un’organizzazione che ha rinunciato alla centralità mediatica per privilegiare la durata nel tempo. La leadership di Saif al-Adel non cerca consenso né visibilità: cerca la continuità. È un jihadismo che ha imparato a sopravvivere nel silenzio, a muoversi tra le crepe dell’ordine internazionale, sfruttando rivalità, zone d’ombra e paralisi decisionali. In questa prospettiva, il rapporto opaco tra al-Qaeda e l’Iran non rappresenta un’anomalia, ma uno dei tratti distintivi della sicurezza globale contemporanea, un mondo in cui le categorie ideologiche contano meno della realpolitik e in cui la minaccia più pericolosa non è quella che grida, ma quella che non si vede.
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