Il chiaroscuro umano di Balenciaga secondo Pierpaolo Piccioli
L’amore come obiettivo, il colore come luce nell’oscurità (oggi più incombente che mai). È una dichiarazione d’intenti. Forse persino un racconto alla nostra anima, un percorso che ci porta altrove, a scappare verso un rifugio più sicuro, dove trovare “quell’amore che non si potrà mai trovare a casa”, come suggerisce ‘Smalltown Boy’ – in versione remixata –, la canzone dei Bronski Beat che apre la sfilata autunno/inverno 2026-27 di Balenciaga.
A parlare è però la seconda collezione di Pierpaolo Piccioli per la maison francese. Tra tantissimi capispalla, giubbotti in pelle e stampe, il designer si dichiara – ancora una volta – “profondamente interessato alle persone, alle narrazioni che portano con sé, ai complessi intrecci di percorsi che plasmano le loro vite”. Un lavoro che guarda alle loro storie: quelle di chi la casa di moda vuole vestire, ma anche di chi osserva da molto lontano, magari semplicemente da un piccolo schermo o da uno ‘sperduto’ angolo di mondo.
A guardare l’ottantina di uscite in passerella emerge un universo narrativo che mette in evidenza le ideologie e le etimologie della tecnica artistica del chiaroscuro: “l’interazione tra luce e oscurità che definisce forma e comprensione”, sottolinea una nota del marchio di casa Kering. E a dare man forte alla visione umanistica dello stilista di Nettuno, in questa occasione, c’è la collaborazione con il regista Sam Levinson, ideatore della pluripremiata serie Hbo Euphoria.
Per la sfilata Balenciaga winter 26 (denominata appunto ‘Clairobscur’), Levinson ha concepito una serie di installazioni video che alternano frammenti della prossima – terza e attesissima – stagione di Euphoria (in Italia l’uscita è segnata per il 13 aprile) a ritratti cinematografici del cast multigenerazionale di modelli in passerella, “come un altro affresco di umanità”. Accanto a questi scorrono visioni frammentate di paesaggi contemporanei che raccontano il passaggio del giorno dall’alba al tramonto. “Diventano così un emblema visivo di una convinzione semplice: che la luce sia sempre presente, anche ai confini dell’oscurità”, riprende la nota.
L’abbinamento, allora, sembra quasi inevitabile. Poche serie come Euphoria hanno indagato – scavando anche nel torbido – la natura umana e un’intera generazione, presa nei suoi stereotipi e poi riletta attraverso lo sguardo clinico, ma mai giudicante, di Levinson. Pochi prodotti televisivi hanno raccontato negli ultimi anni le ombre e le luci – come tutto ciò che sta nel mezzo – dei ragazzi d’oggi.
“Penso che Euphoria sia sempre stata una storia di personaggi alla ricerca di quell’equilibrio tra luce e buio, nel tentativo di trovare l’armonia che esiste dentro di noi e la meraviglia di essere vivi”, spiega il regista, chiedendosi come si possa ancora parlare oggi “a quell’infinita unità che vive dentro tutti noi”.
“Non sono solo domande artistiche, sono domande umane”, precisa.
Lo scopo rimane allora quello del dialogo – “fondato su ideologie affini e rispetto reciproco, capace di dare vita a un panorama immersivo” – che, se proprio vogliamo parlare di storie, finisce per chiamare in causa anche quella dello stesso designer romano. Piccioli si trova infatti alle prese con una transizione importante: quella tra l’estetica dominante dell’ex direttore creativo Demna (ora alle redini di Gucci in quello che è un rilancio a dir poco carico di aspettative), che ha plasmato l’immaginario di Balenciaga per oltre dieci anni, e la sua visione, proiettata verso un futuro diverso, sia nelle forme sia nel pensiero. Per molti (quantomeno a leggere i commenti social) questo passaggio non è ancora del tutto compiuto – complici alcuni maxi volumi e sneaker decisamente chunky, ancora legati a quell’eredità, che hanno dicerto fatto la fortuna della casa di moda.

Ma forse è proprio il tempo la vera chiave. Il tempo che serve alle storie per diventare tali, e agli immaginari per trasformarsi davvero e correre lontano (a voler citare ancora una volta ‘Smalltown Boy’). Per ora, allora, il giudizio può restare sospeso. Come se fosse, appunto. Lo suggerisce anche l’appunto lasciato dallo stilista per la sfilata: “Come se potessimo amare finché non restasse altro che amore. Come se fosse – finché non lo sarà”.
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