Il crollo dell’Impero asburgico ha fatto nascere la primavera dei popoli

Nel fatidico 1933, un avventuroso studente britannico intraprese un lungo viaggio attraverso l’Europa, zaino in spalla, alloggiando presso gli abitanti del luogo, da Vienna sino a Istanbul. Gli piacque in modo particolare la regione confinante con la Rutenia subcarpatica, la Moravia e la Slovacchia, con le sue mescolanze di lingue e dialetti e di cui descrisse le usanze pittoresche: gli orsi ammaestrati dagli zingari, i mercati dove ebrei dalla lunga barba vendevano uccelli in gabbia e ninnoli, le ragazze in abiti ricamati che ballavano la domenica nei villaggi. Eppure, nel corso di una conversazione o di una bevuta, da alcuni piccoli segni premonitori, da parole sprezzanti pronunciate in dialetto in una taverna, dal risentimento di un signorotto spodestato, egli avrebbe intuito come quel mondo apparentemente idilliaco e pacifico fosse «carico di tensioni per il futuro» e pronto alla tempesta che stava ormai per scoppiare.
Questa testimonianza, tra le tante, ci dimostra come la grande politica si innesti su pregiudizi radicati e risentimenti a lungo nascosti che aspettano soltanto il momento opportuno per venire allo scoperto. Per secoli l’impero asburgico era riuscito a dare una parvenza di unità a quelle aree spesso in subbuglio. L’idea del cancelliere Metternich – «l’Oriente inizia dopo Vienna» – aveva comportato un sospettoso controllo da parte dell’elemento germanico su tutte le nazioni soggette alla Corona.
Anche dopo il compromesso istituzionale del 1867, che assegnò ai magiari un ruolo formalmente paritario nella gestione della «duplice monarchia», gli slavi – per non parlare degli italiani irredenti del Trentino, del Tirolo meridionale, di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia – rimasero un’entità inquieta e poco affidabile, sensibile ai richiami all’indipendenza e all’insurrezione che giungevano dall’Occidente, in modo particolare dalla Francia repubblicana ma anche dagli Stati Uniti.
L’erede al trono imperiale, l’arciduca Francesco Ferdinando, ancora più reazionario dello zio, l’anziano e ormai saggio Francesco Giuseppe I, avrebbe probabilmente voluto coinvolgere la Boemia – di cui deteneva il titolo di principe protettore – nella gestione del potere, anche per via dell’influenza della moglie morganatica, la contessa ceca Sophie Chotek. Gli spari di Sarajevo del 28 giugno 1914 misero fine alle sue ambizioni e scatenarono la Prima guerra mondiale, che avrebbe posto termine alle fortune degli Asburgo. […]
Il riassetto dell’Europa centrale e danubiana dopo i trattati di pace fu uno sfoggio di virtuosismo diplomatico che diede un’effimera soddisfazione alle cancellerie dei paesi vincitori. È impressionante rileggere, nei dispacci e nelle memorie dell’epoca, l’euforia che attraversò le capitali occidentali al momento della cosiddetta Finis Austriae, ossia la dissoluzione o distruzione di un impero che, nonostante il suo ostinato rifiuto di evolvere e formarsi, aveva a lungo tenuto sotto controllo la parte più instabile del vecchio continente.
Se il Secondo Reich germanico degli Hohenzollern aveva puntato, con l’avventura militare, alla conquista della potenza mondiale o almeno all’egemonia nell’Europa continentale, l’Austria-Ungheria aveva ostinatamente tentato di salvaguardare un «mondo di ieri» – secondo la celebre formula di Stefan Zweig – ormai condannato dalla storia. (Forse) L’impero doveva morire, affinché una nuova primavera dei popoli potesse sorgere dalle ceneri dell’autocrazia e dell’oscurantismo.
© 2025 Neri Pozza Editore, Vicenza
Tratto da “Scacco alla pace”, di Maurizio Serra, Neri Pozza, pp. 496, 25 euro
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