La difficile arte di andare al ristorante, nell’epoca in cui pure i poveri vivono da ricchi

Scrivo questo articolo in una pausa della mia principale attività, che è organizzare prenotazioni nei ristoranti. L’età adulta è quel momento in cui organizzare una cena diventa un inferno per realizzare il quale servono cento messaggi perché uno quella sera ha il padel, quell’altra non ha la babysitter, allora mercoledì, no io mercoledì ho una trasferta di lavoro, io giovedì faccio il ponte, come siete messi tra due mesi?
Ma oggi e in molti altri casi la complicazione non è data dai carnet di ballo dei commensali, bensì dai ristoranti. Quello dove cenerò stasera ha pochissimi tavoli, una certa qual lista d’attesa, e altri ostacoli all’ingresso che lo rendono il rabbino di “Yentl” della ristorazione.
Si può prenotare solo al telefono, e rispondono solo subito prima dell’ora di pranzo e di cena: se chiami un’ora prima non ci sono, se chiami mezz’ora dopo non rispondono durante il servizio (Cinzia Leone ci aveva visto lunghissimo, con quel personaggio che apriva lo sportello «dalle otto alle otto»).
Sono riuscita a cogliere l’attimo, ma – come ormai quasi tutti – fanno due turni, che significa che o vai alle sette e ti togli dalle balle alle nove meno un quarto in modo da permettere al ristorante di guadagnare due volte sullo stesso tavolo prendendo una seconda prenotazione alle nove, oppure mangi a ore che alla mia età sono mannare.
Ho stabilito settimane fa che stasera sarei andata a cena alle sette, ma ciò significa che, prima di scrivere questo articolo, ho dovuto chiamare un amico spiegandogli che non posso andare alla presentazione del suo libro perché sono una vecchia che cena all’ora dei pensionati che mangiano la vellutata di carote.
Subito dopo aver finito questo articolo, dovrò occuparmi di rintracciare un essere umano che mi permetta di cambiare un’altra prenotazione, per domani a pranzo. L’ho fatta dal sito del ristorante, che però dava disponibilità solo per le due e un quarto. Ma so, perché mangio al ristorante talune centinaia di volte l’anno e qualcosina ho imparato, che se chiami hanno dei tavoli che non affidano al sistema automatizzato di prenotazione, e probabilmente avranno posto per sfamarmi all’una.
Solo che al fisso del ristorante non rispondono mai, e nessuno dei camerieri dei quali ho il cellulare era di turno ieri, quando ho provato a far emendare la prenotazione, quindi devo chiamare oggi. Da giovane assistetti allo spettacolo d’una giornalista che, sotto l’ombrellone, chiamava l’ufficio stampa delle ferrovie per far cercare lo zaino che il figlio aveva dimenticato su un treno. Ricordo che alla fine le chiesi: ma chi non ha il numero dell’ufficio stampa come fa? Ella rispose: fa una vita di merda. La stessa risposta che darei oggi a chi mi chiedesse come si fa a essere gente che mangia al ristorante senza sapersi muovere nei gangli di quel che è diventata la ristorazione.
Da giorni ho Twitter (o come si chiama ora) monopolizzato dalle conseguenze di due tizi che a Pasqua dovevano mangiare in un ristorante. Hanno disdetto un’ora prima, e una tizia del ristorante, comprensibilmente seccata visto che per tenere il tavolo per loro aveva rifiutato altre richieste, ha scritto che poi si lamentano se una chiede la carta di credito a garanzia.
Le persone normali – cioè io e i miei venticinque lettori – vedono quel tweet (o come si chiamano ora) e passano oltre. Al più pensano: ma perché, c’è ancora qualcuno che non chiede la carta a garanzia? Chiunque permetta di prenotare dal sito la chiede, chiunque ogni tanto viaggi si sente chiedere la carta a garanzia, nelle città estere, da almeno vent’anni, forse pure trenta. Però in effetti ci sono posti più alla buona, Giggino lo Zozzone, che chiedono solo il numero di telefono. Insomma, c’è di tutto.
La signora deciderà che d’ora in poi chiede la carta a garanzia, e chi si scoccia a darla mangerà da qualche Giggino. Pare un non problema, ma la prima legge dell’internet è che non esistono non problemi. Chiunque dica una cosa che non collima esattamente con quello che pensi tu dev’essere corretto, la tua verità dev’essere ristabilita, il mondo deve sapere cosa pensi di questa gravissima questione.
E quindi quel posto che ogni tanto abdica alla sua migliore natura – quella di luogo dove tu scrivi alati pensieri sulla geopolitica e qualche zoccola ti risponde «i miei nudi in bio» – per lasciar spazio alla natura alternativa, di posto dove chi ha bisogno di sentire il suono della propria voce e percepirsi rilevante abbia soddisfazione, quel posto da giorni è afflitto da gente che perentoria spiega al mondo perché è sbagliatissimo o giustissimo che i ristoranti vogliano farti pagare se non ti presenti a mangiare dopo aver prenotato. Uno scontro di titani tra quelli che «non ci pensi ai ristoratoriiii» e quelli che «se chiedono la carta io non ci vado mai piùùùù».
Una cosa mi sembra sfugga a questa gente molto vogliosa di esprimersi ma tragicamente inattrezzata da un punto di vista dialettico. Che i ristoranti sono diventati posti che non ne possono più della clientela per la stessa ragione per cui gli aeroporti sono diventati un inferno. Perché la popolazione d’un secolo il cui passatempo favorito è percepirsi povero fa in massa la vita che trent’anni fa facevano solo i ricchi. Vanno tutti al ristorante. Vanno tutti a fare il weekend all’estero.
Vanno tutti in giro per musei. Vanno tutti con tariffe da poveri in posti che una volta sarebbero stati da ricchi e poi trasecolano se quei posti non sono più luoghi elitari con la cura del cliente che ci si aspetta nei luoghi del lusso.
Di recente mi chiedevo come mai, pur andando sempre negli stessi alberghi nelle stesse città, ogni volta mi chiedano «è la prima volta che è nostra ospite?». Dico: non hanno un computer? Esso non contiene delle schede relative alla clientela? Non c’è scritto «questa è la Sorcioni, vuole che quando preparate la stanza per la notte le tende siano ben tirate sennò la luce la sveglia, l’ultima volta era alla 570 e le è piaciuta, l’altra volta quella del terzo piano no»?
Forse c’entra la privacy, non possono conservare i dati del cliente. Ma la vera questione è che, essendo ormai tutto alla portata di tutti, sia il viaggiare sia il lavorare negli alberghi e nei ristoranti, non c’è più il portiere che sapeva fare il suo lavoro e da un viaggio all’altro si ricordava se sul comodino volevi l’acqua gassata o naturale. Così come non c’è più il ristoratore che ti dice «ma certo, per lei un tavolo c’è sempre, si figuri se mi serve la caparra». Però, amico che ti agiti su Twitter, te lo dice una che va al ristorante da dopo la crisi energetica del 1973: sbagli prospettiva.
Tu pensi che la differenza tra ora e allora, tra ora che i prezzi aumentano per la chiusura dello stretto di Hormuz e allora che aumentavano per la chiusura del canale di Suez, tra ora che ti chiedono la carta di credito e allora che non avevano neanche il registratore di cassa, tra la vita che fai tu e quella che facevano i tuoi genitori, tu pensi che la differenza sia che il ristoratore di oggi ti vessa e vuole estorcerti danaro ed è avido e insaziabile.
E invece io sono qui a svelarti che tu cinquant’anni fa al ristorante non ci saresti andato, perché saresti stato un italiano medio che al ristorante ci andava una volta l’anno nelle grandi occasioni, perché la truffa che gli aveva venduto l’occidente ancora non era che tutto fosse per tutti, alla portata di tutti, disponibile a tutti. Ci saresti andato una volta l’anno, col vestito buono.
Adesso invece vai come tutti al ristorante in continuazione, fai prenotazioni che non hai intenzione di mantenere perché anche dover rispettare gli impegni ti sembra un’inaccettabile vessazione, e il risultato è che ora io finisco questo articolo e devo chiamare un proprietario di ristorante per raccomandare una mia amica che non trova un tavolo per domenica. E non lo trova perché, nonostante quel ristorante chieda la carta a garanzia, ci andate proprio tutti.
L'articolo La difficile arte di andare al ristorante, nell’epoca in cui pure i poveri vivono da ricchi proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




