Nasce il nuovo Board of Peace di Trump: perplessità e limiti costituzionali sull’adesione dell’Italia

Gen 26, 2026 - 23:30
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Nasce il nuovo Board of Peace di Trump: perplessità e limiti costituzionali sull’adesione dell’Italia

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Si discute molto sull’eventualità per il nostro Paese di aderire al Board of Peace, neonato organismo internazionale voluto dal Presidente statunitense Trump.


La cerimonia istitutiva si è svolta lo scorso 22 gennaio, a margine del World Economic Forum tenuto nella cittadina svizzera di Davos. Al momento sarebbero una ventina i Paesi aderenti: Albania, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrain, Bielorussia, Bulgaria, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Kazakistan, Kosovo,

Marocco, Pakistan, Qatar, Turchia, Ungheria, USA, Uzbekistan e Vietnam. Se ne aggiungeranno altri, tra cui Israele; eppoi sono stati invitati Putin e Netanyahu.

Questa lista dice molto sulla natura dei presenti, ma evidenzia soprattutto l’assenza delle maggiori democrazie europee e mondiali, che ne hanno contestato sia l’impostazione unilaterale che i profili etici.

Cos’è questo Board of Peace a trazione trumpiana

Il progetto parte dalla controversa risoluzione n. 2803/2025, redatta dagli Stati Uniti e adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con l’astensione russa e cinese, che ha istituito un nuovo Consiglio di pace transitorio.

Inizialmente doveva servire per supervisionare il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, nonché sovraintendere alla  ricostruzione di Gaza; ma presto il perimetro si è allargato, dato che nei documenti viene definita «un’organizzazione internazionale che mira a promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti».

Da qui il timore che questa iniziativa possa minare dalle fondamenta il ruolo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ponendosi come una sorta di ONU privata alternativa agli organismi internazionali.

Sospetti ulteriormente alimentati dalla conoscenza dello Statuto del Board of Peace.

Innanzitutto, non vi è alla base alcun trattato multilaterale, né sistemi di rappresentanza proporzionale o territoriale. L’adesione non è aperta a tutti, ma su invito del Presidente statunitense.

Ogni Stato ha un mandato limitato a tre anni, tranne che diventi membro permanente versando una quota associativa di 1 miliardo di dollari!

La carica di Presidente è detenuta da Trump; si noti: non in quanto Presidente pro tempore USA, ma a vita.

Decide il suo successore, detiene ampi poteri esecutivi, esercita diritto di veto sui provvedimenti e può rimuovere i membri che non siano allineati con le pronunce del Consiglio (fatto salvo il voto contrario dei due terzi del Board).

Tanto è bastato per indurre la quasi totalità dei Paesi democratici a rifiutare la partecipazione, considerata l’organizzazione poco trasparente e improntata a una chiara natura unilaterale.

La posizione del Governo italiano e l’art. 11 della Costituzione

Il nostro Governo, invece, si è messo su una posizione di attesa, manifestando un interesse generale e motivando la mancata adesione per i limiti posti dall’art. 11 della nostra Costituzione.

Meloni «vuole farlo disperatamente», ci ha svelato Trump, «ma le serve tempo per il passaggio in Parlamento».

Dell’art. 11 Cost. si recita spesso a memoria la prima parte dell’Italia ripudia la guerra, ma poco si conosce la seconda, dove appunto è sancito che il nostro Paese «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle

limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

In passato questa disposizione è stata posta a fondamento dell’adesione italiana alla Comunità europea, soprattutto per definire gli appigli costituzionali che potessero sostenere una copiosa cessione di poteri e competenze alle istituzioni comunitarie.

Tema tutt’altro che semplice, come testimonia la fatica con cui la giurisprudenza della Corte costituzionale è giunta ad affermare il primato delle norme comunitarie su quelle interne; un percorso in continua evoluzione, che si è snodato almeno per un ventennio, dalla nota sentenza Costa/Enel n. 14/1964 fino alla n. 170/1984.

Ciò detto, sin dalla discussione in Assemblea costituente fu chiaro che quanto sancito dalla seconda parte dell’art. 11 Cost. sarebbe dovuto servire anche per consentire la partecipazione ad altre organizzazioni internazionali; e infatti

nel testo finale si decise di non citare espressamente l’Europa, proprio per avere maggiore flessibilità e poter cogliere tutte le occasioni idonee a organizzare la pace e la giustizia fra i popoli.

Non a caso, si è trovato qui il riferimento per l’adesione all’ONU, formalizzata il 14 dicembre 1955.

I limiti posti dall’art. 11 e dall’intera Costituzione

È chiaro che un organismo unilaterale quale quello pensato dal Presidente Trump non è un progetto che pone l’Italia in condizioni di parità con altri Stati. Basterebbe ciò a precluderne l’adesione, ma sarebbe superficiale fermarsi solo su questo punto.

La lunga giurisprudenza a cui si è fatto cenno, infatti, pur se riferita alle questioni della Comunità europea, ha tracciato confini definiti anche per l’adesione ad altre organizzazioni internazionali.

Per fare solo un esempio, si ritiene principio consolidato che le limitazioni di sovranità consentite dall’art. 11 Cost. siano comunque condizionate da cosiddetti controlimiti; ossia possano avvenire solo all’interno di consessi che garantiscano il pieno rispetto di tutti i princìpi fondamentali e diritti inviolabili presenti nel nostro ordinamento costituzionale, come ad esempio quelli sanciti dall’art. 2 Cost. (tra le altre, sentenze Corte costituzionale nn. 98/1968, 183/1973 e 170/1984).

Ecco perché si potrebbero presentare molteplici violazioni del dettato costituzionale in riferimento allo Statuto e agli scopi dichiarati nel Board trumpiano.

Il Board of Peace può cambiare pelle, ma non sostituire l’ONU

Si dice che ora l’amministrazione USA stia studiando espedienti per consentire la partecipazione di più Paesi; una sorta di secondo gruppo, che con adesione esterna partecipi politicamente ad alcune iniziative del Board, senza però firmare lo Statuto.

Sotto l’aspetto formale sarebbe una soluzione ideale anche per i problemi di Meloni, che così potrebbe entrare nel gruppo evitando, in un sol colpo, passaggio parlamentare per la ratifica, vincoli costituzionali e qualche maldipancia della stessa maggioranza di Governo, dove la Lega spinge per l’adesione mentre Forza Italia frena.

Al di là dei tatticismi rimane sullo sfondo una partita molto più complessa, che si sta giocando per disegnare un diverso equilibrio mondiale. E la strada per il nostro Paese si farebbe di nuovo molto stretta, se l’obiettivo fosse davvero quello di superare l’organizzazione multilaterale delle Nazioni Unite.

Non solo per quanto disposto dall’art. 11 Cost.; ma per i limiti, per i valori, per i princìpi posti alla base dell’intera Costituzione (sovranità popolare, diritti inviolabili, solidarietà, uguaglianza); come pure per la postura tenuta dall’Italia durante tutta l’epoca Repubblicana.

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