Il campo largo resta ostaggio della tattica subdola di Conte (e della debolezza di Schlein)

Persino tra i parlamentari del Partito democratico c’è chi ha capito che a dare le carte non è Elly Schlein. È Giuseppe Conte. Dicono alcuni a mezza bocca che è abile a fare il gioco d’interdizione, a scattare in avanti, a bloccare tutto ciò che non gli garba. Che a poker è il migliore. E siccome la sfida nel campo largo è un’interminabile partita a poker, lui è il più bravo.
Mercoledì aveva segato le gambe del tavolo proposto all’improvviso da Giorgia Meloni. Tavolo rimesso in piedi ieri dalla stessa Presidente del Consiglio. Una qualche forma di consultazione ci sarà. L’avvocato deve abbozzare. Ma la storia va raccontata, perché è una metafora di come il capo del M5s cerchi puntualmente di ostacolare il dialogo tra la premier e Elly Schlein, la sua avversaria diretta nella gara per la candidatura a premier del cosiddetto campo largo.
La penosa sceneggiata di mercoledì in Parlamento, cioè la storia del tavolo governo-opposizioni sulla guerra, è stata la fotografia del primato dell’avvocato del populismo sul cosiddetto campo largo. Egemonia è una parola troppo seria, meglio parlare di astuzia. Può darsi che Meloni abbia lanciato l’idea del tavolo non protesa a un superiore spirito nazionale, ma proprio per seminare zizzania tra le opposizioni, e se è così c’è riuscita.
Dopo la proposta della premier c’è stato un cauto interesse nel Pd e un apprezzamento dei centristi, espresso in aula da Matteo Renzi ma anche da Carlo Calenda, non a caso ieri i più contenti delle telefonate di Meloni a tutti i leader delle opposizioni.
Mercoledì in Senato si stava creando un clima diverso, con protagonisti i centristi, i riformisti dem (che al Senato pesano di più che alla Camera), Pierferdinando Casini, Più Europa. Schlein, ovviamente, aveva colto il messaggio della presidente del Consiglio e, pur con tutto lo scetticismo del caso, aveva intravisto la possibilità di essere lei la principale destinataria della proposta del tavolo.
A quel punto l’avvocato di sé stesso, più che del popolo, ha preso letteralmente il cappotto e si è diretto al Senato – lui è deputato – dove è piombato per parlare con i giornalisti e stroncare il disegno. E il tavolo è subito finito in falegnameria. Come poteva sopportare l’uomo di Volturara Appula anche solo l’ipotesi di un rapporto diretto tra la presidente del Consiglio e la leader del Pd? Come avrebbe potuto impedire a Schlein di pronunciare la dichiarazione ufficiale all’uscita da Palazzo Chigi?
Così, nel pomeriggio, l’aria è totalmente cambiata. Dicono che Elly Schlein si sia molto, ma molto irritata con Conte, con il quale da qualche tempo non va per niente d’accordo. Meloni, come al solito frenetica, ha fatto i suoi numeri polemici; Schlein ha replicato con la metafora della clava, e tutto pareva andato a ramengo.
A sorpresa, ieri la questione è stata riaperta dalla premier che ha chiamato Schlein e gli altri segretari, assicurandoli che li terrà informati. Un punticino per Schlein, Renzi e Calenda. La zizzania resta: Conte dovrà inventarsene un’altra per sabotare quella che due giorni fa ha definito una «passerella».
La triste vicenda racconta di un duello permanente e generale tra la leader del Pd e il capo del Movimento 5 stelle. Che non nasce certo oggi, ma che è destinato a incarognirsi man mano che si avvicina il momento della verità, cioè quello della scelta del candidato premier. Il fatto di non aver ancora sciolto questo nodo dà la misura dell’irresponsabilità dei dirigenti del campo largo.
In una situazione mondiale di assoluta emergenza, con tutti i pericoli di una guerra nella quale l’Italia non è entrata, ma è di fatto coinvolta, la destra è unita e le opposizioni divise come non mai. Per fortuna a Erbil non è accaduto nulla di gravissimo, ma se un domani non andasse così, chi, a nome del campo largo, chi parlerà con la premier, con le autorità militari, con il Quirinale: Conte o Schlein?
Perché la previsione è che, alla fine, la partita sarà tra loro due. Forse è il caso di decidere. Altrimenti si darebbe persino ragione al leghista Claudio Borghi che, con la solita brutalità, ha detto in aula: «Il campo largo è una truffa».
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