In Italia il burnout è ancora visto come una debolezza individuale

Negli ultimi anni si parla spesso di burnout e, più in generale, di stress legato al lavoro. Non è solo una moda, si tratta di un tema che ha assunto un peso crescente anche dal punto di vista giuridico. Iniziamo dalle basi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il burnout come una sindrome causata da uno stress cronico sul lavoro che non viene adeguatamente gestito. In pratica, si manifesta con una forte stanchezza emotiva, un distacco mentale dalle proprie attività e una sensazione di inefficacia e scarso rendimento professionale.
In Italia il principale punto di riferimento normativo è il Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro, che obbliga i datori di lavoro a valutare e gestire i rischi legati allo stress lavoro-correlato; quello che nasce dall’organizzazione e dalle modalità di lavoro. Più in generale, l’articolo 2087 del codice civile impone alle aziende di tutelare la salute dei dipendenti, anche sotto il profilo psicologico, prevedendo conseguenze rilevanti in caso di violazione.
Su questo tema è intervenuta più volte anche la Corte di Cassazione. Secondo i giudici, il lavoratore ha diritto al risarcimento dei danni quando il datore di lavoro tollera un ambiente lavorativo stressante, capace di compromettere la salute. Questo vale anche quando i comportamenti aziendali, pur non essendo apertamente illegittimi, finiscono comunque per ledere la personalità e il benessere psicofisico del dipendente.
Esiste poi la possibilità di ottenere il riconoscimento dello stress lavoro-correlato da parte dell’Inail, ma si tratta di un percorso complesso, spesso difficile da affrontare per chi si trova in una situazione di burnout. È necessario ottenere una diagnosi specialistica che attesti disturbi psicofisici collegati al lavoro e raccogliere documentazione in grado di dimostrare sia le condizioni lavorative problematiche che il nesso causale tra lavoro e malattia. Un onere probatorio molto gravoso, quello che tra giuristi si definirebbe una vera e propria probatio diabolica.
Le imprese, dal canto loro, dovrebbero investire seriamente nella salute psicologica dei propri dipendenti. Un ambiente di lavoro sano riduce l’assenteismo, migliora la produttività e limita il rischio di contenziosi. Eppure in Italia il burnout è ancora visto come una debolezza individuale, e chi ne soffre viene lasciato solo sia dall’azienda che dalle istituzioni. In un’epoca in cui tutto sembra diventare una patologia, abbiamo paradossalmente dimenticato chi si ammala a causa del lavoro. Forse siamo ancora in tempo per cambiare rotta.
*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi
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