Anatomia del fallimento di una famiglia tradizionale dell’America del sud

Gen 31, 2026 - 17:30
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Anatomia del fallimento di una famiglia tradizionale dell’America del sud

La vicenda di La gatta sul tetto che scotta si svolge durante la festa per i sessantacinque anni di Big Daddy, proprietario terriero malato, che ignora la diagnosi di cancro, mentre figli e nuore si scontrano per l’eredità. Gooper e Mae puntano alla spartizione del suo patrimonio, la madre si prodiga per tutelare l’ordine familiare, mentre il figlio Brick – ex atleta alcolizzato – vive una crisi matrimoniale con Maggie. È lei la “gatta” evocata dal titolo dello spettacolo, una donna che vive una vita sospesa tra un passato di povertà e il pericolo costante di essere esclusa da una famiglia che misura tutto in termini di successo. La vicenda si articola intorno a un’intricata rete di menzogne familiari, che porteranno allo scontro finale tra Brick e il padre.

Maggie diventa così una figura contemporanea, costretta a inseguire la maternità come condizione per essere accettata dalla società, ma soprattutto dalla famiglia e dal marito Brick. La famiglia Pollitt difende un’immagine di successo pronta a rimuovere ciò che appare deviante o – come sottolinea il regista – a cancellare pulsioni considerate “nocive”, nascondendole sotto il tappeto.

Il nodo drammatico resta il rapporto tra Maggie e Brick, segnato dalla morte di Skipper, amico e atleta, compagno sportivo di Brick, una presenza spettrale che continua a incombere tra i due. Nella regia di Leonardo Lidi, questa assenza diventa una figura scenica, un fantasma che attraversa lo spazio e costringe i personaggi a fare i conti con questioni irrisolte. Il regista Leonardo Lidi utilizza il testo di Tennessee Williams come un dispositivo artistico per parlare al presente, e sottolineare le ipocrisie intrinseche ai rapporti di potere e ai conflitti legati ai desideri personali. La famiglia diventa così una trappola, il luogo dove il conflitto sociale si consuma. 

Lo spettacolo arriva nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti dal 10 al 15 febbraio 2026 in una versione che punta a restituire la durezza originaria del testo, nella traduzione di Monica Capuani. La produzione è a cura del Teatro Stabile di Torino e del Teatro Stabile del Veneto. Con questo spettacolo, Leonardo Lidi prosegue il suo lavoro sui classici moderni dopo il ciclo dedicato a Čechov, tornando a Williams già affrontato anni fa con Lo zoo di vetro.

Per Lidi, tornare a Williams significa continuare a interrogare la società attraverso l’architettura familiare, osservando personaggi incapaci di cambiare e legati a un passato che li immobilizza. «Torno a Williams perché credo che sia l’autore più utile a comprendere l’importanza dell’analisi della società  attraverso la lente famigliare – scrive Lidi –. Williams utilizza il ridicolo (e quindi ecco il perché dei miei clown tristi) per raccontare la tradizionale famiglia americana del Sud, la sua incapacità di avanzare, ferma in un ricordo, pronta a distruggere pulsioni sessuali “nocive” e a nascondere tutta la polvere della società occidentale sotto il tappeto».

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Redazione Redazione Eventi e News