La ricerca di terre rare per la transizione energetica: effetti sociali

Febbraio 16, 2026 - 04:30
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La ricerca di terre rare per la transizione energetica: effetti sociali

Gli effetti catastrofici del neocolonialismo sull’ambiente e la società. La ricerca di terre rare per la transizione energetica, riferisce l’agenzia missionaria vaticana Fides, viene considerata una forma di neocolonialismo. E oggi è quella in cui questo fenomeno si manifesta in forma più palese, soprattutto per i suoi effetti geopolitici ed economici. Ma esistono altre pratiche di matrice neocoloniale, meno appariscenti ma dalle conseguenze altrettanto negative a livello locale. A cominciare dall’esportazione di rifiuti in Africa e in Asia da parte dei Paesi occidentali, in particolare l’esportazione di plastica, indumenti e rifiuti elettronici. L’esportazione di rifiuti nel sud del mondo è un fenomeno che va avanti da decenni e che in passato si è cercato di regolare e arginare attraverso la stesura della Convenzione di Basilea sul Controllo del movimento di rifiuti pericolosi (1989). Tale documento oltre allo stop del movimento dei rifiuti, aveva come altro scopo quello di aiutare i Paesi in via di sviluppo nella loro gestione e della loro eliminazione in maniera ecologica. Purtroppo, nonostante le intenzioni, la Convenzione non ha prodotto alcun risultato concreto nella gestione dei rifiuti a livello internazionale, ma anzi la situazione è peggiorata con il passare degli anni. La loro esportazione a livello mondiale ha preso il nome di “Waste Colonialism”, “colonialismo dei rifiuti“, proprio perché rimane una forma di sfruttamento da parte dei Paesi che hanno un passato coloniale nei confronti delle loro ex colonie.

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Foto di Jametlene Reskp su Unsplash

Effetti sull’ambiente

La forma più classica di questo colonialismo riguarda l’esportazione di plastica, la quale inizialmente non era contemplata nella Convenzione di Basilea, e vi è stata inserita soltanto a partire dal 2019 con l’introduzione di un apposito emendamento. In particolare attorno ai rifiuti elettronici è sorto un vero e proprio mercato del lavoro, in maniera analoga alla creazione dei “mercati dell’usato” dei vestiti importati dai Paesi del Nord Globale. Secondo le stime riportate dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro in un rapporto pubblicato nel 2019, in Nigeria ci sarebbero almeno centomila posti di lavoro informale nel settore degli scarti elettrici. I quali avrebbero la capacità di processare mezzo milione di rifiuti all’anno. La stessa cosa vale per il Ghana. Secondo la Ong catalana Ciutats Defensores dels Drets Humans, per ogni tonnellata di scarti elettronici in Ghana ci sarebbero quindici lavoratori coinvolti nel riciclo dei materiali e duecento nelle riparazioni. C’è poi un altro aspetto che impedisce di affrontare il problema in maniera efficace. Il Ghana guadagna ogni anno circa cento milioni di dollari in tasse dai Paesi esportatori di rifiuti elettronici, rendendo tale traffico una fonte di liquidità di cui il governo può difficilmente fare a meno. Il problema è che ogni tipo di lavoro collegato al riuso e al riciclo di questi materiali ha delle conseguenze per la salute e per l’ambiente analoghe a quelle legate allo smaltimento della plastica e degli indumenti. Secondo uno studio dell’Oms lo smaltimento di questi rifiuti esporrebbe la popolazione a ben mille differenti tipi di sostanze chimiche che possono danneggiare il cervello, i polmoni e il sistema nervoso. Si tratta di una situazione analoga allo smaltimento della plastica, che in maniera simile affligge le fasce più fragili della popolazione, come le donne e i minori.

 

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