Il primo a parlare di “sistema para-mafioso” al Csm fu Nino Di Matteo. Nordio schiva gli attacchi

Febbraio 16, 2026 - 16:00
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Il primo a parlare di “sistema para-mafioso” al Csm fu Nino Di Matteo. Nordio schiva gli attacchi

"Il sorteggio rompe questo meccanismo 'para-mafioso', questo verminaio correntizio come l’ha definito l’ex procuratore antimafia Benedetto Roberti, poi eletto con il Pd al Parlamento europeo. Un mercato delle vacche. Lo scandalo Palamara ha mostrato tutto questo: ma hanno messo il coperchio su questo scandalo, 4 o 5 disgraziati costretti alle dimissioni e poi nulla è cambiato", così ha detto Carlo Nordio al Mattino di Padova. Parole che l'opposizione ha provato ad usare contro il ministro della Giustizia dandogli dell'"inadeguato, dell'"indecente", addirittura dell'"eversivo". Eppure l’intervista al Il Mattino di Padova è una dichiarazione politica coerente con l’impianto della riforma che Nordio difende da mesi: la convinzione che il sistema di autogoverno della magistratura sia diventato un meccanismo chiuso, dominato da logiche correntizie che incidono sulle carriere e, indirettamente, sull’equilibrio tra accusa e giudice.

E così è stata una domenica piena di dichiarazioni indignate e allarmate da parte del fronte del No al referendum. Per l'Anm "le sue parole offendono la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nel corso della storia d'Italia e mortificano il lavoro di chi, sul territorio, ogni giorno, mette a rischio la propria incolumità personale per contrastare la criminalità organizzata, a difesa della collettività". Per Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il No, "ci penseranno fra poco i cittadini, votando NO al referendum a mandare a casa, insieme alla sua cosiddetta riforma, il ministro che chiama mafiosi i propri magistrati". Secondo Elly Schlein, Nordio con le sue dichiarazioni "insulta la storia di tanta magistratura che si è battuta per anni contro le mafie e ha pagato anche con il prezzo della vita". Per Giuseppe Conte "dopo aver annunciato tagli alle intercettazioni per `modestissime mazzette´ ora addirittura accosta il funzionamento della giustizia con tutti i giudici che ci lavorano a dinamiche `para-mafiose´. Succede dopo che per giorni la maggioranza ha gettato fango su Gratteri, un magistrato che rischia la vita per la lotta contro le mafie, nonostante avesse ben chiarito il suo pensiero. Dovrebbero solo chiedere scusa ai tanti che lavorano nel nostro sistema di giustizia, alla memoria dei tanti giudici che hanno perso la vita per combattere la mafia, quella vera. È davvero incredibile vedere un governo che getta fango e ombre sulle Istituzioni e su servitori dello Stato solo per portare a casa una riforma che mira a salvare i politici e i governi dalle inchieste".

Il ministro non si è tirato indietro, anzi ha rivendicato quanto ha detto. Al Corriere della Sera ha spiegato che le sue parole riprendono giudizi già espressi in passato da magistrati come Nino Di Matteo, che aveva denunciato la degenerazione correntizia e il suo effetto sulla vita professionale delle toghe. Il 15 settembre 2019 il Sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo disse al Corriere della Sera che "l’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso". La strategia è evidente: trasformare una critica politica in una critica interna alla magistratura stessa, sottraendola all’accusa di essere un attacco esterno o ideologico.

Lo scontro si inserisce nel contesto del referendum sulla separazione delle carriere, che rappresenta il vero spartiacque politico della riforma. Nordio respinge l’idea che l’esito della consultazione possa avere conseguenze sul governo, rivendicando la solidità della maggioranza parlamentare. Ma è evidente che il referendum è diventato un test politico generale, oltre che un passaggio istituzionale.

Dal Quirinale, guidato dal presidente Sergio Mattarella, non sono arrivate prese di posizione dirette, ma resta la preoccupazione per un confronto che ha assunto toni sempre più radicali. La posta in gioco non è soltanto una modifica ordinamentale, ma la ridefinizione dei rapporti tra politica e magistratura, uno dei nodi strutturali della Repubblica.

Eppure in un'intervista con il direttore Claudio Cerasa, il ministro aveva tentato di spiegare le ragioni della riforma. Così spiegava: "Nel 1988-89 è entrato in vigore in Italia un processo penale, cosiddetto alla Perry Mason, voluto da un grandissimo giurista che era Giuliano Vassalli. Incidentalmente dirò, forse i più giovani non lo sanno, che Giuliano Vassalli, socialista, medaglia d’argento della Resistenza, aveva rischiato la vita per liberare da Regina Coeli quelli che sarebbero diventati i due presidenti della Repubblica, Pertini e Saragat, che erano incarcerati dalla Gestapo. Quindi non un pericoloso sovversivo e tantomeno un criptofascista. Introducendo questo processo, Vassalli si è trovato però di fronte a una Costituzione che, essendo stata redatta 40 anni prima quando esisteva un processo penale – quello Rocco, si chiamava Codice Rocco, voluto da Mussolini – era un codice, come detto, inquisitorio". La sua riforma è in linea con quella di Vassalli, anzi la sua conclusione

Spiegare non basta. Nordio ha scelto una linea di rottura. Non cerca mediazioni e non attenua il linguaggio. Il suo obiettivo è rendere esplicito ciò che, per anni, è rimasto confinato nelle analisi degli addetti ai lavori: l’idea che il correntismo non sia una fisiologia associativa, ma una patologia istituzionale. Il referendum dirà se questa diagnosi appartiene a una minoranza politica o a una maggioranza del paese.

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Redazione Redazione Eventi e News