La vittoria del No al referendum, anche grazie all’aiuto (inaspettato) di Trump. Adesso una legislatura Costituente

Mar 25, 2026 - 09:30
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La vittoria del No al referendum, anche grazie all’aiuto (inaspettato) di Trump. Adesso una legislatura Costituente

lentepubblica.it

Il No prevale nettamente e definisce un esito politico chiaro. Ma il voto di ieri non è un fatto isolato: è il prodotto di un contesto economico e internazionale che incide direttamente sulle scelte degli elettori. Urge una stagione Costituente.


L’Italia arriva a questo appuntamento con un quadro fragile: crescita incerta, energia costosa, inflazione che torna a essere una preoccupazione concreta. In queste condizioni, il comportamento elettorale tende a privilegiare la stabilità rispetto al cambiamento.

La chiave interpretativa è nota e difficilmente smentibile. “It’s the economy, stupid”: la formula fu coniata da James Carville, stratega della campagna presidenziale di Bill Clinton nel 1992, per ricordare al suo team che le condizioni economiche reali contano più di ogni altra variabile. Non è un richiamo storico: è una regola ancora operativa. Quando il quadro materiale si deteriora, il giudizio sulle riforme si intreccia con la percezione del presente. Il referendum sulla giustizia non sfugge a questa dinamica.

Geopolitica ed energia: il contesto che orienta il voto

Il contesto internazionale ha contribuito in modo diretto. Le tensioni in Medio Oriente, con il coinvolgimento dell’Iran e il ruolo del governo israeliano, hanno riacceso la pressione sui prezzi energetici. A questo si aggiunge la persistente instabilità del conflitto tra Russia e Ucraina, rispetto al quale non si è prodotta quella svolta rapida che era stata prospettata.

In questo scenario, la figura di Donald Trump resta sullo sfondo come fattore politico rilevante anche per l’Italia: non tanto per un’influenza diretta sul voto, quanto per il suo ruolo nella gestione delle crisi internazionali e per l’allineamento politico percepito con il governo italiano. Più instabilità geopolitica significa più tensione sui mercati; più tensione sui mercati significa maggiore cautela nelle urne. Il No si inserisce in questa sequenza.

La geografia del consenso: economia e voto

La mappa del voto conferma una linea di frattura consolidata. Il tiene meglio nelle aree economicamente più solide del Paese — Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia — dove la domanda di efficienza istituzionale è più marcata e il sistema produttivo è più esposto alla competizione.

Nel resto d’Italia prevale il No, con margini più ampi nelle aree dove il tessuto economico è più fragile. Non è una semplice differenza territoriale. È una differenza di contesto: dove l’economia è più forte, il cambiamento è percepito come leva; dove è più debole, viene vissuto come un’incognita.

La costante italiana: prudenza e divisione

Il voto di ieri conferma un tratto strutturale: l’Italia approva riforme con margini ampi solo in condizioni eccezionali. Il precedente del 18 aprile 1993, maturato nel pieno della crisi del sistema politico, resta emblematico. A distanza di anni, un altro caso significativo è il referendum costituzionale del 20-21 settembre 2020, quando la riduzione del numero dei parlamentari fu approvata con il 69,96% dei voti favorevoli.

Al di fuori di questi casi, prevale una dinamica diversa: divisione dell’elettorato, cautela diffusa, tendenza a preservare l’equilibrio esistente. Anche questa consultazione restituisce un Paese che non converge, ma si distribuisce lungo linee di frattura ormai note.

Il voto dei giovani e la dimensione politica del referendum

Il comportamento elettorale delle fasce più giovani rafforza questa lettura. Il No ha raccolto un consenso significativo tra chi, per ragioni anagrafiche, ha meno esperienza diretta del funzionamento concreto della giustizia.

Questo elemento suggerisce che una parte dell’elettorato abbia interpretato il referendum più come un passaggio politico generale che come una valutazione tecnica della riforma. Non è un’anomalia: è ciò che accade quando un quesito complesso viene assorbito nel confronto politico complessivo.

La politicizzazione del voto ha inciso in modo evidente. Il referendum è diventato, nei fatti, anche un giudizio sull’azione del governo. È un meccanismo fisiologico nelle democrazie contemporanee, ma ha un effetto collaterale chiaro: il merito delle riforme passa in secondo piano rispetto al clima politico.

La giustizia resta una questione aperta

La vittoria del No non equivale a una promozione del sistema attuale. I limiti della giustizia italiana restano evidenti: tempi lunghi, incertezza, difficoltà per cittadini e imprese.

Molti tra gli stessi sostenitori del No riconoscono la necessità di intervenire. Il voto ha respinto una proposta, non il bisogno di rendere la giustizia più efficiente, più prevedibile, più rapida.

In questo quadro pesa anche un altro elemento: la percezione che, negli anni, le dinamiche interne — comprese le correnti presenti sia nel sistema politico sia nelle associazioni della magistratura — abbiano contribuito a rendere più opaco il funzionamento complessivo. È un nodo che non può essere eluso se si vuole affrontare seriamente il tema delle riforme.

Gli equilibri tra i poteri: una questione irrisolta

Il referendum riporta in primo piano anche una questione più ampia: l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Dalla stagione di Mani pulite in poi, si è progressivamente affermata la percezione di uno squilibrio tra potere giudiziario e altri poteri. È un tema divisivo, ma strutturale nel dibattito pubblico italiano.

A questo si affianca un secondo squilibrio, meno discusso ma altrettanto rilevante: quello tra esecutivo e legislativo. L’uso estensivo dei decreti-legge e delle deleghe ha progressivamente ridotto lo spazio dell’iniziativa parlamentare, spostando il baricentro della produzione normativa verso il governo.

Su questo punto i richiami istituzionali sono stati espliciti. Giorgio Napolitano ha più volte denunciato l’abuso della decretazione d’urgenza e l’inserimento di norme eterogenee nei decreti-legge. Sergio Mattarella ha ribadito la necessità di rispettare i limiti costituzionali e di preservare il ruolo del Parlamento. Non si tratta di rilievi formali: indicano una tensione reale nel funzionamento del sistema.

Dal voto alla lezione politica

Il risultato di ieri lascia una lezione netta. L’Italia è, ancora una volta, un Paese diviso sulle riforme. È un dato che dovrebbe imporre cautela a chi ha vinto e responsabilità a chi ha perso.

C’è però un altro elemento che merita attenzione. A differenza di quanto accade nelle consultazioni politiche, dove l’astensionismo è ormai una tendenza consolidata, quando sono in gioco scelte percepite come dirimenti la partecipazione cresce. Questo significa che, quando la posta in gioco è chiara, gli elettori tornano a votare. È un segnale che la politica non può permettersi di ignorare.

Una legislatura costituente, da preparare subito

Se il sistema politico vuole evitare una nuova fase di immobilismo, deve trasformare questo passaggio in un punto di partenza. La prospettiva di una legislatura costituente — quella che si aprirà dopo le prossime elezioni — non può essere rinviata a domani. Va preparata adesso.

Il primo passo concreto è riaprire il dialogo e costruire una sede adeguata. Una nuova Commissione bicamerale per le riforme può rappresentare il prodromo necessario: un luogo in cui affrontare in modo condiviso i nodi della giustizia e degli equilibri tra i poteri dello Stato, sottraendoli alla contingenza dello scontro politico quotidiano.

Il referendum ha espresso una volontà chiara. Ma dentro quel voto — anche tra molti sostenitori del No — è presente una consapevolezza altrettanto chiara: la giustizia deve funzionare meglio, deve essere più rapida, più affidabile, più trasparente.

Il compito della politica è trasformare questa consapevolezza in riforme. Non contro una parte del Paese, ma insieme a un Paese che, ancora una volta, ha mostrato di voler essere ascoltato. E accanto alla giustizia, vi sono molti altri ambiti dell’ordinamento statale che richiedono interventi strutturali: affrontarli con uno spirito autenticamente costituente, fondato sul dialogo e sulla condivisione, è la condizione necessaria per evitare che anche le prossime riforme si infrangano contro le stesse divisioni. In un contesto economico fragile e incerto come quello attuale, questa esigenza diventa ancora più urgente: proprio quando le risorse sono limitate e le tensioni aumentano, la qualità delle istituzioni e la capacità di riformarle insieme diventano un fattore decisivo per la tenuta del Paese.

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