Meloni comizia e ringhia, la sinistra resta muta invece di prepararsi al voto

Aprile 10, 2026 - 07:30
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Meloni comizia e ringhia, la sinistra resta muta invece di prepararsi al voto

Avrebbe dovuto parlare al Paese. Invece ha parlato ai suoi seguaci di Fratelli d’Italia (leghisti e forzisti non pervenuti). Come se fosse ad Atreju e non in Parlamento.

Andrò avanti fino alla fine della legislatura, giura Giorgia Meloni. Non è vero, lei mette in conto elezioni questo autunno, magari con una legge di bilancio piena di mancette e bonus. Quel che è certo è che nessuno si aspettava una Meloni così elusiva sul punto politico del momento: il rapporto slabbrato tra il governo e il popolo. Per di più dentro un quadro mondiale catastrofico.

Ma non c’era gravitas ieri in Parlamento. Subito in molti, e non solo tra i politici, hanno parlato di un comizio della premier. Di un serrate le righe. Che non nasconde ma al contrario evidenzia qualcosa di più di un’incertezza: il chiaro sentore che il terreno sta smottando. Così che l’aria era da saldi di fine stagione. Da partita mal giocata di cui si attende solo il fischio finale. Perché il 23 marzo il governo si sia beccato quattordici milioni di voti contrari la premier non ha nemmeno provato a spiegarlo. «Occasione persa».

Poi, poeticamente, frasi involontariamente comiche: «Il sì ti conferma, ma un no ti riaccende, ti impone di fermarti a riflettere e di rimettere tutto in discussione. il rifiuto non è la fine di un percorso, ma è l’inizio di una nuova spinta». Mah. Per lei il referendum è stato una parentesi, come per Benedetto Croce fu il fascismo. Sbagliava il filosofo napoletano, figuriamoci la ragazza di Colle Oppio. Il voto referendario non si può archiviare così, come fosse un accidente della storia.

È stato, come ognuno sa, un segnale politico di dissenso rispetto al modo di essere e di agire del governo Meloni. Se non una svolta, almeno un segno di consapevolezza poteva darlo dicendo che quel segnale in qualche modo l’ha colto. E mettere in campo qualcosa di nuovo per la parte finale della legislatura. Invece, niente. Comprensibile non voler mettere mano a un rimpasto. Ma va anche notato che qui – per parafrasare Papa Bergoglio – c’è un rimpasto a pezzi, quasi quotidiano (ora come sottosegretario arriva Paolo Barelli, il capogruppo di Forza Italia inviso a Marina Berlusconi: per dire chi è che conta davvero).

E così ieri la premier ha dato forse la peggiore prova di sé, ringhiosa verso le opposizioni (in particolare, personalmente con Elly Schlein) che invece avrebbe potuto mettere in difficoltà tendendogli la mano e provando a dividerle. Ha però colto un punto di debolezza del cosiddetto campo largo: mi attaccate ma non invocate le mie dimissioni. È vero.

Le opposizioni, invece di fare la solita gara a chi comizia meglio, dovrebbero prepararsi alle elezioni. Dare il senso di essere davvero pronte a governare. Non avere paura di chiedere le dimissioni del governo Meloni. Invece questi nemmeno riescono a fare una riunione: l’avvocato del populismo non vuole, gli altri tutti zitti. Invece il centrosinistra dovrebbe chiedersi se abbia senso perdere tutto questo tempo fino alla fine naturale della legislatura. O se invece non convenga tentare di far calare il sipario su una commedia già mediocre che sta diventando una farsa.

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