Trump è il grande sconfitto della guerra, noi i piccoli

Secondo l’Economist Donald Trump è «il grande sconfitto» della guerra in Iran, almeno nel caso in cui il cessate il fuoco segnasse davvero la fine del conflitto. Ma è difficile non vedere una sua sconfitta anche nella più che probabile eventualità di un fallimento della trattativa. Quello che è certo è che al momento il regime degli ayatollah è ancora lì, più forte e più radicalizzato di prima, e che lo stretto di Hormuz è nel suo pieno controllo.
Al riguardo, mercoledì il giornalista di Abc News Jonathan Karl ha chiesto a Trump se a lui andasse bene che gli iraniani imponessero un pedaggio a tutte le navi che lo attraversano. E lui gli ha risposto che «potrebbe esserci una joint venture tra Stati Uniti e Iran per riscuotere i pedaggi». Proprio così, a poco più di 24 ore da quando ha minacciato pubblicamente di cancellare l’Iran dalla faccia della terra, Trump ha proposto agli iraniani di mettersi in società con lui per taglieggiare insieme il resto del mondo.
Lasciamo perdere ogni altra considerazione, sulle implicazioni morali della scelta (che di sicuro non tolgono il sonno a uno che ha minacciato pubblicamente un genocidio) o sulla probabilità che stesse scherzando, esagerando o semplicemente delirando, e concentriamoci sull’essenziale: vi sembra l’atteggiamento di uno che sta vincendo? Ieri, infine, è arrivato l’ennesimo scatto di nervi via social network: «Ci sono notizie secondo cui l’Iran starebbe imponendo pedaggi alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz: è meglio che non lo facciano e, se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito!».
Tentare di seguire il filo di un simile vaneggiamento è una fatica di Sisifo. In ogni caso, l’impressione è che Trump sia ormai entrato nella fase discendente della sua parabola. Il problema, evidenziato anche dalle sue deliranti dichiarazioni su una possibile uscita dalla Nato, è capire se riuscirà a trascinare con sé anche gli Stati Uniti. Di sicuro, almeno finora, non ha portato bene ai suoi amici e sostenitori nel resto dell’occidente.
Una regola che il voto italiano nel referendum sulla giustizia sembra avere clamorosamente confermato, come dimostrano evidentemente anche i tardivi e goffi tentativi di Giorgia Meloni di separare le proprie responsabilità da quelle di Trump e Netanyahu. Ma certo la conferma più importante e decisiva dovrà venire dal voto di domenica in Ungheria.
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