Monsignor Redaelli: «Al servizio del Papa e della Chiesa universale»
L'ingresso del Vescovo Redaelli a Gorizia Foto Pierluigi BumbacaUna chiamata inattesa da Roma e un nuovo servizio alla Chiesa universale. Papa Leone XIV ha nominato monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli Segretario del Dicastero per il Clero (leggi qui). Arcivescovo di Gorizia e già Vicario generale della Diocesi di Milano, don Carlo racconta il senso di questa nomina, il compito che lo attende e il legame che continua a unire il suo ministero alla Chiesa ambrosiana e alla diocesi che lascia.
Eccellenza, la nomina a Segretario del Dicastero per il Clero è arrivata un po’ a sorpresa…
Sì, una nomina inaspettata, nel senso che pensavo di andare avanti come Arcivescovo di Gorizia ancora qualche anno, però mi è stato chiesto da papa Leone, quindi certamente non si può dire di no al Papa…
Che tipo di incarico è quello che le è stato affidato?
L’incarico è all’interno di un Dicastero molto importante. I Dicasteri della Curia romana sono uffici che collaborano con il Papa in diversi ambiti, a servizio della Chiesa universale, come ha sottolineato papa Francesco nella Costituzione apostolica Praedicate Evangelium, con cui nel 2022 ha riformato la Curia romana. L’ambito del Dicastero del Clero è, come dice il nome, relativo ai sacerdoti, ai diaconi, ai seminari. Ma non solo: al Dicastero fa capo anche tutto quello che riguarda la vita delle parrocchie. Per esempio, qualche anno fa è stato questo Dicastero a pubblicare un documento molto interessante su una nuova visone delle parrocchie, le unità pastorali. Poi c’è tutto l’ambito delle autorizzazioni nel caso di atti di alienazione dei beni ecclesiastici e di straordinaria amministrazione delle parrocchie. Insomma, una serie di competenze piuttosto ampie.
Come è strutturato un Dicastero e quale sarà il suo ruolo specifico?
I Dicasteri sono organizzati con due figure centrali: il Prefetto, che di solito è un Cardinale, con un ruolo di guida, di rappresentanza e di indirizzo, e che nel caso del Dicastero per il Clero è il cardinale Lazzaro You Heung-sik, vescovo coreano chiamato qualche anno fa da papa Francesco. L’altra figura da cui dipende un Dicastero è quella del Segretario, che di solito è un Vescovo, a volte di prima nomina, a volte, come nel mio caso, chiamato da fuori e che ha il compito della gestione complessiva dell’ufficio.
Con la sua nomina salgono a quattro i Segretari o Sottosegretari di Dicastero originari della Diocesi di Milano…
Sì, la presenza ambrosiana è in effetti cospicua. C’è don Flavio Pace, Segretario del Dicastero per l’Unità dei cristiani; don Samuele Sangalli, Sottosegretario del Dicastero per l’Evangelizzazione, sezione per la prima evangelizzazione e le nuove chiese particolari; don Carlo Maria Polvani, Segretario del Dicastero per la cultura e l’Educazione, sezione per l’educazione.

Secondo lei, quali delle sue competenze o esperienze hanno inciso maggiormente nella scelta?
Già quando ero impiegato nell’Avvocatura della Curia ambrosiana ho sempre lavorato nell’ambito dei sacerdoti, dei Consigli pastorale e presbiterale e ho sempre seguito la vita delle comunità. Ambiti di cui mi sono poi occupato come Vicario generale della Diocesi, in una stagione di grande rinnovamento delle parrocchie, e naturalmente come pastore a Gorizia. Mi sono interessato di questi temi anche dal punto di vista dello studio e dell’insegnamento. All’Università Gregoriana tengo ancora due corsi: un anno sulla prassi delle associazioni ecclesiali e un anno, invece, sulla prassi delle parrocchie e delle Curie. Tra l’altro uno dei sottosegretari che sarà tra i miei immediati collaboratori a Roma è stato mio studente proprio all’Università Gregoriana.
Cosa porta con sé e cosa lascia alla diocesi di Gorizia?
Non è stato facilissimo, per me, arrivare da Milano a Gorizia: non solo per le distanze, ma anche per il tipo di realtà, molto diversa da quella ambrosiana. Ma, arrivato qui, ho trovato una realtà molto interessante, per la forte presenza del tema del confine, la mescolanza di lingue e culture, la storia molto impegnativa, anche dolorosa, che Gorizia ha alle spalle. Tutti questi aspetti mi hanno fatto sempre più amare questa Diocesi. Poi devo dire che ho trovato una bella squadra di persone, sia sacerdoti sia laici. Abbiamo fatto anche qualche innovazione interessante. Per esempio, Gorizia è stata la prima Diocesi di Italia che ha nominato come cancelliere di Curia una donna e anche negli altri uffici sono impiegati quasi solo laici. Lavoriamo molto con i laici, sia a livello di Consiglio pastorale diocesano, sia di assemblee diocesane. Certamente ci sono stati dei limiti, sia miei sia delle realtà diocesane, ma penso si sia fatto un bel lavoro, sono nate delle belle relazioni. I vescovi che non sono residenti in una Diocesi di solito hanno il titolo di una chiesa antica. A Milano, come Vescovo ausiliare ero titolare di Lambesi, una Diocesi non più esistente dell’attuale Algeria. Il titolo che mi hanno dato adesso è Arcivescovo emerito di Gorizia. Questo mi ha fatto molto piacere, perché è il segno di un legame che rimane.
Manterrà il suo ruolo di Presidente di Caritas Italiana?
Il mio ruolo è legato al fatto che io sono Presidente della Commissione per il Servizio della carità e della salute e della Cei. In quanto amministratore apostolico di Gorizia, finché non farà l’ingresso il nuovo Arcivescovo, che presumo sarà nominato dopo Pasqua, io sono ancora parte della Cei, quindi posso mantenere l’incarico anche in Caritas. Tutte le commissioni Cei, però, vengono riviste a maggio, in occasione dell’Assemblea generale dei Vescovi. Nel mio caso, l’incarico, essendo trascorsi cinque anni, era già in scadenza.
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