TFS dei dipendenti statali, la Consulta avverte il Parlamento: ora basta rinvii
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La Consulta rilancia e dà un ultimatum di un anno al Parlamento per superare ritardi e rateizzazione sul TFS dei dipendenti statali.
La questione del Trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici torna ancora una volta davanti alla Corte costituzionale e, con l’ordinanza n. 25 del 5 marzo 2026, il messaggio indirizzato al legislatore appare netto: non c’è più spazio per interventi marginali o rinvii indefiniti. Serve una riforma vera, capace di superare in modo graduale ma concreto il sistema che oggi impone ai lavoratori pubblici in pensione di attendere mesi, e in molti casi anni, prima di ricevere integralmente quanto maturato al termine della carriera.
La Consulta, infatti, ha preso atto che i richiami già formulati nelle precedenti decisioni del 2019 e del 2023 non hanno prodotto, finora, un cambiamento sostanziale del quadro normativo. Per questo ha scelto una strada intermedia: non ha cancellato subito le regole contestate, ma ha fissato un nuovo passaggio decisivo, rinviando la trattazione al 14 gennaio 2027. In questo arco temporale il Parlamento dovrà programmare una soluzione capace di eliminare i meccanismi di differimento e pagamento a rate che ancora caratterizzano il TFS degli statali.
Una questione aperta da anni
Il nodo riguarda le norme che disciplinano il pagamento del TFS ai dipendenti pubblici cessati dal servizio per raggiunti limiti di età o di anzianità. In base alla disciplina ancora vigente, la liquidazione non avviene subito al momento del pensionamento: per molte categorie occorre attendere dodici mesi, ai quali si aggiungono ulteriori tempi tecnici per il versamento. Se l’importo supera determinate soglie, poi, il trattamento non viene corrisposto in un’unica soluzione, ma viene suddiviso in due o tre tranche annuali.
È proprio questo doppio meccanismo — attesa iniziale e successiva rateizzazione — ad aver generato negli anni un contenzioso sempre più ampio. Secondo i giudici amministrativi che hanno rimesso la questione alla Corte costituzionale, si tratta di un sistema che incide su un diritto che ha natura di retribuzione differita, cioè di compenso maturato nel corso dell’attività lavorativa e destinato ad accompagnare il dipendente nella fase di uscita dal lavoro.
La Consulta aveva già affrontato il tema con la sentenza n. 159 del 2019 e, soprattutto, con la sentenza n. 130 del 2023, nella quale aveva evidenziato che la garanzia costituzionale della giusta retribuzione non riguarda soltanto l’ammontare della somma dovuta, ma anche la tempestività con cui essa viene corrisposta. In altre parole, non basta che il lavoratore riceva ciò che gli spetta: è necessario anche che lo riceva in tempi ragionevoli.
Le tre ordinanze dei TAR che hanno riaperto il caso
Il nuovo intervento della Corte nasce da tre distinte ordinanze di rimessione adottate dal TAR Marche, dal TAR Lazio e dal TAR Friuli-Venezia Giulia. In tutti e tre i casi, i giudici amministrativi si sono trovati a esaminare ricorsi presentati da ex dipendenti pubblici, collocati in quiescenza per raggiunti limiti di età, che chiedevano il pagamento senza rinvii dell’intero TFS, oltre a interessi e rivalutazione monetaria.
I giudici rimettenti hanno contestato la compatibilità costituzionale delle disposizioni che disciplinano la dilazione e la rateizzazione del trattamento, richiamando in particolare l’articolo 36 della Costituzione, che tutela il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente. Due dei tre TAR hanno inoltre evocato anche l’articolo 117 della Costituzione, in relazione all’articolo 1 del Protocollo addizionale alla CEDU, sostenendo che il TFS, una volta maturato, entra nel patrimonio del lavoratore e costituisce quindi un “bene” che merita tutela anche sul piano convenzionale.
Il punto centrale delle ordinanze è chiaro: il problema non sarebbe più riconducibile a una misura eccezionale, legata a una contingenza finanziaria temporanea, ma a una disciplina ormai divenuta strutturale, che continua a comprimere il diritto dei dipendenti pubblici anche dopo i ripetuti richiami della Corte.
Le modifiche introdotte non bastano
Nel giudizio costituzionale, l’INPS e l’Avvocatura dello Stato hanno sostenuto che il legislatore non è rimasto del tutto fermo. In effetti, negli ultimi mesi sono intervenute due correzioni normative.
La prima ha ampliato la platea dei soggetti fragili che possono ottenere il trattamento entro tre mesi dalla cessazione del servizio, includendo anche dipendenti invalidi, inabili o inidonei al lavoro e al servizio. La seconda, contenuta nella legge di bilancio per il 2026, ha previsto una riduzione da dodici a nove mesi del termine di liquidazione del TFS, ma solo dal 1° gennaio 2027 e soltanto per chi maturerà da quella data i requisiti pensionistici.
Secondo la Corte costituzionale, tuttavia, queste novità hanno una portata troppo limitata per poter essere considerate l’avvio di un vero percorso di superamento del sistema. Da un lato riguardano solo categorie specifiche; dall’altro riducono i tempi in misura modesta e rinviano gli effetti concreti a una data futura. Soprattutto, osserva la Consulta, non emerge da nessuna parte un disegno organico che punti davvero all’eliminazione progressiva dei meccanismi dilatori.
Per questo motivo la Corte ribadisce che il vulnus costituzionale resta. In sostanza, il giudizio di incompatibilità con l’articolo 36 non viene meno solo perché il legislatore ha introdotto ritocchi parziali.
Perché la Corte non ha cancellato subito le norme
Il passaggio più delicato dell’ordinanza riguarda la scelta della Consulta di non dichiarare immediatamente illegittime le disposizioni contestate. Pur riconoscendo il perdurare della criticità costituzionale, la Corte ha ritenuto che una cancellazione secca delle norme produrrebbe un effetto troppo pesante sui conti pubblici.
Se venissero meno d’un colpo differimento e rateizzazione, infatti, tutti i trattamenti maturati e ancora non pagati diventerebbero immediatamente esigibili, con un impatto rilevantissimo in termini di fabbisogno di cassa. Proprio questo elemento, già evidenziato nel 2023, viene ritenuto decisivo per lasciare ancora una volta al legislatore il compito di individuare le modalità concrete della riforma.
La Corte, quindi, non arretra sul piano dei principi, ma sceglie una soluzione che tiene conto dell’equilibrio tra tutela dei diritti e sostenibilità finanziaria. È una decisione che si muove nel solco della cosiddetta collaborazione istituzionale tra Corte e Parlamento: la Consulta segnala la necessità non più rinviabile di una riforma, ma evita di imporre per via demolitoria un effetto immediato che potrebbe destabilizzare la finanza pubblica.
Un anno al Parlamento per una riforma vera
Il cuore politico e giuridico dell’ordinanza è tutto qui: la Corte concede al legislatore un nuovo termine, ma al tempo stesso alza il livello della pressione istituzionale. Il rinvio della trattazione all’udienza pubblica del 14 gennaio 2027 non equivale a un semplice aggiornamento tecnico. È, piuttosto, un invito formale a costruire entro quella data una disciplina capace di riportare la materia entro i confini della legittimità costituzionale.
Nel testo dell’ordinanza si legge con chiarezza che il Parlamento dovrà programmare una riforma che, pur nel segno della gradualità, dia continuità ai primi interventi già adottati e ristabilisca entro un orizzonte temporale definito la normale scansione dei pagamenti del TFS. In altri termini, la Corte non chiede una correzione cosmetica, ma un piano serio, scandito nel tempo e sostenibile sul piano finanziario.
Il riferimento alla possibilità di distribuire su più esercizi gli effetti di cassa della riforma dimostra che la Consulta non pretende soluzioni irrealistiche. Ciò che però non appare più tollerabile è l’assenza di una rotta precisa.
Che cosa cambia adesso per i dipendenti pubblici
Sul piano pratico, l’ordinanza non modifica nell’immediato le regole applicabili. Chi cessa oggi dal servizio continua, salvo i casi particolari già previsti dalla legge, a essere soggetto ai termini di differimento e alle soglie che determinano il pagamento in una o più rate.
Tuttavia, il pronunciamento del 5 marzo 2026 rafforza sensibilmente il quadro delle contestazioni contro la disciplina vigente. La Corte, infatti, afferma ancora una volta che il problema esiste e che gli interventi adottati finora non sono sufficienti. Questo elemento pesa non solo sul piano politico, ma anche nel dibattito tecnico-giuridico che accompagnerà i prossimi mesi.
Per gli ex dipendenti pubblici e per le amministrazioni coinvolte, il 2026 si apre dunque come un anno decisivo. Se il legislatore interverrà con una riforma credibile, la Corte potrà valutarne gli effetti nella nuova udienza fissata per gennaio 2027. In caso contrario, il rischio è che la Consulta sia chiamata a compiere un passo ulteriore.
Il segnale della Consulta: i rinvii non possono essere infiniti
L’ordinanza n. 25 del 2026 rappresenta, in definitiva, un nuovo e forte richiamo sul tema del TFS degli statali. La Corte costituzionale non cambia orientamento: considera ancora incompatibile con l’articolo 36 della Costituzione un sistema che costringe il lavoratore pubblico ad attendere a lungo per ottenere integralmente somme già maturate, senza un adeguato meccanismo di compensazione della perdita di valore dovuta al tempo.
Allo stesso tempo, però, la Consulta prende atto che una soluzione immediata per via giudiziaria rischierebbe di produrre effetti finanziari troppo ampi. Da qui la scelta di concedere al Parlamento un ultimo spazio per intervenire.
Il messaggio è però più severo di quanto possa apparire: il tempo delle semplici promesse sembra finito. Dopo i moniti del 2019 e del 2023, la Corte chiede ora una programmazione concreta, con un orizzonte definito e con l’obiettivo esplicito di rimuovere, gradualmente ma davvero, un sistema che continua a penalizzare migliaia di dipendenti pubblici al momento della pensione.
Il testo della sentenza
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