The Seven Noses of Soho: caccia segreta
Soho è un quartiere che non si lascia mai raccontare fino in fondo. Ogni volta che sembra di averne compreso l’anima, emerge un dettaglio inatteso, una storia marginale, un frammento di creatività nascosto tra le facciate. Tra club storici, teatri del West End, insegne luminose e pub centenari, esiste un itinerario urbano quasi invisibile che invita a rallentare e osservare con attenzione: quello dei Seven Noses of Soho, sette piccoli nasi scolpiti disseminati tra i muri del quartiere. Non sono indicati sulle mappe ufficiali, non compaiono nei percorsi turistici tradizionali, eppure rappresentano una delle espressioni più affascinanti della street art concettuale londinese. Scoprirli significa entrare in una dimensione parallela, dove la città si rivela attraverso dettagli minimi ma carichi di significato.
I Seven Noses of Soho: nascita di un gesto ribelle
I Seven Noses of Soho nascono nel 1997 da un’idea dell’artista londinese Rick Buckley, che decise di realizzare un intervento urbano tanto semplice quanto provocatorio. In un’epoca in cui Londra stava intensificando l’installazione di telecamere a circuito chiuso, diventando una delle città più sorvegliate al mondo, Buckley rispose con un gesto ironico e silenzioso: applicare calchi del proprio naso sulle facciate degli edifici del centro. L’azione non era autorizzata, non era accompagnata da comunicati ufficiali, non cercava pubblicità. Era un atto di resistenza discreta.

In origine le sculture erano circa trentacinque, sparse tra Soho e Covent Garden. Con il tempo molte furono rimosse o danneggiate durante lavori di ristrutturazione. Oggi ne sopravvivono ufficialmente sette, da cui deriva il nome con cui il progetto è diventato noto. Il naso, elemento anatomico apparentemente banale, assume qui una valenza simbolica ambigua. È una parte del volto, dunque dell’identità, ma è anche ciò che “annusa”, che percepisce, che si intromette. In un contesto dominato dalla sorveglianza tecnologica, il naso diventa una presenza ironica che sembra osservare l’osservatore.
Soho rappresentava il palcoscenico perfetto per questo intervento. Quartiere storicamente associato alla controcultura, alla libertà espressiva, alla musica e al teatro, ha sempre accolto sperimentazioni artistiche non convenzionali. Secondo il portale ufficiale di Visit London, Soho è uno dei centri creativi più dinamici della capitale, con una tradizione che spazia dal jazz alla letteratura underground. Inserire in questo contesto un’opera clandestina significava dialogare con una storia di ribellione culturale già radicata.
Il gesto di Buckley si colloca nel filone dell’arte urbana concettuale, lontano dalle grandi opere murali che dominano altre aree della città. Non si tratta di un’opera monumentale come quelle legate al fenomeno globale della street art, spesso associato a figure come Banksy, ma di un’installazione quasi invisibile, che richiede attenzione e curiosità. Il valore dell’opera non sta nella dimensione estetica, bensì nel suo carattere narrativo e simbolico. È un dettaglio che costringe a cambiare prospettiva, a sollevare lo sguardo, a cercare.
Nel tempo attorno ai Seven Noses of Soho è nata una leggenda urbana: chi riesce a trovare tutti e sette i nasi diventerà immensamente ricco. Non esistono prove che l’artista abbia mai confermato questa storia, ma la voce ha contribuito a trasformare il progetto in una sorta di caccia al tesoro cittadina. Questo elemento ludico ha ampliato la risonanza dell’opera, rendendola parte del folklore contemporaneo londinese.
Camminare per Soho alla ricerca dei nasi significa vivere il quartiere in modo diverso. Non più soltanto come epicentro del divertimento notturno o del teatro commerciale, ma come spazio stratificato, capace di custodire micro-narrazioni urbane. È un invito a esplorare la città con uno sguardo meno distratto, a riconoscere che anche un frammento di resina applicato su un muro può raccontare qualcosa sul rapporto tra arte, spazio pubblico e controllo sociale.
Dove trovare i Seven Noses of Soho e come organizzare l’itinerario
Scoprire i Seven Noses of Soho significa trasformare una semplice passeggiata nel West End in un’esperienza di esplorazione urbana. Non esiste una mappa ufficiale pubblicata dall’artista e proprio questa assenza contribuisce al fascino del percorso. Nel corso degli anni appassionati e blogger hanno individuato diverse posizioni, alcune ormai scomparse, altre ancora visibili. Tra le aree più frequentemente citate figurano Dean Street, Meard Street, D’Arblay Street, Bateman Street e i dintorni di Soho Square. In alcuni casi i nasi si trovano sopra ingressi secondari o vicino a finestre del primo piano, a un’altezza che obbliga a sollevare lo sguardo e ad abbandonare la distrazione dello smartphone.
Il punto di partenza ideale è Soho Square, uno dei cuori storici del quartiere. Da qui ci si può muovere in direzione di Dean Street, attraversando un tessuto urbano che racconta secoli di trasformazioni architettoniche. Il percorso non è lineare e proprio per questo mantiene intatto il senso di scoperta. Camminando lungo Meard Street, una delle vie più caratteristiche con le sue case in mattoni rossi, si percepisce l’atmosfera intima e quasi segreta che accompagna la ricerca. È in queste strade che i Seven Noses of Soho si inseriscono con discrezione, mimetizzati tra insegne, citofoni e modanature.

Organizzare l’itinerario non richiede preparazioni complesse. Bastano un’ora o due, scarpe comode e la disponibilità a rallentare. Molti scelgono di unire la caccia ai nasi a una visita culturale più ampia, includendo tappe come il vicino National Portrait Gallery, che si trova a pochi minuti a piedi, o una passeggiata fino a Covent Garden. In questo modo l’esperienza assume una dimensione più ampia, integrando arte ufficiale e arte clandestina in un unico percorso.
L’aspetto più interessante dell’itinerario è la trasformazione del modo di guardare la città. I Seven Noses of Soho non sono opere che si impongono, ma presenze che chiedono attenzione. L’occhio si abitua a osservare i dettagli architettonici, a cercare anomalie tra le superfici lisce degli edifici. Questo esercizio di osservazione modifica la percezione dello spazio urbano, rendendo evidente quanto Londra sia stratificata e complessa.
Negli ultimi anni alcuni tour alternativi dedicati alla Londra nascosta hanno incluso i nasi come tappa simbolica. Non si tratta di visite ufficiali promosse dal Comune di Westminster, ma di iniziative indipendenti che valorizzano l’arte urbana meno conosciuta. La presenza dei Seven Noses of Soho in questi itinerari testimonia la loro integrazione nel patrimonio culturale informale della città. Non sono monumenti riconosciuti, ma sono diventati parte del racconto collettivo.
La leggenda della ricompensa per chi riesce a trovare tutti e sette i nasi aggiunge una dimensione narrativa che coinvolge anche famiglie e visitatori occasionali. È una storia che si tramanda oralmente e che rende la ricerca più avvincente. Non esiste alcuna prova di un premio reale, ma l’idea di un tesoro nascosto rafforza l’immaginario legato all’opera.
Dal punto di vista fotografico, i Seven Noses of Soho offrono uno spunto creativo interessante. Le immagini scattate durante la ricerca raccontano un lato diverso del quartiere, lontano dalle luci dei musical e dalle vetrine scintillanti. Sono dettagli che parlano di ironia, di resistenza silenziosa e di un rapporto diretto tra artista e spazio pubblico. In questo senso l’itinerario non è soltanto un gioco, ma un modo per riscoprire Soho attraverso un filtro alternativo, capace di restituire al quartiere una dimensione più intima e riflessiva.
Arte pubblica, sorveglianza e significato simbolico dei Seven Noses of Soho
Per comprendere davvero i Seven Noses of Soho non basta individuarli fisicamente sulle facciate degli edifici. Occorre inserirli nel contesto culturale e politico in cui nacquero. La fine degli anni Novanta fu un periodo di profonda trasformazione per Londra. La capitale stava rafforzando il proprio sistema di videosorveglianza, con un numero crescente di telecamere installate in strade, piazze e stazioni. La sicurezza urbana diventava un tema centrale nel dibattito pubblico, mentre la città si preparava a entrare nel nuovo millennio come metropoli globale iperconnessa e monitorata.
In questo scenario Rick Buckley scelse un gesto minimale ma carico di ironia. Applicare il calco del proprio naso sugli edifici significava inserire una presenza umana, quasi intima, in un ambiente dominato da dispositivi tecnologici impersonali. Il naso non è un occhio, ma richiama l’idea di percezione, di curiosità, di interferenza. È come se l’artista avesse voluto rispondere alla sorveglianza elettronica con una sorveglianza simbolica, ridimensionando il controllo attraverso l’ironia.
Il tema della sorveglianza urbana a Londra è stato ampiamente analizzato anche da istituzioni accademiche e culturali. Il portale del Greater London Authority descrive la capitale come una città impegnata nel bilanciare sicurezza e diritti civili, evidenziando quanto il tema sia complesso e stratificato. I Seven Noses of Soho si inseriscono proprio in questa tensione tra libertà individuale e controllo pubblico. Non sono un manifesto esplicito, ma un intervento che suggerisce domande piuttosto che offrire risposte.
L’arte pubblica londinese ha spesso assunto forme monumentali o dichiaratamente politiche. Murales, installazioni temporanee e performance hanno animato quartieri come Shoreditch o Camden, rendendo la street art un elemento distintivo dell’identità urbana. I Seven Noses of Soho rappresentano invece una declinazione più discreta di questo fenomeno. Sono piccoli, quasi invisibili, e proprio per questo richiedono uno sforzo attivo da parte dello spettatore. L’opera non invade lo spazio, ma si integra con esso.
Nel corso degli anni il progetto ha assunto un valore quasi mitologico. La leggenda della ricchezza promessa a chi trova tutti i nasi ha trasformato un gesto artistico in una narrazione collettiva. Questo processo dimostra come l’arte urbana possa evolversi indipendentemente dalle intenzioni originarie dell’autore. I Seven Noses of Soho non sono più soltanto un atto di protesta silenziosa contro la sorveglianza, ma anche un simbolo di esplorazione, di gioco e di appartenenza al quartiere.
Soho, del resto, è sempre stato un laboratorio di identità multiple. Dalla comunità francese ugonotta del Seicento alle scene musicali del Novecento, il quartiere ha ospitato generazioni di outsider e creativi. In questo contesto i nasi di Buckley dialogano con una tradizione di resistenza culturale che attraversa i secoli. Non si tratta di un’opera isolata, ma di un tassello in una lunga storia di interventi non convenzionali nello spazio pubblico.
La permanenza dei Seven Noses of Soho nel tempo dimostra anche la tolleranza relativa della città nei confronti dell’arte clandestina. Nonostante la loro natura non autorizzata, alcuni nasi sono sopravvissuti a restauri e ristrutturazioni, come se fossero stati implicitamente accettati come parte del paesaggio urbano. Questa ambiguità tra legalità e riconoscimento culturale rende il progetto ancora più affascinante.
Oggi i nasi non sono più soltanto un commento sulla sorveglianza, ma un invito a riflettere sul rapporto tra individuo e metropoli. In una città che cambia rapidamente, dove le vetrine si rinnovano e i locali storici scompaiono, questi piccoli dettagli resistono come tracce di una memoria recente. Cercarli significa entrare in dialogo con una Londra meno evidente, dove l’arte non è esibizione ma scoperta.
I Seven Noses of Soho oggi tra cultura urbana e itinerari alternativi
Oggi i Seven Noses of Soho non sono più soltanto un intervento clandestino del 1997, ma un piccolo fenomeno culturale che continua a incuriosire residenti e visitatori. In una Londra dove l’arte urbana è diventata anche attrazione turistica e branding territoriale, queste sculture conservano un’aura di mistero. Non esiste una segnaletica ufficiale, non vi sono pannelli esplicativi e non compaiono nei circuiti istituzionali della promozione culturale. Proprio questa marginalità li rende autentici, quasi protetti dalla spettacolarizzazione.
Negli ultimi anni diversi walking tour indipendenti dedicati alla “Hidden London” hanno inserito i Seven Noses of Soho tra le tappe simboliche. L’interesse crescente dimostra come il pubblico contemporaneo cerchi esperienze più intime e meno standardizzate rispetto ai grandi flussi turistici. Soho, già raccontato attraverso la lente dei teatri del West End e della vita notturna, si rivela qui in una dimensione più riflessiva. Il quartiere, descritto in chiave storica anche dal sito del Westminster City Council, conserva un patrimonio stratificato che va oltre le sue facciate commerciali, e i nasi di Buckley si inseriscono in questa complessità.
Per la comunità italiana che vive a Londra, l’itinerario dei Seven Noses of Soho rappresenta un modo originale per riappropriarsi del centro città. Spesso la quotidianità urbana riduce Soho a luogo di passaggio o di lavoro, ma la ricerca delle sculture invita a un’esperienza lenta e consapevole. È un’attività gratuita, accessibile e adatta a ogni età, capace di trasformare una semplice passeggiata in un momento di esplorazione culturale. In un periodo in cui molte esperienze urbane sono mediate da biglietti e prenotazioni, questa caccia al dettaglio nascosto restituisce un senso di spontaneità.
L’impatto culturale dei Seven Noses of Soho risiede anche nella loro capacità di stimolare la curiosità. Ogni naso trovato genera una piccola soddisfazione, una conferma che la città conserva ancora spazi di sorpresa. In una metropoli spesso percepita come iper-organizzata e pianificata, l’idea che un artista abbia disseminato segretamente un proprio frammento anatomico tra i muri introduce un elemento di irregolarità poetica. È un ricordo tangibile che l’arte può essere un gesto individuale, non necessariamente istituzionalizzato.
Quanti sono oggi i Seven Noses of Soho?
Il numero varia nel tempo perché alcune sculture sono state rimosse o danneggiate. Generalmente se ne riconoscono sette ancora visibili nel quartiere.
Dove si trovano esattamente?
Non esiste una mappa ufficiale. Le aree più citate includono Dean Street, Meard Street, D’Arblay Street e Soho Square, ma la ricerca fa parte dell’esperienza.
Chi è l’autore dei Seven Noses of Soho?
L’opera è stata realizzata nel 1997 dall’artista londinese Rick Buckley come intervento urbano non autorizzato.
Esiste davvero una ricompensa per chi trova tutti i nasi?
La leggenda della ricchezza è parte del folklore urbano, ma non esistono prove concrete di un premio reale.
Camminare per Soho alla ricerca dei Seven Noses of Soho significa accettare una sfida silenziosa. Non si tratta di un monumento celebrativo, ma di un invito a osservare la città con uno sguardo diverso. Tra insegne luminose, teatri storici e locali iconici, questi piccoli dettagli continuano a suggerire che Londra è fatta anche di frammenti nascosti, di gesti ironici e di memorie recenti che resistono al tempo. È in questa dimensione sottile che l’opera trova la sua forza: non nell’imponenza, ma nella capacità di trasformare un semplice naso in simbolo di curiosità e libertà urbana.
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