Vino, i coltivatori italiani sotto pressione: prezzi contenuti ma consumi in calo

Aprile 1, 2026 - 15:30
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Vino, i coltivatori italiani sotto pressione: prezzi contenuti ma consumi in calo
vino degustazione

Il vino italiano ha registrato tra il 2015 e il 2025 l’aumento di prezzo al consumo più basso d’Europa: +7,4% secondo i dati Eurostat, contro il +25,7% della Francia, il +27,4% della Spagna e il +22,6% della Germania. Un risultato che racconta la capacità di contenimento della filiera produttiva, ma che non ha impedito la contrazione dei consumi. A sollevare la questione sono i coltivatori italiani, che denunciano una forbice strutturale tra i prezzi alla produzione e quelli praticati dalla distribuzione

La vitivinicoltura italiana attraversa una fase di contraddizioni difficili da leggere con le sole categorie del mercato. Da un lato, la filiera produttiva ha assorbito negli ultimi anni aumenti significativi dei costi energetici, logistici e delle materie prime, senza scaricarli integralmente sul prezzo finale.

Dall’altro, i consumi calano, le occasioni di consumo fuori casa si riducono e il vino rischia di perdere il suo statuto di prodotto identitario quotidiano per diventare, progressivamente, un bene d’occasione.

Per Mario Serpillo, presidente nazionale dell’Unione Coltivatori Italiani (Uci), il tema dell’inflazione e del calo del potere d’acquisto sta incidendo profondamente anche sul comparto vitivinicolo, soprattutto per quel che riguarda i consumi fuori casa.

Il rischio – spiega – è che il vino, da elemento identitario della nostra cultura alimentare, diventi sempre più un prodotto occasionale e meno accessibile“.

È un’osservazione che i dati di mercato confermano. Nel 2025, il mercato del beverage fuori casa ha chiuso con una flessione a volumi del -0,30% e una crescita a valore del +2,4% – crescita trainata però dall’inflazione di canale e non da un reale aumento delle consumazioni.

Tuttavia, il vino ha subito una grande difficoltà strutturale: nel primo trimestre 2025, nel canale fuori casa, ha segnato -12% rispetto allo stesso periodo del 2024, le bollicine -13%.

Il dato europeo: l’Italia tiene, ma i consumi no

Il confronto con gli altri principali mercati vitivinicoli europei restituisce un quadro che rafforza la posizione dei produttori italiani. Tra il 2015 e il 2025, l’aumento dei prezzi al consumo del vino in Italia si è fermato al +7,4% (dati Eurostat) – il più contenuto tra i grandi Paesi produttori.

Nello stesso periodo, la Francia ha registrato +25,7%, la Spagna +27,4%, la Germania +22,6%, con picchi ancora più elevati nei mercati dell’Est Europa. Questa tenuta non è avvenuta in un contesto di costi stabili.

Tra il 2021 e il 2025, i prodotti alimentari in Italia sono cresciuti complessivamente del +25% (dati Istat): un aumento che ha investito anche le materie prime, l’energia e la logistica su cui si fonda la produzione vinicola.

La filiera ha scelto di assorbire parte di questi incrementi, mantenendo prezzi competitivi per tutelare i volumi e la propria presenza sul mercato.

La premiumisation: qualità crescente, base di consumatori più stretta

Parallelamente alla tenuta dei prezzi alla produzione, il comparto vitivinicolo italiano ha attraversato negli ultimi dieci anni un processo di riposizionamento strategico che ha modificato in profondità il mercato.

La cosiddetta premiumisation – l’orientamento verso segmenti di qualità e prezzo più elevati – ha valorizzato il prodotto italiano sullo scenario internazionale, ma ha ridisegnato la base del consumo interno.

I dati di mercato restituiscono questa dinamica con precisione. Nella distribuzione moderna, il volume totale di vendita di vini ha segnato un calo dell’1,1% rispetto al 2023, mentre i segmenti di qualità superiore continuano a crescere a valore: il consumatore tende a comprare meno, ma con maggiore attenzione alla selezione.

Il fuori casa racconta una storia analoga: le occasioni serali soffrono, con l’aperitivo in calo dell’1,9% in termini di presenze e la cena a -0,8% in volume, anche se i prezzi più alti compensano a valore. Meno consumatori, che spendono di più: una polarizzazione che esclude fasce di popolazione sempre più ampie dall’accesso ordinario al vino.

A questo si aggiunge una pressione culturale di segno opposto. Secondo le rilevazioni Cga by Niq, oltre un terzo dei consumatori italiani dichiara l’intenzione di moderare il consumo di alcolici nel corso dell’anno, con punte del 30% tra i 18 e i 34 anni.

Salutismo, attenzione alla spesa e riduzione delle occasioni serali fuori casa concorrono a ridisegnare la domanda in modo strutturale, non congiunturale.

La distribuzione come variabile critica: la posizione dell’Uci

Su questo quadro si innesta la denuncia della filiera produttiva su una variabile spesso rimasta fuori dal perimetro del dibattito pubblico: i ricarichi applicati dalla grande distribuzione e dal canale horeca sul prezzo finale al consumatore.

Non possiamo ignorare che da parte della grande distribuzione, soprattutto del canale horeca, vengono praticati ricarichi che incidono notevolmente sul costo finale dei prodotti – afferma Serpillocontribuendo in modo determinante alla contrazione dei consumi“.

È un punto di frizione rilevante: i produttori tengono i prezzi, ma il consumatore percepisce un vino sempre più costoso. La forbice si apre a valle della filiera, in un passaggio che rimane scarsamente trasparente per il consumatore finale.

I dati degli Stati Generali del Food & Beverage confermano che, nonostante l’inflazione nel canale horeca sia scesa, rimane comunque più alta rispetto alla grande distribuzione organizzata, con una crescente preferenza dei consumatori per i prodotti nei segmenti meno costosi del mercato – dinamica particolarmente evidente proprio nelle bevande alcoliche, dove vino, bollicine e spirits mostrano segnali di sofferenza.

Per Uci la risposta non può essere solo produttiva: “dobbiamo difendere il vino come prodotto agricolo di qualità, legato ai territori e alla dieta mediterranea, evitando che diventi un bene di lusso – dichiara SerpilloServe lavorare lungo tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, per garantire sostenibilità economica alle imprese agricole e prezzi equi per i consumatori“.

La proposta è articolata su tre assi: trasparenza lungo la filiera, sviluppo della filiera corta per ridurre i passaggi distributivi che amplificano i ricarichi e politiche pubbliche che tutelino simultaneamente produttori e consumatori.

Fondamentale quindi per Uci è sostenere i consumi interni e rafforzare il legame tra cittadini e produzione agricola nazionale; una connessione che il vino italiano ha costruito in secoli di cultura alimentare e che i numeri degli ultimi anni segnalano come fragile per la prima volta in modo strutturale.

Crediti immagine: Depositphotos

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