Chanel: gli Anni ’20 del ‘900 sono gli Anni ’20 di oggi
Stephanie Cavalli apre il défilé di Chanel autunno inverno 2026-27 e il tempo smette di funzionare nel modo consueto. Ultracinquantenne, musa eletta di Matthieu Blazy, cammina sotto il cielo stellato del Grand Palais con la stessa disinvoltura con cui si apre una finestra al mattino.
Nessun gesto eroico. Nessuna dichiarazione. Solo una donna che abita il proprio corpo come si abita una città che si conosce a memoria. Blazy ha capito una cosa che i suoi predecessori avevano accuratamente evitato di capire: il vero tradimento di Gabrielle Chanel non erano le trasparenze ostentate né i loghi moltiplicati per paura del silenzio, ma l’abbandono della sua attitudine fondamentale, che era iconoclasta, sovversiva, e strutturalmente allergica alla riverenza.
Chanel nasce nel punto esatto in cui il costume diventa tecnica della libertà. Gli anni ’20 del Novecento, l’età del jazz e delle grandi illusioni e delle grandi catastrofi, assomigliano agli anni ’20 che abitiamo con il medesimo senso di vertigine: promesse che arrivano insieme alle minacce, modernità che si presenta sempre in coppia con la sua ombra. Chanel era il laboratorio di quel passaggio. Blazy lo sa, e non finge di non saperlo.
Le organze tridimensionali, il tweed reso impalpabile, il jersey drappeggiato con fluidità pittorica, la seta che produce quel dolce attrito sulla pelle: la sensualità viene dal peso perfettamente bilanciato di una giacca dal taglio ingegneristico, dalla morbidezza di un filato che accompagna il passo veloce. Aggiorna il concetto di eleganza di oggi.
Frange, tuniche ricamate, linee sciolte e scivolate, la vita bassa sulle gonne a pieghe, i tailleur di Mademoiselle rivisti nelle proporzioni ma sempre funzionali, i colori acquerellati. Una femminilità risolta, intellettuale, fieramente adulta.

Un look della sfilata A/I 2026-27 di Chanel.
Il finale è un abito nero in jersey. Semplicissimo, sotto le gru al neon simbolo di ricostruzione di un marchio. Come se tutto il lusso del mondo, alla fine, convergesse verso quella cosa strana e necessaria che è l’essenziale. Mirabile.
Amica ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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