Cosa c’è da imparare e cosa no dalla marcia indietro di Trump

In quello che ormai possiamo classificare solo come un caso di violenza senile, ieri Donald Trump ha prima solennemente ribadito, nel suo discorso alla platea del World Economic Forum di Davos, che gli Stati Uniti dovevano avere la Groenlandia, come loro proprietà, «perché serve la proprietà per difenderla, non si può difendere un territorio in affitto», e poi annunciato di aver trovato un ottimo accordo sulla questione con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, senza più far parola né di proprietà né di annessioni.
Nel suo discorso del pomeriggio dichiarava minacciosamente che «nessuna nazione è in grado di mettere in sicurezza la Groenlandia se non gli Stati Uniti, siamo una grande potenza, molto più grande di quanto la gente capisca, lo hanno scoperto due settimane fa in Venezuela», e poche ore dopo chiariva che in ragione dell’ottimo accordo raggiunto non sarebbero più scattati i dazi che aveva promesso ai paesi europei schierati a sostegno della Danimarca.
Trattandosi di due posizioni diametralmente opposte, come spesso accade con Trump, ognuno può scegliere quella che preferisce e sostenere con buoni argomenti che i fatti gli abbiano dato ragione. Così, dopo un lungo e imbarazzato silenzio, dopo avere prima ventilato e poi smentito la possibilità di un incontro a Davos, Giorgia Meloni si è precipitata a cantare vittoria per l’intesa annunciata, subito ascritta a merito di chi, come lei, sin dall’inizio ha spinto per il dialogo. Vedremo come finirà l’assurda vicenda groenlandese.
Per ora, non è affatto da escludere che Trump abbia fatto marcia indietro dinanzi al crollo dei mercati, pronto a tornare alla carica non appena le acque si siano calmate, esattamente come ha già fatto nella lunga partita dei dazi, dopo il cosiddetto Liberation Day, e proprio grazie all’attiva collaborazione, in Europa, del partito del dialogo. Ma se davvero Trump questa volta dovesse suonare la ritirata e piantarla con le sue deliranti pretese annessionistiche, il motivo sarebbe esattamente il contrario di quel che dice il nostro governo, e ne andrebbe dato merito agli europei e a tutti i leader dell’occidente democratico – penso anzitutto al canadese Mark Carney – che hanno avuto il coraggio e la lucidità per opporglisi con la necessaria fermezza, insieme ovviamente alla summenzionata pressione dei mercati (ma senza quelle prese di posizione, non è scontato che i mercati avrebbero reagito allo stesso modo).
Non vorrei però che la fretta di celebrare l’apparente lieto fine distogliesse la nostra attenzione dalle drammatiche ore che hanno preceduto quest’esito. Non credo dovremmo dimenticare che nel suo interminabile, sconnesso, delirante discorso al World Economic Forum, Trump si è rivolto ai danesi, ai vertici dell’Ue e in fondo a tutti noi con un tono a metà tra quello di Don Vito Corleone nel Padrino e quello di Benito Mussolini nel celebre discorso del bivacco.
Da un lato la classica offerta che non si può rifiutare: «Ora quello che chiedo è solo un pezzo di ghiaccio, freddo e mal posizionato, che però può avere un ruolo vitale nella pace mondiale e nella protezione globale… Hanno una scelta: dire sì e noi saremo molto riconoscenti, oppure dire no e noi ce ne ricorderemo».
Dall’altro quello che molti osservatori hanno segnalato subito, sulle prime avrei detto persino frettolosamente, come un passo indietro: «Probabilmente non otterremo nulla a meno che io non decida di usare una forza eccessiva, che ci renderebbe, francamente, inarrestabili. Ma non lo farò. Ok? Ora tutti dicono “oh, bene”. Probabilmente questa è stata la mia dichiarazione più importante, perché la gente pensava che avrei usato la forza. Non sono obbligato a usare la forza, non voglio usare la forza, non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia».
Una formula retorica che suggerirei di confrontare con la seguente: «Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto». Chissà se anche allora qualche giornale titolò: Mussolini esclude l’uso della forza. Certo non sarebbe stata una previsione azzeccata. Se lo sarà in questo caso credo dipenderà soprattutto da come l’Unione europea sarà capace di rispondere, d’ora in avanti, a richieste, provocazioni e ricatti di Trump. In poche parole, se al modo di Carney e Macron, o al modo di Meloni e Tajani.
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