La lista Vannacci e il sovranismo italiano messo in crisi dal trumpismo imperiale

Gen 22, 2026 - 17:30
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La lista Vannacci e il sovranismo italiano messo in crisi dal trumpismo imperiale

Non ne sentiamo parlare al TG1 e, in generale, alla Rai: ma la destra non sta bene. Rischia di smottare. Un sassetto, poi un altro e un altro ancora: la terra trema. Piccoli bradisismi, e sarà sempre peggio in vista delle elezioni. L’epicentro non è difficile da localizzare: la Lega. Il fenomeno sismico ha un nome e un cognome, quello di Roberto Vannacci. Il timore che il generale presenti una sua lista fuori dal centrodestra suggerisce agli strateghi della coalizione meloniana di fissare lo sbarramento al quattro per cento, mentre sinora si era parlato del tre, una soglia abbordabile per Carlo Calenda, e dunque di gran disturbo al campo largo.

Il quattro per cento, per Vannacci, sarebbe una montagna difficile da scalare anche per un personaggio atletico come lui. Ora, se una ipotetica lista Decima, potrebbe esserne il nome, tratto dalla da lui esaltata Decima Mas, dovesse correre da sola per intercettare il voto fascistoide, intimamente eversivo e antieuropeo, per Giorgia Meloni e per l’architettura già fragile del centrodestra sarebbe una notizia pessima.

Perché quel voto non nasce dal nulla: verrebbe sottratto a Matteo Salvini e anche a Meloni. Ma il problema dello spettro vannacciano, seppure di tipo diverso, non scomparirebbe nemmeno nell’ipotesi di una Decima coalizzata con Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Anzi.

Anche un bottino elettorale apparentemente marginale – un tre, un quattro per cento – potrebbe produrre effetti politici seri, perché è evidente che la Lega, già in affanno, rischierebbe un tracollo ulteriore. E la presenza di una lista super-reazionaria potrebbe far scappare gli elettori più moderati verso altri lidi, forse proprio Azione, indebolendo l’intero perimetro del centrodestra.

Ma sotto la superficie elettorale c’è qualcosa di più profondo. Nella destra italiana regna un’incertezza mai vista sul piano delle idee, dell’identità, della visione del mondo. Meloni è il prodotto, e insieme il sintomo, di questo gigantesco spaesamento ideologico ma lei, politica di professione, non si espone più di tanto, preferendo il nulla.

Salvini, invece, appare sempre più fuori contesto. Non capisce fino in fondo cosa stia accadendo con l’irruzione del trumpismo imperiale e forse, senza nemmeno rendersene conto, sta mollando quella bandiera sovranista su cui ha costruito la sua strategia politica negli ultimi dieci anni. Perché il trumpismo non è il sovranismo. È il suo contrario. Lo nega, lo stritola. È la riflessione che stanno facendo i sovranisti europei, a prima vista stranamente ostili al padrone della Casa Bianca.

Jordan Bardella (RN), Alice Weidel (AfD) e Nigel Farage (Reform UK) si sono schierati contro l’annessione della Groenlandia e i dazi. Lo hanno fatto in nome del sovranismo e del nazionalismo. Anche il premier del Belgio, Bart De Wever, che pure appartiene all’ECR, la famiglia politica di Meloni in Ue, a Davos ha criticato duramente Trump, chiedendo fermezza all’Europa contro i dazi e a tutela del commercio.

Il leader dell’estrema destra tedesca, Tino Chrupalla, ha attaccato Trump accusandolo di politiche imperiali e da Far West. Qui si torna a Vannacci. Se la bandiera sovranista dei Patrioti dovesse essere scippata dal generale livornese al ministro dei Trasporti, per quest’ultimo sarebbe un colpo alla sua presa sulla destra italiana, determinandone potenzialmente un ulteriore ridimensionamento elettorale. Forse mortale.

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Redazione Redazione Eventi e News