Il Max Mara Art Prize for Women diventa nomade
Cecilia Alemani, curatrice di fama internazionale, guiderà il nuovo corso nomade del Max Mara Art Prize for Women. Il premio biennale, nato nel 2005 in collaborazione con Whitechapel Gallery di Londra, è stato il primo dedicato specificamente alle artiste emergenti. Sin dall’inizio, l’iniziativa si è distinta per una formula insolita: invece di un assegno immediato, offriva tempo e spazio: una residenza di sei mesi in Italia perché le vincitrici potessero sviluppare un progetto artistico.

Collezione Maramotti, Ingresso lato Est. Ph. Bruno Cattani.
Luigi Maramotti, presidente di Max Mara Fashion Group, ne rivendica ancora oggi lo spirito pionieristico: «Nel 2005 Max Mara istituì il Max Mara Art Prize for Women in continuità con i propri valori fondanti: sostenere le donne e il loro processo di emancipazione… Sviluppare un premio che consentisse alle artiste di esprimere appieno le proprie potenzialità è stato, allora, un atto pionieristico». Parole che riflettono la vocazione di Max Mara, maison nota per vestire le donne con eleganza sobria e per una forza lavoro composta al 70% da dipendenti donne. In un certo senso, il premio d’arte è la naturale estensione culturale di questi principi: un investimento sistematico nel talento femminile, promosso da un’azienda di moda che crea abiti solo per donne e crede da sempre nel loro empowerment creativo.
Dopo vent’anni di crescita e otto edizioni realizzate con successo nel Regno Unito, il premio cambia pelle e allarga gli orizzonti. «Considerando gli importanti risultati ottenuti nella scena artistica britannica, sono assolutamente convinto della strada che Max Mara e Collezione Maramotti stanno intraprendendo» ha dichiarato Maramotti, sottolineando come aprirsi al mondo renderà il premio un trampolino di lancio ancora più efficace per artiste provenienti da culture ben oltre l’Europa. Nasce così la decima edizione (2025–2027), che sarà girovaga per definizione: ogni ciclo si svolgerà in un paese diverso, in partnership con un’istituzione locale. Cecilia Alemani (già direttrice artistica della High Line Art di New York e curatrice della Biennale di Venezia 2022) individuerà di volta in volta il paese e il museo ospite di ciascuna edizione. Si parte dall’Indonesia: il Museum Macan di Giacarta sarà il partner internazionale per il 2025–27, portando per la prima volta il premio fuori dai confini europei.
Diplomazia culturale in chiave femminile
Il nuovo corso del Max Mara Art Prize for Women è un vero progetto di diplomazia culturale al femminile. Cecilia Alemani sottolinea come questa evoluzione itinerante trasformi il premio in uno strumento di dialogo internazionale: «Con il suo nuovo corso globale e itinerante, il Premio si evolve in un vero e proprio strumento di diplomazia culturale e dialogo internazionale. Aprire questa decima edizione al mondo, e in particolare all’Indonesia e al Macan, non è solo un’espansione geografica, ma una chiara presa di posizione: l’innovazione artistica oggi non è più un monopolio occidentale». Parole forti, che riecheggiano il messaggio di tante pioniere del femminismo nell’arte. Già nel 1971 la storica Linda Nochlin scuoteva il mondo accademico spiegando che la mancanza di artiste “grandi” nella storia non dipendeva da innate carenze femminili, ma da barriere sistemiche: «La colpa non è nelle stelle, nei nostri ormoni, nei nostri cicli mestruali o nei nostri spazi interni vuoti, ma nelle nostre istituzioni e nella nostra educazione» scriveva Nochlin.
Oggi iniziative come il Max Mara Art Prize mirano a invertire finalmente la rotta. In effetti, i dati restano eloquenti: ancora nel 1989 il collettivo Guerrilla Girls denunciava che meno del 5% degli artisti esposti nelle sezioni di Arte Moderna del Met Museum erano donne, a fronte di un 85% di nudi femminili tra le opere. Una disparità paradossale, che solo da pochi anni le grandi istituzioni hanno iniziato a sanare. In questo contesto, l’intuizione di Max Mara e Whitechapel Gallery nel 2005 è stata tempestiva. Iwona Blazwick, allora direttrice del Whitechapel, concepì il premio insieme a Maramotti ispirandosi all’idea tutta settecentesca del Grand Tour, ma declinata al femminile. Se nel XVIII secolo erano i giovani aristocratici a viaggiare in Italia per perfezionarsi, il Max Mara Prize offre alle giovani artiste contemporanee un viaggio di ricerca nella culla dell’arte europea: una “stanza tutta per sé”, per dirla con Virginia Woolf, con borse di studio, atelier e contatti professionali. Durante la residenza l’artista sviluppa un’opera che verrà esposta in una mostra personale prima presso l’istituzione partner (finora Whitechapel, ora il museo estero di turno) e poi alla Collezione Maramotti, entrando a far parte della collezione permanente. Questa formula, unica nel panorama dei premi d’arte, è stata lodata dalle stesse protagoniste: «Aver avuto il tempo di sviluppare un progetto con la massima ambizione, e poi una grande visibilità, è stata un’opportunità straordinaria», ha dichiarato per esempio Emma Talbot, ottava vincitrice, che dopo il premio si è persino trasferita stabilmente a Reggio Emilia.

Museo MACAN, Jakarta, 2025. Image courtesy of Museum MACAN
Un premio all’insegna di donne, moda e arte
Nove vincitrici hanno illuminato i primi vent’anni del Max Mara Art Prize for Women, e molte sono oggi figure di spicco dell’arte contemporanea. Basti citare Laure Prouvost, vincitrice nel 2011, che due anni dopo conquistò anche il Turner Prize diventando un nome internazionale; o Helen Cammock, premiata nel 2018, che condivide con Prouvost il singolare destino di avere trionfato al Turner l’anno successivo alla residenza italiana. Altre laureate hanno intrapreso percorsi di ricerca originalissimi grazie al premio: Andrea Büttner (edizione 2011) trascorse la sua residenza tra monasteri di Assisi e Biella, esplorando i legami tra la rinuncia ai beni materiali e l’estetica poverista; Emma Hart (edizione 2017) si immerse nell’arte della ceramica a Faenza, creando sculture vibranti con la guida dei maestri figulini locali.
In occasione del ventennale, lo scorso anno Max Mara ha celebrato queste artiste con la mostra Time for Women! a Palazzo Strozzi di Firenze, riunendo le opere delle nove vincitrici dal 2005 a oggi. «Sebbene ciascuna abbia lavorato in modo indipendente, esistono fili conduttori comuni che uniscono tutti i progetti» ha osservato Sara Piccinini, direttrice della Collezione Maramotti: temi come “l’esplorazione della storia e della memoria, l’etica, l’esperienza vissuta delle donne” ricorrono nelle opere premiate, tracciando un potente affresco dell’immaginario femminile contemporaneo. In un panorama dell’arte che per troppo tempo ha ignorato queste voci, un simile pozzo di ispirazione era rimasto inesplorato ma non inesauribile, come dimostra il successo della rassegna.

Ritratto Cecilia Alemani – curatrice Max Mara Art Prize for Women
Perché l’Indonesia? Uno sguardo sull’espressività globale
La scelta dell’Indonesia come prima tappa extraeuropea del Max Mara Art Prize for Women può sorprendere i più distratti, ma risulta naturale a chi osserva le dinamiche recenti dell’arte globale. Con oltre 270 milioni di abitanti, l’Indonesia è la quarta nazione più popolosa al mondo e da anni esprime una scena artistica vibrante, ancora poco conosciuta dal pubblico occidentale.
Il Museum Macan, fondato nel 2017, è l’unico grande museo d’arte contemporanea indonesiano. In pochi anni è diventato un punto di riferimento in Asia: ospita mostre di star internazionali ma soprattutto valorizza gli artisti del Sud-est asiatico, facendoli dialogare con il pubblico globale. «L’innovazione artistica oggi non è più monopolio dell’Occidente», ha dichiarato Alemani: portare il Max Mara Prize a Giacarta significa riconoscere che nuovi centri culturali stanno emergendo. Significa anche costruire ponti tra continenti: la giuria di questa decima edizione, presieduta dalla stessa Alemani, include personalità come Venus Lau, direttrice del Museum MAacan, l’artista Melati Suryodarmo e altre professioniste attive tra Asia e Occidente. Insieme, selezioneranno un’artista a cui offrire un’esperienza: sei mesi immersa nell’ambiente artistico italiano, per «espandere le relazioni e adottare metodi di lavoro che potrebbero non essere ancora comuni a livello locale», come ha sottolineato Venus Lau parlando dell’impatto positivo che il premio avrà anche sull’ecosistema artistico indonesiano. In fondo, è proprio questa la forza del progetto: l’arte viaggia, contaminandosi e arricchendosi ad ogni latitudine. Nomade non è solo il premio, ma l’ispirazione stessa. «In un’epoca di frammentazione, il Max Mara Art Prize for Women si impegna a costruire connessioni solide e durature, essenziali non solo per l’espansione delle singole carriere, ma per la crescita e la ridefinizione dell’intero ecosistema dell’arte contemporanea» ribadisce Alemani. Se il viaggio era un tempo prerogativa di pochi, oggi diventa la chiave per aprire l’arte a pluralità di sguardi. Il Max Mara Art Prize for Women, con il suo zaino carico di sogni, cultura e ironia, parte per nuovi mondi. E c’è da scommettere che il panorama dell’arte contemporanea, al suo ritorno, non sarà più lo stesso.
The post Il Max Mara Art Prize for Women diventa nomade appeared first on Amica.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




