Emanuela Orlandi, ciò che non torna nella versione del “pentito” Marco Fassoni Accetti

Febbraio 23, 2026 - 14:30
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Emanuela Orlandi, ciò che non torna nella versione del “pentito” Marco Fassoni Accetti

Come è ben noto, Marco Accetti è il fotografo romano che nell’aprile del 2013 si è dichiarato reo confesso della scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. A suo dire le due ragazze erano ognuna consenziente per motivi diversi a scomparire per un breve periodo. La scomparsa sarebbe servita a una fazione vaticana – favorevole a Papa Wojtyla e della quale Accetti sosteneva di far parte –  per mettere in difficoltà la fazione avversa contraria all’operato di  Wojtyla.  Il tutto spiegato in un memoriale autobiografico di quasi 50 pagine, consegnato e segretato dalla Procura di Roma nel 2014, in seguito ampliato e consegnato al giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Peronaci per farne la base del libro Il ganglio. Titolo che vuole essere un sinonimo di fazione: il ganglio nelle “rivelazioni” di Accetti non è altro che la fazione  vaticana nella quale Accetti sosteneva di far parte.

Che Accetti menta, almeno per quanto riguarda  la scomparsa della Orlandi, lo si ricava dalla prima di  alcune frasi di pagina 15 del suo memoriale. Frasi che aprono il paragrafo intitolato L’imprenditore, intitolato cioè con il soprannome scelto da Accetti per definire Enrico De Pedis, morto incensurato e senza carichi pendenti, assolto in via definitiva in tutti i suoi processi eppure incredibilmente, e abusivamente, fatto diventare a furor di popolo giornalistico capo o almeno boss della famosa Banda della Magliana. Banda peraltro mai esistita come tale, cioè come associazione unitaria, ma nome utilizzato con grande successo  dai mass media per indicare la malavita romana in blocco e le sue varie bande e associazioni a delinquere come fossero un unsieme unico.

Per smascherare Accetti bastano 16 parole: quelle della prima delle seguenti frasi: “Sapemmo che si sospettava il signor De Pedis come mandante dell’omicidio dell’avvocato civilista Pecorelli. Facemmo credere che il sig. De Pedis fece eseguire questo omicidio per corrispondere gli interessi di Mons. Marcinkus, in quanto l’avvocato, in una sua pubblicazione presso la rivista Osservatorio Politico, aveva inserito il nome del Monsignore in una presunta lista di ecclesiastici iscritti alla massoneria”.

Che negli organismi investigativi e dintorni si sospettasse “il signor De Pedis come mandante dell’uccisione dell’avvocato civilista Pecorelli” è semplicemente impossibile. Da tempo infatti, per l’esattezza dal 1994, la magistratura e gli organi di polizia conoscevano le intercettazioni realizzate quell’anno in carcere dei dialoghi tra Antonio Mancini, malavitoso pluriomicida che millanterà di essere stato un “capo della banda della Magliana”, e la sua compagna Fabiola Moretti. Intercettazioni e dialoghi da me ampliamente pubblicati. Nelle intercettazioni si sente Mancini che insiste a tentare di convincere Moretti a spacciarsi entrambi per pentiti inventandosi che De Pedis, ormai morto e quindi non più in grado di difendersi, aveva ucciso o fatto uccidere Pecorelli per fare un favore a Giulio Andreotti, potentissimo uomo politico democristiano più volte ministro e capo del governo.

marco fassoni accetti
Emanuela Orlandi, ciò che non torna nella versione del “pentito” Marco Fassoni Accetti (foto dal web) – Blitz quotidiano

Mancini lusinga e tenta di convincere Moretti facendole notare che come pentiti avrebbero goduto di “uno stipendio di cinque milioni di lire a testa, una casa gratis, con tutte le bollette di luce, acqua e gas pagate”. A un certo punto cerca di impetosirla supplicandola senza ritegno: “Io non ce posso sta’ in mezzo a ‘sta merda, se me voi salva’, levame da ‘sta merda… Ma no lo vedi che ho fatto 30 anni de galera?”.

Ma come è nata in Mancini l’idea di accusare De Pedis dell’uccisione di Pecorelli, avvenuta a Roma il 20 marzo 1979? È una storia semplice e molto interessante. Vediamola.

De Pedis come suo difensore aveva l’avvocato Vilfredo Vitalone, fratello dell’ex magistrato Claudio Vitalone diventato il pupillo di Andreotti a Roma, al punto che questi lo fece eleggere senatore. Pecorelli con la sua rivista Opinione Pubblica, meglio nota con la sigla OP, attaccava da tempo Andreotti e minacciava di pubblicare un’inchiesta intitolata “Tutti gli assegni del presidente” che indicava Andreotti come complice di una enorme truffa finanziaria messa a segno dall’imprenditore chimico Angelo Nino Rovelli. Il tentativo di riappacificazione con una cena al ristorante romano Famiglia Piemonteisa si concluse con un nulla di fatto: Pecorelli rifiutò senza tentennamenti le richieste di Andreotti di desistere dai suoi intenti.

Ecco quindi spiegato perché Mancini si è inventato la storia che voleva far confermare dalla Moretti, che però rifiutò anche perché lei di De Pedis non sapeva assolutamente nulla, neppure lo conosceva.

Stando così le cose, la “rivelazione” di Accetti – “Sapemmo che si sospettava il signor De Pedis come mandante dell’omicidio dell’avvocato civilista Pecorelli”  – è semplicemente assurda.

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