L’Ue soffre di un deficit emotivo che la rende vulnerabile al nazionalismo sovranista

Il convegno “Il nazionalismo americano e la reazione europea”, tenutosi martedì alla Camera dei Deputati e organizzato su iniziativa della vicepresidente della Camera Anna Ascani, ha visto discutere in maniera piuttosto dinamica e vivace Romano Prodi, ex premier e presidente della Commissione europea, e il professor Sergio Fabbrini, partendo dal volume di quest’ultimo “Nazionalismo 2.0 – La sfida sovranista all’Europa integrata” (Mondadori Università) – libro volto a indagare lo svuotamento dall’interno dell’Ue da parte di quelle forze e di quei leader nazionalisti che minano e bloccano il cammino di integrazione.
Un aspetto molto stimolante e profondo emerso dall’agile conversazione è stato quello del profilo emotivo da ricercare per l’Unione, riconosciuto come chiave dei futuri processi integrativi, ancor prima delle elaborazioni tecniche e creative verso la necessità del federalismo pragmatico. All’Ue mancano infatti persistentemente motivazioni e dimensioni emotivo-“sentimentali”, capaci di agire da fulcro di riflessione e azione nelle menti delle opinioni pubbliche dei 27.
Se è vero che istinto ed enfasi sulle pance rimangono pericolosi, non vanno allo stesso tempo del tutto rifiutati, in uno schema di contrasto efficace al sovranismo identitario – vero freno dei salti in avanti verso autonomia strategica e proiezione globale comunitaria. Il senso della sofferenza creato dalle degenerazioni nazionaliste non è oggi percepito, probabilmente a causa di quel benessere ampio e sparso ormai in tutto il Continente, che continua a vedere la catastrofe massima della guerra come lontana, sebbene la si abbia alle porte di casa propria.
O meglio, il significato delle guerre che si osservano non è pienamente afferrato, perché il disturbante assenteismo di memoria determina che, senza viverle, non si coglie nemmeno il portato tangibile di miseria e dramma effettivo da queste determinato. Nell’estesa incapacità di intercettare le mostruosità di un’Europa delle nazioni, non esiste ugualmente una Ue in grado di generare entusiasmo diffuso.
Siamo certamente davanti a un problema di leadership nelle classi dirigenti, che troppo spesso identificano, in una errata sovrapposizione, sentita autorevolezza e carisma percepito con populismi da demagogo, esclusivi ed escludenti, figli delle proprie gelosie. Prima dei processi comunitari e della cittadinanza europea presa nella sua interezza, è evidente che dovrà sussistere in ogni caso un fondamento di natura nazionale da prendere a modello per ogni Stato membro – una proposta nazionale, insomma, che dovrà essere primariamente di radice europeista e quindi razionale.
Per quel che riguarda l’Italia, viene da chiedersi chi potrà in prospettiva rappresentare e/o incanalare una nuova e dovuta ondata sentimentale nel mercato elettorale. Ciò non significa trasformare la dinamica in pura battaglia ideale, anzi: vuol dire piuttosto cercare una convergenza di fondo sul fatto che l’europeismo possa agire in prospettiva da linea direttrice della politica interna ed estera di un Paese, regalando maggiore rilevanza sul piano internazionale.
Questa alternativa razionale sembra oggi possibile, nella sua elaborazione italiana, tramite un centrosinistra guidato da un Pd da rivoluzionare, che sia mosso da consapevole riformismo, rispondente alla chiamata delle esigenze della storia. Il Pd è infatti il vero grande partito italiano che nasce dentro l’orizzonte dell’europeismo, attraverso la sintesi delle culture politiche che l’Europa l’hanno forgiata.
La vocazione del centrosinistra resta però al momento ancorata a segmentazioni anch’esse identitarie, inidonee ad includere realmente, che citano un non meglio precisato europeismo svolazzante in maniera vaga, indicando con ciò priorità, tra le varie anime, anche molto distanti. Se il processo non sarà portato a compimento, resta solamente aggrapparsi alla creazione di un nuovo centro europeista.
Prima delle pur dovute leadership, le precondizioni per un risultato non trascurabile di questo centro passano e passerebbero da quelle che saranno le regole del gioco, e quindi da un ritorno al proporzionale che possa rompere l’attuale bipolarismo. Oltre, ovviamente, alla genesi di un soggetto unito e unitario, con struttura e da temi e posizioni forti – ma non a scapito della complessità. L’assenza di idee forti dentro il solco del pensiero europeista causerebbe una mancata generazione di massa critica, e quest’ultima a risultati piuttosto trascurabili.
A guardare i dati più recenti sulla portata di europeismo tra gli italiani, un cauto ma positivo ottimismo prende la scena: è pur vero che le rilevazioni paiono guidate da motivazioni più opportunistiche e strumentali che da reale trasporto – come il forgiarsi nelle crisi dell’Ue, d’altro canto, insegna.
L’ultimo sondaggio di Eurobarometro, condotto a novembre 2025 e pubblicato a inizio mese, evidenzia che gli italiani sono più preoccupati della media dei cittadini europei riguardo alla situazione internazionale, rivelandosi, in risposta, anche più europeisti – ritenendo quindi che gli Stati membri debbano unirsi maggiormente nel tutelarsi dalle minacce globali.
Ancora, secondo un’analisi pubblicata da SWG, sempre questo mese, un italiano su due sostiene la proposta del federalismo pragmatico caldeggiata da Mario Draghi – con meno di uno su quattro che sarebbe contrario. Soffermandoci e tornando all’intero scacchiere continentale, un precedente sondaggio di giugno 2025 di Eurobarometro rileva che il 52% degli europei nutre fiducia verso l’Unione – il livello più alto degli ultimi 18 anni, mostrando quella dei giovani come la fetta più entusiasta.
Dati certamente buoni, ma non sufficienti, restando forte l’asettica presa di occorrente urgenza nelle valutazioni. Si tratta comunque di un ottimo inizio da percorrere nella preparazione di quel flusso sentimentale tutto da sviluppare, sperando soprattutto che i più giovani continuino a coltivare attrazione e impulso europeisti, distinguendosi nel futuro prossimo e rendendosi in grado di disegnare e fare finalmente l’Europa.
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