La sinistra sogna la remuntada al referendum, ma rischia di schiantarsi alla resa dei conti

La sinistra ha il difetto di eccitarsi, che è speculare al difetto di deprimersi. Adesso sente un’aria buona a favore del No, la remuntada è ritenuta lì a un passo. E commette l’errore politico e comunicativo di chiamare il popolo all’assalto finale alla fortezza di Giorgia Meloni. È sorprendente che a suonare la carica sia Dario Franceschini con l’intervista davvero poco mattarelliana al Domani. Toni altissimi. Proprio da lui, che viene dalla scuola dei dosatori di toni, degli equilibrismi lessicali, dei tessitori pazienti. Proprio da lui che conosce la differenza tra mobilitare e spaventare. Tra allargare il consenso e compattare l’avversario.
Perché c’è un dato che la sinistra finge di non vedere: il popolo silenzioso che tre anni e mezzo fa consegnò Palazzo Chigi alla destra non è evaporato. È lì. Non parla molto. Non scende in piazza. Ma vota. E quando percepisce un clima da resa dei conti, da referendum trasformato in giudizio universale sul governo, tende a stringersi attorno a chi considera assediato.
Ora, l’appello a una specie di 25 aprile – perché la previsione è che se vincesse il Sì «loro non si fermerebbero più» – rischia paradossalmente di mobilitare quel popolo silenzioso. C’è da chiedersi insomma a chi giovi infuocare la partita referendaria. Tenendo conto che questo clima positivo per il No è cresciuto proprio per l’esatto contrario, e cioè perché i suoi sostenitori non hanno gridato al fascismo ma semmai argomentando le ragioni di merito.
È stata, ed è ogni giorno di più, Meloni ad accendere gli animi: perché inseguirla sul suo suo terreno? E bisogna anche interrogarsi su un altro aspetto. Messa la questione come un giudizio di Dio sul governo, se il 23 marzo dovesse prevalere il Sì, a quel punto, proprio assumendo l’impostazione franceschiniana, la premier sarebbe autorizzata davvero a leggere quel risultato come un via libera per qualunque cosa. Per i «pieni poteri» che Franceschini indica come obiettivo della presidente del Consiglio. Non escludendo, in questo quadro, le elezioni anticipate. Forte di una vittoria decisiva contro una sinistra che non potrebbe non accusare il colpo di un’ennesima sconfitta che verrebbe imputata anche ai toni da 25 aprile usati dai massimi dirigenti del Pd e inevitabilmente a Elly Schlein. Con ricadute imprevedibili nella già non scontata corsa alla leadership: almeno secondo diversi sondaggi Giuseppe Conte la batte: e forse anche perché in questa fase strilla meno.
L’errore della sinistra potrebbe dunque rompere quella inerzia silenziosa che sta facendo volare i No contro l’improduttività del governo innestando una drammatizzazione che conviene solo alla premier. Evidentemente la lezione della gioiosa macchina da guerra sicura di vincere e che poi si schiantò non ha insegnato nulla. Eppure all’epoca Dario Franceschini già c’era.
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