La risposta assoluta di Eileen Gu, e il vizio moderno di non rinunciare a rimuginare

Verso la fine di “Steve Jobs”, il film, la figlia fa a Jobs un cazziatone che spazia dal suo essere stato un padre di merda al fatto che i verbi reggono avverbi e quindi «think different» è sbagliato, dovrebbe esserci scritto «differently», alla somiglianza tra l’iMac, quel meraviglioso giocattolone colorato di quegli anni, e il Dolceforno.
Aaron Sorkin, lo sceneggiatore del film, raccontò che Lisa Brennan-Jobs, la figlia in questione, vide il film e gli disse commossa che avrebbe tanto voluto essere capace di dire quelle cose in quel modo a suo padre. Sorkin le dovette spiegare che nella vita è difficile avere la prontezza di dire cose emotive ma spiritose, feroci ma affettuose: non c’è uno sceneggiatore che ti abbia limato le parole per sei mesi.
Da “Steve Jobs” sono passati dieci anni e qualche mese, e io ho l’impressione che questa storiella qui, che pareva un aneddoto minore a margine d’un film non particolarmente riuscito, abbia riempito gli ultimi dieci anni più di quanto potessimo prevedere, anche grazie a quel passatempo per allocchi che è stato il MeToo: il rimpianto per la mancata risposta pronta è diventato la ferita che accomuna le masse.
Quasi nessuno ha la risposta pronta, neppure quelli con doti dialettiche più spiccate ce l’hanno tutte le volte. C’è una ragione se esiste l’espressione «esprit de l’escalier», ovvero la risposta giusta che ti viene in mente solo quando sei sulle scale e te ne stai andando, solo quando non conta più niente, solo quando ormai è tardi.
Ricordo anni fa una tavolata con alcune delle persone più brillanti che ci siano in circolazione, e tutte dicevano che certo: quando torni a casa la sera pensi sempre «ma perché cazzo ho detto quella cosa», «ma che figura da fesso», «ma avrei dovuto rispondere così». La vita è quel che accade tra una risposta che ti viene in mente troppo tardi, ormai sulla strada di casa, e l’altra.
«Se penso a cosa ho visto complicare in modo particolarmente feroce e stupido la vita degli umani, ho ben presente la loro tendenza ad attribuire una gravità altissima a quelle circostanze in cui, per incuria personale, ingerenza del caso o iniziativa altrui, ci si trova a dover rinunciare a qualcosa», scriveva Baricco qualche anno fa. Mi sembra un’ottima sintesi degli ultimi anni, in cui tutto ciò che non eravamo riusciti ad avere – l’ultima parola, la prontezza di spirito, la capacità di capire che in una certa situazione non era il caso di infilarsi, la telefonata del giorno dopo di uno con cui eravamo andate a letto – ci sembrava diventasse una voragine inaccettabile, una mancanza da riscattare.
C’è stato un momento, abbastanza all’inizio del MeToo, in cui le persone intelligenti hanno capito che quel movimento non era quel che avevamo deciso di fingere di credere fosse – la demolizione d’un sistema di prepotenze e abusi che inquinavano i luoghi di lavoro – quanto lo sfogatoio d’una strutturale incapacità di mettersela via. Della tendenza a rimuginare in eterno su qualunque ingiustizia percepita, rimuginio il cui protrarsi era facilitato dall’abitare noi nel satollo occidente privo di problemi veri e concreti.
Certo che è ingiusto che quello abbia fatto lo stronzo e noi ci siamo fatte trattare come delle scendiletto, ma è andata così: che cosa vogliamo ottenere, recriminando? Non sarebbe meglio mettersela via? Di nuovo Baricco, in quello stesso racconto: «La tendenza a sopravvalutare il valore delle ingiustizie e l’inclinazione a idolatrare la giustizia genera sofferenze immani, tra gli umani».
Eileen Gu è una ventiduenne che non avevo mai sentito nominare, è nata a San Francisco e scia per la Cina (fa una cosa che si chiama sci freestyle, che io non ho idea di cosa sia e immagino sia difficilissimo). Ha vinto due argenti, ma questo lo sapete anche se come me non avete visto un minuto di Olimpiadi, perché il video della conferenza stampa in cui le chiedono se quei due argenti siano due ori mancati è ovunque. Prima, ride in faccia al povero giornalista. Ma non con sprezzo, con autentico divertimento (se non è autentico, è recitato benissimo). Poi, tra le risate risponde.
«Sono quella che ha vinto di più nella storia dello sci femminile, credo che questo risponda alla domanda. Vediamo come posso dirlo. Vincere una medaglia in una gara olimpica è un’esperienza che cambia la vita a qualunque atleta. Vincerle cinque volte è esponenzialmente più difficile, perché ogni medaglia è ugualmente difficile per me, ma le aspettative altrui crescono. Quindi questa delle due medaglie perdute, se posso essere sincera, penso proprio che sia una prospettiva ridicola. Sto esibendo il mio sci migliore, sto facendo cose che proprio letteralmente non erano mai state fatte, e quindi penso che sia più che abbastanza. Ma grazie per la domanda».
Tutto questo ve lo dovete immaginare detto con la più rilassata e divertita delle espressioni. Eileen Gu ha ventidue anni, l’età che aveva Lisa Brennan-Jobs quando suo padre inventò l’iPod, l’età che ha quell’alter ego cinematografico cui uno sceneggiatore ha donato la risposta pronta. Lei ce l’ha di suo: ci è nata, non è come nascere erede di Steve Jobs ma è un talento prezioso.
Gu è stata condivisa da tutte quelle che, invece di trovarsi un lavoro, stanno su Instagram a spiegare il femminismo come diritto alla dolenza e alla vittimizzazione perpetua. Si fossero trovate al posto di Eileen Gu, non avrebbero saputo rispondere così bene al tizio, e non devono sentirsi umiliate da questa mancanza: la risposta pronta è come l’orecchio assoluto, son più quelli che non ce l’hanno.
Si fossero trovate al posto di Gu, avrebbero balbettato qualcosa e poi avrebbero passato i successivi chissà quanti anni a dire che il giornalista le aveva umiliate in pubblico e che queste cose accadono solo alle donne. Ma non ce l’avrebbero davvero col giornalista, se non come liquido di contrasto che svela il loro non essere tra le felici poche con la risposta pronta.
Gu è tra l’altro particolarmente belloccia, oltre ad avere ventidue anni e quindi non moltissimo allenamento dialettico alle spalle: la combinazione tra essere fotogenica e avere un talento naturale per la risposta pronta le apre qualunque strada, se si stufa di sciare.
Non avrà mai, mai, mai il problema d’una così atroce mancanza di qualità da doversi ridurre ad accendersi la telecamera in faccia e dire alle follower che certo che siete tutte vittime, tutte geni incompresi che la società ostacola, tutte speciali ma vessate dal patriarcato tossico, e fate tutte benissimo a rimuginare su quella volta, sei anni fa, in cui il capufficio in riunione ha detto che la vostra idea era una cazzata e voi non avete avuto la prontezza di dirgli «saranno belle le idee tue». Rimuginarci è sanissimo, mi raccomando: non mettetevela via mai.
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