«I credenti hanno la responsabilità di convertirsi dalla rassegnazione alla fiducia»
Monsignor Delpini e il rabbino Arbib (foto Andrea Cherchi)«Occorre ribadire che coloro che credono in Dio hanno la responsabilità di custodire la speranza del mondo contro ogni tendenza alla disperazione, anche nella dimensione dell’accontentarsi. La responsabilità è dire e testimoniare che la radice per tutti è in tale benedizione. Per questo la 37esima Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (17 gennaio, ndr) e la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che inizia domenica prossima, non sono un adempimento devoto, ma un appello a custodire la speranza basata sulla promessa di Dio che non delude. Dunque, occorre convertirsi dalla rassegnazione alla fiducia». Così l’Arcivescovo ha concluso il suo intervento all’incontro presso il Museo diocesano “Carlo Maria Martini”, che accanto a rav Alfonso Arbib, Rabbino capo di Milano e Presidente dell’Assemblea rabbinica italiana, lo ha visto commentare il tema della Giornata: «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra», tratto da un versetto di Genesi-Bereshit 12,3.

Aperta da un breve saluto di monsignor Luca Bressan, Vicario episcopale e presidente della Commissione per l’Ecumenismo e il dialogo, la serata è stata moderata da padre Traian Valdman, presidente del Consiglio delle Chiese cristiane di Milano, promotore dell’iniziativa con l’Arcidiocesi. Presenti il diacono permanente Roberto Pagani, responsabile del Servizio diocesano, rappresentanti e ministri di diverse Confessioni, sacerdoti impegnati nel dialogo tra le fedi, e un folto pubblico, l’incontro – come indicato dalla Cei – è stato anche un’occasione preziosa per fare memoria della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate a 60 anni dalla sua promulgazione.

La Nostra Aetate
«Quattro paginette che non potevano, però, essere più rivoluzionarie – ha spiegato don Lorenzo Maggioni, docente presso l’Università Cattolica e l’Istituto superiore di Scienze religiose -. Nostra Aetate nasce dopo una gestazione complessa e si apre con un cappello introduttivo, poi con alcune pennellate sul senso dell’esperienza religiosa diversa dal Cristianesimo, arrivando a delineare un nuovo rapporto con la religione ebraica che esce dal paradigma esclusivista e apre il dialogo. Infine, l’ultimo paragrafo, richiamato da papa Francesco in Fratelli tutti, tratta della fraternità universale. Per capire bene il documento bisognerebbe approfondirlo in sinossi con altri del Concilio, in modo particolare con Unitatis Redintegratio – il decreto sull’ecumenismo -, Lumen Gentium e Gaudium et Spes. Tuttavia risulta immediatamente evidente, anche a una semplice lettura, tutta la sua portata nel sottolineare l’alleanza mai revocata di Dio con il popolo ebraico, la negazione della dottrina della sostituzione e di ogni ideologia antisemita e razzista».
E se la Dichiarazione ha origine in modo informale dalla felice conoscenza tra Jules Isaac e Giovanni XXIII, favorito da Maria Vingiani – ed è il «risultato di una buona e nuova stretta di mano», come scrive lo stesso Isaac raccontando il suo incontro con il “Papa buono” (moriranno entrambi nel 1963, prima della promulgazione) -, è indubbio che essa segni un vero e proprio cambiamento di rotta per la Chiesa, che lo ratifica con 2041 voti favorevoli, 88 contrari e 3 nulli.

La benedizione di Abramo
Dall’analisi del concetto di benedizione, così come è delineata nel versetto che dà il titolo alla Giornata, prende avvio l’intervento di Arbib: «Saranno benedette in te tutte le famiglie della terra può significare che sarà di benedizione la via che Abramo indica al mondo. Infatti, Abramo è il primo educatore, indicando, con il suo messaggio, il comportamento, i precetti indirizzati verso il rapporto con il prossimo. Altrimenti si può interpretare la benedizione di Abramo come uno stimolo a vivere la necessità umana di andare verso la santità e il bene». E ancora: «Abramo e la sua stirpe, il popolo ebraico, porteranno il bene nel mondo: in questo senso è di benedizione. Un’ultima interpretazione va alla radice della parola berakah, che vuole dire benedizione e che fa riferimento al ginocchio (al gesto dell’inginocchiarsi), ma anche a un tipo di innesto per cui da un ramo piegato e piantato a terra può nascere un nuovo albero».

Mettere fine al disprezzo
Da qui alcune considerazioni del Rabbino riguardanti il dialogo interreligioso: «Da un ramo si crea un altro albero, che non è lo stesso, anche se hanno la stessa radice. Questo dice che siamo diversi e averne la consapevolezza è fondamentale. Un secondo elemento è che la radice, però, è unica. Cosa succede se, invece di piegare il ramo e piantarlo, decido di tagliarlo? Non nasce niente. Il tentativo di tagliare la radice è stata devastante ed è all’origine dell’antigiudaismo».
«Isaac dice che dobbiamo mettere fine all’insegnamento del disprezzo, vedendo nell’altro qualcosa di spregevole. Così si crea ostilità che si trasforma facilmente in odio. Si supera questo con l’empatia, un tentativo di entrare in comunicazione, in primis, in modo emotivo e poi cercando di capire cosa pensano gli altri. Veniamo da due anni di esplosione di antisemitismo: non sempre come ebrei abbiamo sentito empatia, ma spero che ciò sia dietro le nostre spalle e che possiamo tornare a un cammino di empatia», termina Arbib, a cui fa eco l’Arcivescovo, chiedendo cosa significhi credere in Dio.

Credere in Dio
«Per prima cosa vuole dire fidarsi della sua promessa che implica la fede e la certezza che Dio si rivela. Noi non siamo autorizzati a costruire un’immagine di Dio secondo qualche nostra fantasia. Il Dio che si rivela ad Abramo si rivela come invito alla conversione». «Dunque – prosegue monignor Delpini -, mi pare che ciò valga per ogni esperienza di Dio: si tratta di cambiare il modo di vivere, di pensare, contrastando l’odio verso gli altri, l’antisemitismo, l’indifferenza, la presunzione di avere sempre ragione. Ciò ci predispone all’umiltà e non al giudizio verso gli altri».
Il richiamo è al messaggio dei Vescovi italiani per la Giornata, nel quale si parla appunto della conversione come di una forma per riconoscerci fratelli, con espressioni simili al corrispondente messaggio del Rabbinato italiano, che si impegna a riprendere un percorso di dialogo nei travagliati tempi che stiamo vivendo.
«La conversione che i Vescovi e i Rabbini desiderano ha il proposito del dialogo: non a caso, papa Leone XIV, celebrando l’anniversario di Nostra Aetate, dice che il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma è il riconoscere che siamo tutti dentro la benedizione di Abramo, vedendo in questo l’appartenenza a una fraternità universale. L’esperienza drammatica di questi anni pone la domanda se si possa ancora sperare, sperare che Dio operi nei cuori feriti, che ciò che è stato distrutto si possa ricostruire, che sia riconosciuto il diritto dei piccoli, dei poveri, delle vittime. La Settimana e la Giornata non sono un adempimento devoto, ma un appello a custodire la speranza basata sulla promessa di Dio che non delude. Dunque convertiamoci dalla rassegnazione alla fiducia».
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