Le azioni militari degli Usa nei Caraibi hanno provocato oltre 120 morti censiti

Gen 28, 2026 - 15:30
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Le azioni militari degli Usa nei Caraibi hanno provocato oltre 120 morti censiti

Mentre già s’intravedono i preparativi per aprire nuovi scenari di guerra – il più prossimo nell’area del Golfo Persico –, non si placano le proteste per le vittime causate durante le operazioni militari delle forze armate statunitensi compiute nell’area caraibica. Diverse famiglie delle vittime, infatti, hanno denunciato gli Stati Uniti per gli attacchi mortali compiuti contro piccole imbarcazioni al largo della costa venezuelana.

In particolare, i familiari di due uomini cittadini della “Repubblica di Trinidad e Tobago”, uccisi durante un attacco statunitense, compiuto ai danni di un’imbarcazione sospettata di essere coinvolta in traffico di droga, hanno intentato una causa contro il governo americano; infatti, i loro avvocati hanno presentato la richiesta presso il Tribunale Federale di Boston per conto dei parenti delle due vittime, Chad Joseph e Rishi Samaroo, che risultano nell’elenco delle dei sei uomini uccisi al largo della costa del Venezuela il 14 ottobre.

Riteniamo sia opportuno richiamare alla memoria dei lettori che gli Stati Uniti dallo scorso settembre hanno colpito almeno 36 imbarcazioni (da diporto e pesca) nei Caraibi e nel Pacifico orientale, causando più di 120 morti – stimati per difetto. L'amministrazione Trump, come abbiamo sentito ripetere decine di volte, ha sempre sostenuto di prendere di mira i "narco-terroristi che trasportano droghe che uccidono americani”.

Ricordiamo che nelle sedi internazionali queste operazioni prettamente militari, sono state presentate dagli Usa come “un conflitto armato non internazionale con i presunti trafficanti”; naturalmente, una pluralità di esperti di diritto internazionale sostengono che azioni simili si collocano al di fuori delle leggi che regolano i conflitti armati.

Qual è stato dunque il percorso giuridico intrapreso dai familiari di queste due vittime? La causa in questione è stata intentata ai sensi del Dohsa ha (Death on the High Seas Act), che consente ai familiari di fare causa per morti ingiuste verificatesi in alto mare; questa normativa, che consente ai cittadini stranieri di fare causa presso i tribunali statunitensi per violazione del diritto internazionale, ha rango di legge federale, quindi prevale sull’ordinamento delle leggi degli altri Stati americani.

Questa legge federale ha uno scopo di accertare alcune morti marittime; infatti, la Dohsa viene applicata agli incidenti mortali che si verificano a più di tre miglia nautiche dalle coste degli Stati Uniti. La stessa legge stabilisce, tra l’altro, che una Dohsa deve essere presentata entro i tre anni dall’accadimento dell'incidente che ha provocato la morte.

Nel caso in esame, il procedimento contro gli Usa è stato intentato dalla madre di Joseph e dalla sorella di Samaroo; entrambe hanno affermato, infatti, che i loro familiari erano in mare per effettuare attività di pesca in acque venezuelane e stavano tornando a Trinidad e Tobago quando la loro imbarcazione è stata investita dal fuoco della US Navy.

Nella denunciata inoltrata alle autorità statunitensi, la madre di Joseph ha aggiunto che “se il governo degli Stati Uniti riteneva che mio figlio avesse fatto qualcosa di sbagliato avrebbe dovuto arrestarlo, accusarlo e trattenerlo, certamente non ucciderlo”. Come dargli torto? Detto per inciso, ancora il Pentagono non ha risposto alle reiterate richieste di commentare la denuncia presentata dai familiari.

Questi tragici aspetti, provocati dal mancato rispetto delle norme del diritto internazionale marittimo, dovrebbero indurre tutti gli Stati membri dell’Onu ad appellarsi energicamente, per scongiurare che possano esserci violazioni così palesi delle regole internazionali col conseguente arretramento dei valori che devono guidare le nazioni, primo tra tutte il sacro rispetto della vita umana.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia