Il K-pop piace a tutti, ma un po’ meno alla Corea del Sud

Aprile 10, 2026 - 07:30
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Il K-pop piace a tutti, ma un po’ meno alla Corea del Sud

I coreani ascoltano il K-pop? «Non lo ascolto perchè i brani degli idol hanno uno stile troppo simile, e non ho percepito la loro unicità – dice Seo-jun, in un video pubblicato sul canale Youtube K Explorer –. È per questo motivo che ascolto principalmente canzoni pop». Il K-pop resta uno dei prodotti culturali più redditizi della Corea del Sud, con un giro d’affari da miliardi di dollari. Eppure viene sempre più descritto come un settore in difficoltà: calano le vendite interne, cresce la distanza tra il successo internazionale e un mercato domestico che si indebolisce, e guarda agli Stati Uniti. 

Fuori dai confini nazionali il K-pop continua a funzionare, inserendosi nel fenomeno dell’Hallyu, l’Onda Coreana, un termine con cui si indica la rapida diffusione della cultura pop sudcoreana a partire dagli anni Novanta. KPop Demon Hunters, film d’animazione che narra le vicende di tre idol a caccia di demoni, è diventato il titolo più visto di sempre su Netflix, ha vinto due Oscar come miglior film d’animazione e ha allargato il pubblico americano appassionato al genere. Il brano Golden è stato premiato come miglior canzone originale. Il 21 marzo i BTS sono tornati con un’esibizione in Piazza Gwanghwamun, a Seoul, per l’uscita del loro nuovo album Arirang, che già nella prima settimana aveva superato i quattro milioni di copie vendute. 

Il K-pop non esporta solo musica, ma un intero sistema, quello degli idol, un termine di derivazione giapponese che indica adolescenti popolari nel mondo dello spettacolo, che si allenano per essere carismatici, disciplinati, performanti e capaci di alimentare un forte legame emotivo con i propri fan. Dopo le audizioni, gli aspiranti idol firmano un contratto da apprendisti con un’agenzia e affrontano anni di intensa formazione, tra prove di canto e lezioni di danza.

Intanto, nel mondo, crescono scuole e accademie K-pop. SM Entertainment ha aperto la sua prima scuola di addestramento K-pop a Singapore; a Londra, K-pop Planet UK offre corsi professionali di danza e canto; negli Stati Uniti Playtime LA Dance Studio organizza programmi estivi intensivi con audizioni. Il gruppo Katseye, che ha base a Los Angeles, si è formato durante un talent show televisivo che ha permesso ai fan di seguire le tirocinanti e votare le candidate più adatte: solo una delle sei vincitrici è coreana. Anche in Italia nascono le prime scuole di danza K-pop, come Uncoded Crew a Torino, Global Dance Studio a Roma e Scuola K-pop Studio tra Padova e Spinea.

Il giornalista Julian Ryall, in un articolo pubblicato su Deutsche Welle, ipotizza che nel tentativo di attrarre un pubblico globale le band K-pop «abbiano dimenticato le proprie radici» e si siano allontanate «proprio da coloro che hanno lanciato la loro carriera», con una produzione sempre più orientata al mercato internazionale. «I BTS persistono a livello di mercato interno, nella loro produzione musicale c’è una percezione di autenticità – spiega Marta Mason, redattrice di Moksori Magazine, rivista online che si occupa di cultura sudcoreana –. Mentre gli altri gruppi, soprattutto quelli di quinta generazione, rischiano di essere visti soprattutto dai fan di lunga durata come band che seguono esclusivamente le dinamiche di mercato».

Questa tendenza si riflette sui gusti del pubblico. Se per anni il K-pop ha prevalso sulle ballad coreane rivolgendosi soprattutto a un pubblico giovane, oggi la traiettoria sembra cambiata. Secondo il Korea Times, molte ascoltatrici e ascoltatori tornano alle ballate, in cerca «di profondità e nostalgia», sensazioni che nella cultura coreana trovano una sintesi nel concetto di Han, un comune sentimento di risentimento, dolore, tristezza e rabbia irrisolti. 

C’è chi sostiene che il K-pop stia diventando sempre meno sudcoreano. La cantautrice svedese Moa Anna Maria Carlebecker, intervistata dal Guardian, osserva come il termine non rimanderebbe più al paese d’origine o alla lingua. «È un genere ibrido: per natura, il sistema industriale è importato dal sistema degli idol giapponesi, e attinge alla musica black, rap e hip hop, con sonorità elettroniche – spiega Mason –. Il mercato interno coreano ha sempre mirato all’internazionalizzazione, proprio perché è debole».

La pratica commerciale sudcoreana è orientata all’esportazione, ma al tempo stesso importa e cerca talenti all’estero. «La Corea del Sud ha saputo apprezzare al meglio la musica nera in Asia – ha detto Lee Soo-man, fondatore di SM Entertainment –. Proprio come il J-pop si è basato sul rock, noi abbiamo creato il K-pop partendo dalla musica nera». L’industria è dominata da agenzie che condividono una visione globale e uno spiccato senso per gli affari. Nel corso degli anni lo Stato ha sostenuto l’onda coreana e, da censore, è diventato attivo promotore della cultura pop.

Per essere globali, le band guardano agli Stati Uniti. «Essere riconosciuti al di fuori della Corea è spesso considerato sinonimo di successo», ha detto  in un’intervista pubblicata su Moksori Magazine Paola Laforgia, consulente e promoter per l’etichetta Sound_Supply Service, e autrice del libro “Fattore K”, (Add Editore, 2024). Nel documentario BTS: il ritorno, uscito su Netflix il 27 marzo, si racconta la reunion del gruppo e il processo di produzione del nuovo album, interamente realizzato a Los Angeles. «C’è un interesse maggiore nello scrivere canzoni che possano entrare nelle classifiche americane», spiega Mason.

Alcuni propongono di eliminare la “K” da K-pop e parlare semplicemente di musica “pop”, con l’intento di far evolvere il genere, più che negarne le origini. Una tendenza sostenuta sia da produttori americani sia da dirigenti coreani, come per esempio dal Presidente di HYBE Bang Si-hyuk. Nel paper What is K-pop? South Korean Popular Music, the Culture Industry, and National Identity, il ricercatore John Lie ha un approccio più critico nei confronti del fenomeno. Scrive che il K-pop riflette la trasformazione culturale della Corea del Sud: se da un lato prende le distanze dalle culture tradizionali, dall’altro insiste sulla continuità tra passato e presente. «In effetti, è proprio perché non c’è molto di “coreano” nel K-pop che questo diventa così facile da “vendere” ai consumatori all’estero. In questo senso, la K nel K-pop è semplicemente parte del marchio Corea, diffusa dal governo sudcoreano orientato all’esportazione fin dagli anni Sessanta».

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Redazione Redazione Eventi e News