Il Giorno della Memoria: una data, una responsabilità
L'ingresso del lager di Birkenau (foto Karsten Winegeart - Unsplash)«27 sabato 15.30: prima pattuglia sovietica nel campo»: così, nel gennaio del 1945, la deportata politica polacca Stanisława Janowska annotò la liberazione di Auschwitz II-Birkenau.
Il 27 gennaio è diventata la data di riferimento del Giorno della Memoria, istituito in Italia con la legge 20 luglio 2000, n. 211: “Istituzione del ‘Giorno della Memoria’ in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”.
Cinque anni dopo, il 1° novembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Resolution 60/7. Holocaust Remembrance, che designa il 27 gennaio come “Annual International Day of Commemoration in memory of the victims of the Holocaust”.
Il primo articolo della legge italiana recita: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».
Ogni parola racchiude un tema di riflessione, una storia di scelte subite o prese, che hanno travolto o salvato mettendo al centro l’idea di humanitas.
Il secondo articolo prosegue: «In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole (…), su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere».
Dai due articoli emergono due poli dell’azione sociale e politica della legge: conservare la memoria delle vittime e del male e rendere impossibile la sua ricomparsa. L’impresa non è da poco e implica l’idea che, attraverso la conoscenza del passato, l’essere umano sappia migliorare il presente e progettare un futuro di rispetto, fraternità e pace.
Nel 1963 lo scrittore tedesco Erich Maria Remarque si espresse così: «… l’uomo come tale è sempre quello di duemila anni fa, con la sua imbecillità, la sua crudeltà, il suo egotismo. Se un uomo fosse stato in galera trent’anni, uscendo oggi non riconoscerebbe il mondo sensibile: i suoi simili però non li troverebbe cambiati». Questa provocazione potrebbe sembrare condivisibile, osservando le vicende che costellano le cronache quotidiane fatte di silenzi, paure, incuranza. Sultana Razon Veronesi, italiana ebrea sopravvissuta alla Shoah dichiarò: «Ho solo paura dell’uomo: di quanto possa essere immensamente buono o tremendamente cattivo, ma so che può sempre scegliere il bene».
Le persecuzioni e le uccisioni sistematiche ricordate nel Giorno della Memoria sono state realizzate osservando leggi che svilirono “l’Altro” a “un Diverso”, da guardare con sospetto, additare, escludere e, da ultimo, etichettare come “Nemico” da combattere e uccidere in tempo di guerra. Piccoli smottamenti quotidiani nel parlare e nel pensare resero possibile per alcuni osservare queste leggi fino in fondo, fino a partecipare all’uccisione di chi era trattato come colpevole di esistere o di pensare. Anche in Italia le parole della propaganda di odio si cristallizzarono nelle leggi: quelle razziste antiebraiche del 1938, quelle che istituirono i campi di internamento italiani dal 1940, o in ordini come quello del novembre del 1943 nella Repubblica sociale italiana per i rastrellamenti e le deportazioni degli ebrei italiani e no. In un clima di obbedienza, paura, indifferenza, il fluire dell’inchiostro di leggi e propaganda portò allo scorrere del sangue delle vittime.
L’egoismo e l’indifferenza verso il dolore altrui e l’affidare le proprie frustrazioni a ideologie che potrebbero farne strumento di repressione sono ancora oggi rischi che potrebbero presentarsi nelle società della “comunicazione veloce” e della “riflessione poco profonda”.
Circa sei milioni ebrei di ogni sesso ed età vennero uccisi dai nazisti in modo sistematico, legalizzato e sempre più asettico per i perpetratori, perché “colpevoli di essere ebrei”. I nazionalsocialisti tedeschi progettarono la Soluzione finale della questione ebraica e a questa collaborarono anche gli altri Stati dell’Asse con l’adozione di politiche razziste e volte alla deportazione.
Eppure, anche in quel tempo di dittature e paura per la repressione violenta, fisica, morale e psicologica nei confronti dei dissidenti e degli oppositori, vi furono persone che scelsero di contrastare il male, mettendo a repentaglio le proprie vite. La legge italiana del Giorno della Memoria ricorda non solo la Shoah, ma le sofferenze che colpirono uomini e donne colpevoli di non pensare o agire come voleva il regime fascista. Costoro subirono la “deportazione politica” poiché coinvolti nella resistenza intellettuale, nella lotta partigiana, per avere aderito agli scioperi nelle fabbriche dell’Italia della Repubblica Sociale nel 1944, o per avere ricordato che il sentimento religioso vero dell’essere umano non può accettare compromessi con ideologie politiche autoritarie o totalitarie. Accanto a loro la legge ricorda anche i soldati italiani che dopo l’8 settembre 1943 furono internati dai nazisti nei Lager e lì scelsero di non continuare a supportare l’ex alleato tedesco, attuando una vera e propria forma di resistenza e boicottaggio.
Nella legge italiana si ricordano anche coloro i quali nelle paure di allora agirono per salvare gli ebrei dalle deportazioni, mettendo a rischio la propria vita. Si sottolinea così che ogni individuo può scegliere di operare per il bene, aiutando e proteggendo chi è perseguitato.
Per motivi anagrafici l’abbraccio dei testimoni diretti si è fatto sempre più raro e la forza dell’ascolto parrebbe essere compromessa, ma è per questo che il futuro della Memoria deve entrare in una nuova fase: di responsabilità e non di automatismo da calendario o di dovere ex lege.
Tre pontefici hanno visitato Auschwitz-Birkenau: san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, richiamando con parole e meditazioni alle responsabilità individuali per un futuro fatto da persone di buona volontà custodi dell’Altro, che è ovunque, altrove e sempre.
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