Il testo inventato che ha cambiato il modo di odiare gli ebrei in Europa

Gen 27, 2026 - 21:30
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Il testo inventato che ha cambiato il modo di odiare gli ebrei in Europa

Quando l’origine di un testo è sospetta, o ignota, il modo migliore per provare a verificarla è scavarle intorno. È anche per questo che gli storici fanno del loro mestiere una disciplina del contesto. Come mai questo testo stravagante trovò collocazione in una rivista cattolica francese all’inizio degli anni Ottanta del XIX secolo? La risposta a questa domanda costituisce una pista che sarebbe assai incauto trascurare. Eppure quasi nessuno l’ha mai seguita finora. […]

Al suo apparire in Francia all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento, il Discorso del Rabbino non dichiarava la sua matrice romanzesca. Il testo era prima di tutto una rivelazione: un’accusa lanciata nell’ecosistema mediatico che si accreditava come veridica, e che voleva quindi suscitare una reazione. Cionondimeno, il racconto su cui questa accusa si basava non proveniva dal mondo della realtà: la sua natura era immaginaria. 

Vedremo come il passaggio dalla finzione alla realtà del Discorso sia stato un processo complesso, per la comprensione del quale è necessario seguire le sue avventure nello spazio, geografico e mediatico. Intanto però una migliore contestualizzazione di questa storia sugli ebrei ci aiuterà a capire il potenziale ricettivo che il testo di Goedsche possedeva in sé, ancora prima che qualcuno se ne appropriasse per manipolarlo. La fonte letteraria del complotto ebraico era infatti densa di elementi antisemiti ed emotivamente perlocutori, cioè capaci, in determinate circostanze, di produrre un effetto concreto sui lettori che ne entravano in contatto. Questa capacità del testo non ha però nulla di ontologico; è invece eminentemente relazionale: può essere compresa interrogandosi sulle caratteristiche della narrazione e soprattutto mettendo il testo a confronto con altri testi, non tutti di origine antisemita. Solo in questo modo sarà possibile cogliere appieno la sua genesi culturale, e anche la sua forza.

Quando apparve in un romanzo nel 1868, la storia del complotto ebraico per il dominio del mondo non aveva una forte tradizione dietro di sé. Esistevano storie sugli ebrei, terribili e calunniose, ma come vedremo senza un obiettivo così vasto. Esistevano però storie di complotti, e la cospirazione era stata e continuava ad essere anche una pratica assai diffusa nello spazio politico europeo. In particolare dopo le rivoluzioni settecentesche e le conseguenti restaurazioni, ripetutesi in maniera ciclica lungo il corso dell’Ottocento, gruppi più o meno ristretti avevano agito nel segreto per portare avanti le proprie idee e i propri progetti. Il motivo era semplice: in assenza del riconoscimento delle libertà di associazione in molti regimi europei, chi voleva fare politica doveva farla nell’ombra se non voleva incorrere nella repressione degli apparati di polizia. 

Queste nuove pratiche si intrecciarono sempre più con la loro rappresentazione da parte di narrazioni che interagirono spesso con la realtà e con le credenze degli uomini e delle donne del tempo. A tal punto il modello cospirativo era diffuso e pervasivo nelle società ottocentesche che un recente studio sulla Francia dalla Restaurazione al Positivismo è stato intitolato «l’età delle ombre». Ma le affabulazioni sui complotti non erano un semplice residuo di pratiche reali, come l’organizzazione di vendite carbonare e altre società segrete. 

Già dal Settecento circolavano storie, aneddoti e accuse che, sull’onda della creazione delle logge massoniche, diedero vita a una vera e propria «mitologia delle società segrete», come l’ha definita un suo pionieristico studioso. Il mito del complotto, o meglio la «teoria sociale della cospirazione» come la definì Karl Popper, entrò in campo con l’avvento della nuova politica contemporanea e – si potrebbe aggiungere – non l’ha ancora abbandonata pur nelle sue innumerevoli metamorfosi. Con il Cimitero ebraico di Praga abbiamo però a che fare con una matrice narrativa oltre che interpretativa, ed è su questo livello che occorre spingere avanti lo sguardo. In questo modo, l’archeologia del Discorso del Rabbino risulterà più intelligibile, illuminando gli strati discorsivi di cui il testo si componeva. 

E costringerà allo stesso tempo a constatare come l’«archivio antiebraico», cioè quel repertorio di nozioni e immagini che particolari atti linguistici possono riattivare in determinate circostanze, sia stato in realtà assai più poroso di quanto si pensi solitamente.

 

Tratto da “Il Discorso del Rabbino. Storia del plagio alle origini dell’antisemitismo”, Ignazio Veca, il Mulino, pp. 312, 25 euro 

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