“Il suono di una caduta” – Recensione

Vincitore del Premio della Giuria a Cannes 2025, l'opera seconda di Maria Schilinski ci porta per due ora e mezza in una cascina dell'Altmark, regione rurale della Germania nordorientale. Il suono di una caduta è un un viaggio nel tempo e nella storia (con la "s" più minuscola che maiuscola) in cui si susseguono diverse generazioni di proprietari, che mantengono con i loro antenati qualcosa in più di semplice un legame di sangue.
Quattro generazioni di donne e uomini che condividono paure, gioie, dolori, speranze e soprattutto una familiarità con la morte che accomuna il fato di alcuni membri della famiglia, come se un medesimo destino gravasse su di essi, ineluttabile. Come ogni riflessione cinematografica sul tempo, anche Il suono di una caduta finisce inevitabilmente a riflettere sul cinema, qui più che mai "morte al lavoro", nonché sulla sua natura di medium, tramite per una comunicazione spiritica che permetta una comunione tra Essere e Tempo. Insomma, un film tedesco al 100%.
Cinema medium
A inizio Novecento, la piccola Alma vive nella cascina con il resto della famiglia, testimone impotente di vite che scorrono tra fatiche, silenzi, sofferenze, rari momenti di serenità. Una vita in cui la morte è accettata come forza invincibile, che tutto permea. I lutti nella casa sono da sempre numerosi, a cominciare dai tanti figli morti in tenera età. Una delle quali si chiamava Alma, proprio come lei. E nella foto funebre, in posa con i genitori, Alma ravvisa una somiglianza inquietante. 30 anni dopo, in quella stessa cascina la giovane Erika vive assieme alla sorella Irm e allo zio Fritz, invalido. Erika è morbosamente attratta dallo zio e dalla sua gamba amputata. Con la guerra alle porte, si dà alla fuga con altre donne tentando una difficile traversata di un fiume. Si passa agli anni Ottanta, in cui l'ormai anziana Irm abita nella cascina ormai logora assieme a una moltitudine di parenti. Sua figlia Angelika è una procace adolescente che si diverte a provocare il timido cugino, mentre intreccia un torbido rapporto con il padre del ragazzo. [caption id="attachment_1117773" align="alignnone" width="1920"]
Angelika, una delle 4 protagoniste[/caption]
Infine arriviamo ai giorni nostri. La cascina ormai abbandonata da tempo viene rilevata da una coppia di Berlino che vi si trasferisce per restaurarla. Le due figlie della coppia, Lenka e Nelly, si imbattono in Kaya, figlia del vicino, una ragazzina da forte temperamento, di cui Lenka si invaghisce tentando di imitarla in tutto e per tutto.
Cosa unisce queste storie, eccetto i legami di sangue (tra l'altro non semplici da individuare a causa della costruzione drammaturgica del film, tutt'altro che intuitiva) tra le donne protagoniste? L'appartenenza a una famiglia, a una casa, a una terra sono tutte risposte corrette, ma insufficienti. Una stessa, onnipresente inquietudine anima i 4 personaggi femminili principali di Il suono di una caduta: l'inquietudine dovuta alla percezione di entità esterne, irraggiungibili e ineffabili, eppure presenti.
Non si tratta di un sentimento panteista di unità tra uomo e natura come accade nel cinema di Terrence Malick; né, al contrario, di uno scontro inconciliabile tra un'individualità desiderante e un'alterità ostile, come in quello di Lars von Trier o di Werner Herzog; è qualcosa di più simile alla sensazione di sentirsi parte di un tutto, la consapevolezza - o almeno il sentore - di essere un anello della stessa, infinita catena del tempo cui sono legati i destini di tutto ciò che esiste. Un punto determinato in una sequenza inalterabile di infiniti punti, il cui essere consequenziali non li rende però separati tra loro, bensì inevitabilmente connessi, un po' come accade nelle memorabili sequenze di tempo convergente del cinema di Theo Anghelopoulos, da La recita a Lo Sguardo di Ulisse.
Il paragone più lampante che mi viene in mente se dovessi accostare la drammaturgia messa a punto da Schilinski per Il suono di una caduta sarebbe con Éternité, il capolavoro mancato di Trần Anh Hùng, che tentava un'operazione concettualmente simile nell'affresco storico di due generazioni di una famiglia francese nel XIX secolo. Di tutt'altro genere, ma dall'intento tutto sommato simile, fu Cloud Atlas di Tom Tykwer, che nel suo guazzabuglio di stili ed epoche rappresentate tentava addirittura un discorso sull'umanità tutta, senza confini di etnia, tempo o pianeta.
Con più umiltà e sicuramente più efficacia, Il suono di una caduta instilla la percezione di comune appartenenza alle sue protagoniste, e lo fa tramite la presenza fantasmatica del cinema. La scelta registica di ricorrere spesso a inquadrature in soggettiva ci fa assumere di volta in volta il punto di vista delle quattro donne, ma non è sempre così: saltuariamente si ricorre infatti a false soggettive, oppure a soggettive non attribuibili a nessun personaggio diegetico. Dunque, chi osserva? Si può ritenere che si tratti del punto di vista di un fantasma, anzi di vari fantasmi: presenze, o meglio rimanenze di chi fu e mai se ne andò, per sempre legato agli stessi luoghi, irretite anch'esse da una forza che non lascia scampo. Quella forza è il cinema.
La soggettiva, infatti, è spesso la nostra: il nostro sguardo che si posa sulla scena ed è percepito dai personaggi. Alma, Erika, Angelika e Lenka ogni tanto si accorgono di essere osservate, e ricambiano il nostro sguardo: l'adozione di clamorosi camera look, contestuali a pattern sonori ricorsivi, sono prove regine. Il cinema è qui medium in senso letterale, un dispositivo di comunicazione che permette a queste storie di epoche e genti diverse di parlarsi, attraverso i decenni.
Scherzi della memoria
Il gioco registico meta-mediale di Il suono di una caduta, vorrei evidenziarlo, è un limite negativo. Deresponsabilizza la scrittura dalla necessità di trovare una struttura narrativa pienamente soddisfacente, e delega al montaggio il compito di rendere interessante l'intreccio non solo tramite continue analessi e prolessi, ma anche inserti, sequenze oniriche difficilmente attribuibili, voice over "impossibili" e così via. [caption id="attachment_1117774" align="alignnone" width="1920"]
La fotografia ricorre spesso alla luce diegetica[/caption]
Ciò non toglie che il risultato sia esteticamente affascinante. Ubriacati dall'andirivieni spaziotemporale che il film propina, soverchiati da immagini di abbacinante perfezione formale e squisita ricerca fotografica (lode al DOP Fabian Gamper), ci si abbandona volentieri all'effetto ipnotico della macchina cinematografica. La ricostruzione ambientale certosina, pilastro sin dalla fase di concettualizzazione (Schilisnki e la sua collaboratrice alla sceneggiatura Louise Peter hanno avuto l'idea del film durante un ritiro proprio in un fattoria dell'Altmark) ha permesso una ricostruzione filologica degli ambienti, con oggetti e costumi d'epoca che sono quanto di più credibile mai visto a schermo.
Sebbene non sia un film "storico" nel senso più pedante del termine, è ovvio che Il suono di una caduta sia anche un film sulla storia della Germania, o almeno sulla storia di alcune delle tantissime persone comuni che hanno fatto la storia di quel paese. Echi di grandi avvenimenti come Seconda Guerra Mondiale prima e la Guerra Fredda poi, seppur mai dichiaratamente centrali nel racconto, ne plasmano giocoforza i confini e determinano il corso degli eventi e il fato di alcuni protagonisti. Ma come detto più volte sono i fatti minimi a interessare Schilinski: le paure, le attrazioni, i riti, i pudori e molti dettagli che il suo acuto sguardo è in grado di raccontare circa cose e persone.
In definitiva il ricorso a un espediente prepotentemente metanarrativo come quello adottato dalla regista tedesca ha creato qualche scompenso a un film che inizia e finisce "nel nulla", come una sezione di un insieme di cui avrebbe potuto prendere in esame indifferentemente qualsiasi altra parte. D'altro canto è proprio questa scelta a conferire fascino e potenza figurativa a Il suono di una caduta. Tutto sommato, va bene così.L'articolo “Il suono di una caduta” – Recensione proviene da GameSource.
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