La difesa aerea contro i droni si fa anche con le microonde

Nel cielo sopra l’Ucraina non c’è più uno spazio vuoto. Ogni chilometro di fronte è saturato da droni da ricognizione, droni d’attacco e intercettori più o meno improvvisati. Quella porzione di spazio operativo ad altezze basse è diventata importante tanto quanto l’artiglieria o le trincee. È un ambiente affollato e ostile, in cui trovare sistemi di difesa efficaci ed efficienti è sempre più difficile.
In questi quattro anni di guerra, le contromisure tradizionali hanno mostrato alcuni limiti. Il jamming (l’interruzione o la degradazione della comunicazione dei velivoli senza pilota con la base) può essere aggirato con droni a fibra ottica, le munizioni cinetiche sono costose, i laser soffrono le condizioni atmosferiche. È per questo che periodicamente i sistemi difensivi subiscono un aggiornamento, in cerca di nuovi metodi e nuovi strumenti. Nelle ultime settimane in Ucraina si sta parlando della possibilità di impiegare armi a microonde ad alta potenza (High-Power Microwaves, Hpm): sistemi a energia diretta progettati per fermare i droni con un singolo impulso elettromagnetico.
Un sistema a microonde ad alta potenza non abbatte fisicamente il bersaglio. Irradiando microonde ad alta potenza induce sovratensioni nei circuiti interni dei droni, rendendoli inutilizzabili o facendoli precipitare a causa della perdita di contatto con l’utilizzatore. Come i classici jammer ha una capacità one-to-many – la possibilità di ingaggiare più bersagli con un unico colpo – anziché one-to-one. Ma mentre i jammer agiscono sul link di comunicazione tra drone, operatore e sistema di navigazione, l’Hpm danneggia e distrugge le componenti dei droni.
D’altronde l’invasione su vasta scala da parte della Russia ha mostrato già da qualche anno quanto sia difficile intercettare i droni quando volano numerosi verso un obiettivo o un’area specifica. Con i sistemi a microonde, l’esercito ucraino potrebbe colpire più obiettivi con un solo impulso, senza consumare munizioni convenzionali. «Le armi a microonde sono una contromisura efficace soprattutto contro gli sciami», spiega Alessandra Russo, esperta di tecnologie militari emergenti con particolare focus su droni e intelligenza artificiale. «Permettono di neutralizzare più sistemi con un singolo impulso e per questo stanno attirando un’attenzione crescente. Più in generale, i sistemi Hpm sono efficaci non solo contro i droni ma contro qualsiasi mezzo o dispositivo che funzioni con dell’elettronica».

La tecnologia in sé non è inedita. Stati Uniti e Cina studiano da anni l’uso militare delle microonde ad alta potenza. Ma l’impiego dei droni su vasta scala al fronte ucraino ha accelerato studi e test pratici.
Tra le aziende al lavoro per lo sviluppo di sistemi Hpm c’è Epirus. Lo scorso settembre, l’azienda statunitense ha annunciato di aver testato il suo sistema Leonidas contro sessantuno droni in vari scenari operativi, riuscendo a neutralizzare tutti i velivoli in volo con impulsi di interferenza elettromagnetica ad alta energia. In un’occasione è stato testato contro uno sciame di quarantanove droni: un singolo impulso direzionato ha disattivato tutti i droni contemporaneamente. In altre prove, fanno sapere dall’azienda, Leonidas ha dimostrato di poter avere anche una precisione selettiva, disattivando bersagli scelti dall’operatore e lasciando indenni altri droni a poca distanza.
Un paio di settimane fa, invece, Epirus ha pubblicato un video di una nuova dimostrazione, stavolta focalizzata su una delle sfide più acute della guerra dei droni: i veicoli controllati tramite cavo in fibra ottica. Questi droni, usati in particolare sul fronte ucraino (ne avevamo parlato qui), sono immuni alle contromisure tradizionali basate sul disturbo delle frequenze radio: non avendo una connessione via radio, non possono essere soggetti a interferenze né ingannati con lo spoofing (l’invio di segnali falsi). Nel test pubblicato da Epirus, Leonidas ha disattivato questo tipo di droni inducendo malfunzionamenti nei circuiti critici tramite microonde direzionali.
Parlando con Linkiesta, dall’azienda fanno sapere che una tecnologia che non dipende da munizioni fisiche o frequenze radio tradizionali può spostare l’equilibrio tattico. Ma è cruciale leggere questi risultati con realismo critico. Le dimostrazioni di Leonidas avvengono sempre in contesti controllati e ottimizzati per massimizzare le capacità tecnologiche – uno scenario di prova dove variabili come distanza, interferenze esterne o contromisure avversarie sono limitate. Al fronte le condizioni sono ben diverse: i droni operano su inclinazioni, altitudini variabili, con rumore elettromagnetico di fondo e sistemi di guida avanzati. Come per molte tecnologie emergenti, l’efficacia sul campo resta ancora da verificare, e i test pubblici non garantiscono che un sistema Hpm possa replicare lo stesso livello di performance quando integrato in una catena di comando reale e sotto pressione operativa.
Se da un lato c’è un’efficacia comprovata da test e studi di ogni tipo, dall’altro ci sono ancora alcune criticità da risolvere. Il primo limite è energetico. Generare impulsi elettromagnetici sufficientemente potenti richiede una disponibilità di energia significativa, che pone problemi di alimentazione, mobilità e integrazione sui mezzi da campo. Anche se le versioni più recenti puntano a ridurre ingombri e consumi, l’Hpm resta una tecnologia più adatta alla protezione di basi, infrastrutture critiche o convogli, piuttosto che a un impiego diffuso e leggero lungo tutta la linea del fronte.

È per questo che, come suggerisce ancora Alessandra Russo, «non esiste un sistema di difesa che possa costituire da solo “proiettile d’argento”: per difendersi efficacemente occorre disporre di una difesa stratificata e multilivello». Infatti le forze ucraine hanno adottato una varietà di tecniche per fermare i droni russi, dal semplice intercettore fisico alle reti, fino ai droni dedicati all’abbattimento, fino ad arrivare a test più sofisticati di guerra elettronica.
Come riportato da fonti militari ucraine, i sistemi a microonde ad alta potenza sono considerati una delle tecnologie emergenti più promettenti proprio perché consentono di affrontare contemporaneamente molteplici bersagli autonomi senza l’uso di proiettili o missili. Secondo Andrii Hrytseniuk, Ceo di Brave1 che ha parlato durante il programma “To Arms!” di Militarnyi, questi sistemi non sono ancora parte integrante della resistenza perché l’Ucraina non ha ancora un know how consolidato sulle microonde ad alta potenza. Ma i risultati dei test stanno aumentando l’interesse per questi sistemi difensivi.
Il rischio, come spesso accade, è quello di scambiare una tecnologia promettente per una soluzione definitiva. La realtà del campo di battaglia ucraino suggerisce il contrario. Reti, droni intercettori, guerra elettronica, microonde, munizioni cinetiche devono convivere nello stesso spazio operativo per avere la difesa più efficace ed efficiente possibile. Tenere insieme tutti questi elementi non garantisce un’impenetrabile difesa dei cieli, ma può aiutare a ridurre i danni provocati dagli incessanti attacchi dei droni.
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