Intervista con Giorgio Lupano, al Teatro Manzoni di Roma con “A Steady Rain”: “Questo spettacolo è anche un thriller dei sentimenti”
“Lo spettacolo racconta una società degradata che rappresenta lo specchio di quello che accade nell’animo dei nostri personaggi”. Attore appassionato e trasversale, Giorgio Lupano è protagonista di “A Steady Rain – Pioggia infernale”, con allestimento scenico e regia di Ferdinando Ceriani, in scena da giovedì 15 gennaio a domenica 1° febbraio 2026 al Teatro Manzoni di Roma, in cui interpreta il ruolo di Joey, un poliziotto single, introverso, alcolizzato, depresso, contraltare di Denny (impersonato da Gianluca Gobbi) che è invece sposato, ha dei figli, tradisce la moglie e ha un malcelato razzismo verso le minoranze etniche.
A Steady Rain (Pioggia Infernale) è uno spettacolo dello statunitense Keith Huff, fra gli autori della fiction House of Cards. Un testo pulp e noir che ha ispirato la prima stagione della serie True Detective, in cui due poliziotti raccontano ciascuno la propria versione dei fatti davanti alla commissione per gli Affari Interni, chiamata a giudicarli in seguito a un grave incidente verificatosi mentre erano in servizio.
Una chiamata per disturbo della quiete pubblica darà una svolta decisiva alla loro amicizia mettendola a dura prova. Il risultato sarà un viaggio difficile in una torbida zona morale, in cui la fiducia e la fedeltà lotteranno per la sopravvivenza in un contesto fatto di protettori, prostitute, e criminali. Un dialogo scuro e tagliente in un frenetico botta e risposta, sostenuto da una pioggia costante, esplora la complessità di un legame fraterno nelle strade più difficili di Chicago.
Giorgio, dal 15 gennaio è in scena al Teatro Manzoni di Roma in prima nazionale con “A Steady Rain”, di cui ha curato anche la traduzione …
“Anni fa un regista con cui stavo lavorando mi ha dato questo testo in inglese, e nel 2020 durante il lockdown, non sapendo cosa fare, l’ho tradotto. Successivamente l’ho portato al produttore con cui lavoro di solito che ha deciso di produrre lo spettacolo. È la storia di due poliziotti che sono amici d’infanzia e delle loro vicissitudini notturne, in quanto sono di pattuglia di notte per le strade di Chicago, dove incontrano vari tipi di umanità, assassini, spacciatori, drogati, e si trovano ad affrontare situazioni anche pericolose. Il loro rapporto d’amicizia si sta però incrinando e forse il pericolo maggiore non viene da chi hanno di fronte, ma da chi hanno al loro fianco. Si arriverà quindi ad una resa dei conti, con un finale anche catartico. Spero che il pubblico si possa commuovere vedendo questo spettacolo”.
In “A Steady Rain” interpreta Joey, com’è stato entrare in questo personaggio?
“La coppia di poliziotti si basa sulla dicotomia, sulle differenze tra questi due amici di infanzia. Denny è esuberante, estroverso, è sposato con figli, tiene molto al suo ruolo di padre, si prende cura della famiglia, del cane, però poi fuori casa si accompagna con prostitute, si droga, è peggio dei criminali che deve affrontare. Il mio personaggio, Joey, è introverso, alcolizzato, depresso, è il contraltare di Denny. La loro amicizia si basa sul fatto che si aiutano a vicenda a non sprofondare nel rispettivo inferno. Denny dà una mano a Joey tenendolo lontano dalla bottiglia, e il mio personaggio cerca di mitigare le sue esuberanze, che lo mettono nei guai sul lavoro. Questo rapporto di mutuo soccorso si incrina nel momento in cui Joey si rende conto di essere innamorato di sua moglie, e questo porterà ad una degenerazione della loro amicizia e anche del loro rapporto lavorativo. “A Steady Rain” è anche un thriller dei sentimenti”.
E’ uno spettacolo che ha avuto un enorme successo negli Stati Uniti …
“L’autore, Keith Huff, è stato sceneggiatore anche di House of Cards e Mad Men, e questo spettacolo teatrale ha ispirato la prima stagione della serie True Detective. Essendo un bel testo, è stato portato in scena a Broadway, interpretato da Daniel Craig nel ruolo di Joey, e da Hugh Jackman in quello di Denny, e poi in tanti Paesi e ha avuto successo anche al di fuori degli Stati Uniti”.
Invece in questa versione italiana, accanto a lei c’è Gianluca Gobbi nel ruolo di Denny …
“Siamo molto diversi, anche nell’approccio al lavoro, e quindi mettiamo le nostre differenze al servizio dei personaggi. Io ho proposto questo testo al regista e al produttore, poi ho scelto Joey perchè era più adatto alle mie caratteristiche, così come Gianluca è stato selezionato in base alle sue. Noi non ci conosciamo da quando eravamo all’asilo come i nostri personaggi, però in scena dobbiamo cercare di essere quello che il testo richiede, quindi c’è una grande dose di intenzione, come è giusto che sia, e poi portiamo le nostre specificità e le nostre voci”.
E’ uno spettacolo che affronta tematiche attuali, dalla corruzione morale al degrado della società …
“Lo spettacolo racconta una società degradata che rappresenta lo specchio di quello che accade nell’animo dei nostri personaggi. In realtà è un testo molto crudo, rispetto all’originale americano lo abbiamo alleggerito di molte volgarità, mantenendo però il tono che viene richiesto. E’ un’umanità in cui sembra che nessuno abbia scampo, perché sono persone corrotte o malsane o malate, ma al contempo nel finale hanno una possibilità di uscita, di salvezza, togliendo tutto il marcio che ci circonda, cercando di fare pulizia, con questa “steady rain”, questa pioggia battente, che lava via i peccati dai personaggi e dalla città che affrontano ogni notte. Quando smetterà di piovere, il mio personaggio dirà che tutto è pulito e buono. Questo spettacolo racconta un passaggio da una situazione di malessere. Qualche giorno fa abbiamo fatto un’anteprima a Velletri, e abbiamo visto che gli spettatori erano attenti, catturati dal testo. La scena è scarna, Ferdinando Ceriani, che cura la regia, utilizza delle bellissime proiezioni, che connotano le varie situazioni e gli ambienti, mentre le luci di Francesco Traverso, che è un bravissimo light designer, regalano un’atmosfera onirica, notturna, a volte inquietante”.
Attraverso la doppia narrazione e la messa in scena il pubblico viene riportato alle condizioni primarie dell’ascolto, che erano proprie del teatro greco. Quanto è importante oggi l’ascolto, in un mondo in cui non si presta molta attenzione alle parole degli altri?
“Siamo bombardati da notizie, video, fotografie, informazioni, e consumiamo tutto in quindici secondi da quando siamo stati raggiunti dai social, quindi è diventato sempre più difficile, ma anche sempre più necessario abituarci ad ascoltare. Dobbiamo reimparare a sederci, guardare una cosa senza cambiare canale, senza distrarci, senza il telefonino in mano. Questo spettacolo, che è prevalentemente di parola, è un doppio monologo con i due protagonisti che raccontano la stessa situazione dal loro punto di vista, e ogni tanto diventa dialogo o confessione. Vedendo la reazione del pubblico di Velletri abbiamo avuto la conferma che la parola raccontata, narrata, recitata, funziona ancora. Nel teatro greco non accadeva nulla in scena, le vicende venivano raccontate dal messaggero, dalla dea Atena, ma le persone andavano a teatro, ascoltavano per quattro ore e alla fine uscivano felici. A Steady Rain ha una durata di un’ora e venticinque minuti e speriamo di raggiungere lo stesso risultato”.
Dopo il Teatro Manzoni di Roma, proseguirete la tournée di “A Steady Rain” in altre città?
“Faremo pochissime date perché poi riprenderò un altro spettacolo, sempre con ArtistiAssociati, una commedia di Gabriele Pignotta con Rocío Muñoz Morales che si chiama Contrazioni Pericolose, che mi vedrà in scena fino a maggio. Sicuramente però porteremo A Steady Rain in varie città italiane nella prossima stagione”.
Negli ultimi anni si è dedicato soprattutto al teatro con diversi spettacoli di successo, da Tre uomini e una culla a Contrazioni Pericolose e L’importanza di chiamarsi Ernesto. Le piacerebbe tornare a recitare anche in una serie tv o in un film?
“Nella mia carriera ho recitato in tanti progetti per la tv, per il cinema, anche fuori dall’Italia, e quindi mi piacerebbe fare nuovamente una serie o un film. Fortunatamente però sono molto impegnato con il teatro, quest’anno ho portato in scena tre produzioni, L’importanza di chiamarsi Ernesto, A steady rain e Contrazioni pericolose, il prossimo anno ci saranno le riprese di questi spettacoli e quindi diventa un po’ difficile avere del tempo a disposizione. Ovviamente se capitasse un progetto televisivo o cinematografico interessante sarei ben contento di prendervi parte”.
Se dovesse indicare tre progetti o tre personaggi che ha interpretato e che hanno segnato una svolta nella sua carriera, quali sceglierebbe?
“Innanzitutto lo spettacolo con cui ho debuttato, Pilade di Pasolini in cui vestivo i panni di Oreste. Ho frequentato la scuola del Teatro Stabile di Torino, all’epoca diretta da Luca Ronconi, e lavorare su un testo così bello e su quel personaggio, con un maestro come Ronconi è stato un importante imprinting e ha segnato l’inizio della mia vita lavorativa.
Il secondo è Figli di un Dio minore che ho portato in scena dieci anni fa a teatro e che parla del rapporto tra sordi e udenti. Ho studiato la lingua dei segni per più di un anno, ho fatto laboratori con attori sordi, un lavoro con mediatori culturali e interpreti, quindi le prove, per poi andare in scena con attori sordi e udenti, in lingua dei segni e parlata. E’ uno spettacolo che ha avuto un bellissimo successo e soprattutto mi ha permesso di conoscere il mondo dei sordi, la loro lingua, la loro cultura. E’ stata forse l’esperienza più importante, anche dal punto di vista umano, che mi ha regalato questo mestiere.
Il terzo spettacolo è Maratona di New York, un testo di Edoardo Erba, in cui ho recitato con Cristian Giammarini, attore, collega, amico fraterno. Dovevano essere tre repliche a San Benedetto del Tronto in occasione dell’inaugurazione del Teatro Concordia e poiché Cristian è originario di quella città l’assessore alla cultura gli aveva chiesto di realizzare un piccolo progetto. Alla fine abbiamo girato l’Italia per sei anni. Fare uno spettacolo con il mio miglior amico, con un testo che parla di due amici che si allenano insieme per andare a correre la Maratona di New York, che condividono la vita, è stata un’esperienza commovente oltre che bellissima”.
A proposito di esperienze particolari, com’è nata l’idea del docufilm Northwards – Together for the Future, un viaggio intorno all’Artico in cui ha incontrato scienziati e ricercatori?
“È nata da una mia curiosità. Nel periodo del lockdown un’amica che lavora come financial manager per un progetto internazionale che si chiama Interact e coordina le stazioni scientifiche di ricerca all’Artico mi ha raccontato che aveva a disposizione dei finanziamenti europei da utilizzare per la ricerca o per la divulgazione scientifica ma a causa delle restrizioni per la pandemia c’erano state molte meno partenze, quindi in qualche modo dovevano usare questi soldi che altrimenti sarebbero andati perduti. Allora abbiamo unito le forze e proposto al capo di Interact, il premio Nobel, Professor Terry Callaghan, di realizzare un docufilm per parlare non della ricerca scientifica o del cambiamento climatico perché non avrei l’autorità per farlo, ma per raccontare chi sono questi ricercatori e come lavoravo nell’Artico. Ad esempio immaginavo che facessero dei carotaggi nel ghiaccio, in realtà si occupano di mille altre cose. L’idea era quindi di incontrare i ricercatori nei luoghi dove fanno ricerca e porre loro quelle domande che qualsiasi persona farebbe. Il Professor Terry Callaghan ha sposato il progetto e la Comunità Europea lo ha finanziato. Ho fatto cinque viaggi andando in vari posti nel Circolo Polare Artico, in Svezia, Norvegia, Finlandia, alle isole Fær Øer, in Islanda e in Groenlandia, e in ogni incontro con questi ricercatori affrontavamo un tema diverso, dalla ricerca sul campo alle nuove tecnologie. Per me è stata un’esperienza meravigliosa ed è stato veramente impressionante vedere i luoghi dove queste persone lavorano a -30 gradi. Northwards è ancora disponibile su Raiplay e su Youtube, magari può essere utile a qualche lettore che vuole conoscere qualcosa in più sulla ricerca scientifica”.
credit foto Gabriele Dylan
Sulla sua pagina Instagram, c’è una frase che mi ha incuriosito: “La vita è bella ma Mulholland Drive è meglio” …
“David Lynch è il mio regista preferito e Mulholland Drive è il mio film prediletto: tra l’altro recentemente ho scoperto che una rivista americana ha stilato la lista dei cento film più importanti di questo secolo ed è al secondo posto. In generale penso che Lynch sia stato un maestro nel raccontare l’alienazione dell’uomo contemporaneo. La vita è bella è il capolavoro di Roberto Benigni oltre che una frase stupenda, però per me Mulholland Drive è meglio perché è un film sugli incubi, sul mondo del cinema, sulle ambizioni, sulle paure, sulle delusioni. Magari quella frase su Instagram non ha un senso ma nasce dal mio amore per David Lynch. Sulla mia pagina Facebook, ad esempio, la foto di copertina raffigura un bracciale con la targhetta, come quello che si regala spesso in occasione del battesimo con il nome del bambino, che ho fatto realizzare con la scritta in spagnolo Silencio, come il nome del night, Club Silencio, in cui vanno i due protagonisti alla fine di Mulholland Drive, e come il locale che Lynch ha ideato a Parigi”.
di Francesca Monti
credit foto copertina Gabriele Dylan
Si ringrazia Paola Spinetti
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