L’Ue ha un problema: la Cina estrae il 70% e raffina fino all’80 delle materie prime essenziali per la Difesa

Febbraio 16, 2026 - 22:30
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L’Ue ha un problema: la Cina estrae il 70% e raffina fino all’80 delle materie prime essenziali per la Difesa

La Cina controlla oltre il 50% della raffinazione mondiale di 12 materie prime critiche che sono essenziali per l’industria della difesa, con punte che arrivano all'80 e perfino al 100% per determinati materiali. Ciò rappresenta una sfida insidiosa per la Nato, ma soprattutto per l’Europa. Il motivo? Mentre gli Stati Uniti investono in riserve strategiche, l’Unione europea è alle prese con ritardi burocratici e finanziari nel suo piano per l’autonomia energetica e minerale.

Alla questione ha dedicato un’approfondita analisi l’Osservatorio conti pubblici italiani, secondo il quale il divario tecnologico e produttivo con Pechino espone l’Occidente al rischio di dover affrontare una paralisi delle forniture militari in caso di tensioni geopolitiche. «Sia Ue che Usa stanno sviluppando iniziative per ridurre la loro dipendenza, ma nel complesso queste sembrano di portata ancora limitata, soprattutto in Europa», è la conclusione a cui arrivano i ricercatori.

L’indagine dell’Osservatorio Cpi parte dal fatto che nel 2024 la Nato ha pubblicato un documento da cui risulta che sono essenzialmente 12 le materie prime critiche indispensabili per l’industria della difesa. Quelle più a rischio sono alluminio e grafite, ma nella lista ci sono anche berillio, titanio, cobalto, germanio, tungsteno, platino, terre rare, gallio, manganese e litio. «La disponibilità e la sicurezza dell’approvvigionamento di queste materie prime – si legge nel documento dell’Alleanza atlantica – sono vitali per mantenere il vantaggio tecnologico e la prontezza operativa della Nato. Interruzioni nelle forniture potrebbero avere un impatto sulla produzione di equipaggiamenti essenziali per la difesa».

Il problema è che la produzione di questi materiali è globalmente dominata dalla Cina. E ciò vale sia per la fase di estrazione (a livello mondiale, Pechino estrae il 70% o più di grafite, tungsteno e terre rare) sia, anzi soprattutto, in quella di raffinazione: per esempio, la quota cinese sulla raffinazione mondiale supera l’80% per grafite, tungsteno, germanio e cobalto, mentre sfiora il 100% per gallio e terre rare. In generale, si legge, vale almeno il 50% in 10 materie prime critiche su 12. «Il ruolo di Usa e Ue è marginale – evidenziano i ricercatori dell’Osservatorio Cpi – le uniche quote rilevanti sono il 50% Usa per il berillio, il 10% Ue per il manganese, la cui raffinazione è concentrata in Germania e Belgio, e il 9% Ue per il cobalto, prevalentemente grazie alla Finlandia. Entrambi sono quasi assenti dalla raffinazione di titanio, terre rare, gallio e litio». America ed Europa sono autonomi solo in alcune materie prime che producono in misura rilevante (rispettivamente berillio e cobalto), mentre per le altre dipendono fortemente dalle importazioni. E il problema è tanto più rilevante per l’Ue, dove il consumo di 7 materie prime sulle 12 critiche (berillio, litio, gallio, grafite, platino, terre rare e titanio) è interamente dovuto alle importazioni. Non interamente ma comunque a percentuali elevate si muovono anche le importazioni per il consumo di tungsteno (80%), manganese (66%), alluminio (58%) e germanio (42%).

L’Osservatorio Cpi rileva che Ue e America stanno sviluppando iniziative per ridurre la loro dipendenza nei confronti della Cina, ma le soluzioni non sono all’altezza del problema, specialmente in Europa. La strategia comunitaria di ridurre la vulnerabilità per le 12 materie prime critiche rientra nella strategia formulata dal maggio 2024 col regolamento “Critical Raw Materials Act” e poi con le misure successive. Si tratta di un piano che definisce una lista di 34 materie prime «critiche» ad alto rischio di fornitura, di cui 17 «strategiche» perché fondamentali per la transizione verde, digitale e per l’industria della difesa. Quest’ultima lista contiene tutte le materie prime identificate dalla Nato tranne il berillio. Per il totale delle materie prime, il regolamento europeo fissa obiettivi per il 2030 di autonomia nell’estrazione (10% del consumo annuo dall’attuale 8%) e nella raffinazione (40% dal 24%). Inoltre, non più del 65% del consumo annuo di ogni materiale potrà provenire da un singolo Paese terzo. Le misure volte a raggiungere questi obiettivi sono però di natura puramente amministrativa, sottolineano i ricercatori dell’Osservatorio Cpi, ovvero sono semplificati autorizzazioni e permessi (per esempio ambientali) per i progetti privati che, su domanda, vengono valutati come “strategici”, viene istituito un comitato che, oltre a riconoscere i progetti candidati come “strategici”, aiuta i promotori nell’accesso a finanziamenti dalla Banca Europea degli Investimenti, da altri fondi europei o da privati e viene istituito un sistema dove le imprese europee (compratrici) indicano il loro fabbisogno di materie prime e i promotori dei progetti strategici (venditori) presentano le loro offerte, con la Commissione che dovrebbe metterli in contatto.

Viene inoltre ricordato dall’approfondimento pubblicato dall’Osservatorio Cpi che un recente documento della Corte dei conti europea muove varie critiche a questo programma messo a punto dall’Ue. Primo, non sono stanziati nuovi fondi europei e quelli esistenti sono limitati (1,8 miliardi) e dispersi tra vari programmi, senza un coordinamento centrale; secondo, sembra improbabile raggiungere gli obiettivi entro il 2030 (nel primo bando, sono stati approvati solo 75 progetti, di cui 61 in Ue e 14 fuori. Nel 2025 avrebbero dovuto essere pubblicati quattro bandi, ma ne è stato pubblicato solo uno, a settembre); terzo, gli obiettivi si riferiscono al totale delle materie prime: potrebbero quindi considerarsi raggiunti anche se per alcune la situazione rimanesse critica; e, ultimo ma non ultimo, per diversi progetti, specialmente quelli situati fuori dall’Ue, mancano accordi contrattuali che garantiscano che le materie prime estratte vengano effettivamente vendute ad aziende europee.

Problemi e criticità che l’Ue farebbe bene ad affrontare e risolvere quanto prima.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia