"Roma, gli stranieri e il cane che amo", Apolloni racconta la sua ultima serie

Gen 23, 2026 - 02:00
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"Roma, gli stranieri e il cane che amo", Apolloni racconta la sua ultima serie

AGI - Regista, attore, sceneggiatore e produttore, Francesco Apolloni è uno di quegli autori che non separano mai il lavoro dalla vita. Il successo de 'L’appartamento sold out' su RaiPlay lo conferma: una serie capace di raccontare integrazione, convivenza e trasformazione senza retorica, con ironia e verità. Con lui abbiamo parlato di questo traguardo, del suo metodo di lavoro, dell’impegno sociale e di ciò che lo spinge, ogni volta, a raccontare una storia.

'L’appartamento sold out' ha superato ogni aspettativa. Te lo aspettavi?

A dire la verità no, non in queste dimensioni. Lo speravamo, certo, perché quando lavori a lungo su un progetto ci credi fino in fondo, ma una risposta così forte da parte del pubblico non è mai scontata. Parliamo di oltre quattro milioni di visualizzazioni, numeri importanti per una serie originale RaiPlay, e di una presenza costante per più di un mese nella Top Ten.

Credo che il motivo stia nel passaparola. Quando racconti una storia in cui le persone riescono a riconoscersi, qualcosa scatta 'L'appartamento sold out' affronta temi complessi, come l’integrazione e la convivenza tra culture diverse, ma lo fa attraverso personaggi vivi, situazioni quotidiane, anche molto divertenti. È un dramedy che parla di un’Italia che esiste già, ma che spesso non viene raccontata.

La serie racconta una convivenza multiculturale senza filtri. È stata una scelta rischiosa?

Assolutamente sì, ma era una sfida necessaria. Gli attori stranieri sono davvero stranieri e, quando sono tra loro, parlano la loro lingua. Volevamo che la serie fosse autentica, senza mediazioni artificiali. È raro vedere in una fiction italiana due personaggi arabi che parlano arabo, ma quella è la realtà.

Inizialmente c’è stato qualche timore, anche comprensibile, ma alla fine abbiamo seguito quella strada e credo che il pubblico lo abbia percepito: quella sincerità è diventata uno dei punti di forza della serie.

Possiamo sperare in una seconda stagione?

Noi lo speriamo davvero. I risultati ci sono e la storia si presta a continuare. Abbiamo già scritto un soggetto per una possibile seconda stagione. RaiPlay è una piattaforma che permette di sperimentare, di osare, e quando un esperimento funziona viene naturale desiderare di andare avanti.

Nulla è scontato, ovviamente, ma l’auspicio è che questo percorso possa continuare

In America una serie così ti avrebbe reso milionario?

Probabilmente sì. Un amico americano, vedendo i numeri, mi ha detto scherzando: “Ora sei ricco”. In realtà è un altro sistema. In Italia facciamo più fatica a difendere economicamente e culturalmente i nostri prodotti.

Basta pensare a quanto guadagnano, ancora oggi, gli attori di serie di successo americane. Non dico che dovremmo arrivare a quei livelli, ma sicuramente potremmo valorizzare di più chi crea contenuti che funzionano anche all’estero. I francesi, in questo, sono più bravi di noi: sono più orgogliosi, più protettivi verso la loro cultura.

Pirandello scriveva: “Vattene da questo Paese che non ama i propri talenti”. È una frase che fa riflettere.

Roma è sempre presente nei tuoi lavori. Che rapporto hai con la città?

Roma è parte di me. È nelle vene, nel modo in cui scrivo, nel modo in cui guardo il mondo. Tutti i miei film sono ambientati qui e non potrei farne a meno. È una città che ti affascina e ti stanca allo stesso tempo.

A volte vorresti scappare, poi però ti ritrovi su Ponte Sisto, vedi il tramonto, San Pietro sullo sfondo, e resti. Roma è una città seducente, contraddittoria, e proprio per questo perfetta da raccontare.

Da attore a regista: quanto conta il rapporto con gli interpreti?

Per me gli attori sono coautori. Se hai una buona storia e attori bravi, sei già a metà del lavoro. Io vengo da una formazione attoriale e so quanto lo sguardo di un attore possa arricchire una scena, una battuta, una scelta narrativa.

In 'L'appartamento sold out' era fondamentale che gli attori fossero credibili, umanamente prima ancora che professionalmente. Il cast è stato straordinario, da Giorgio Pasotti alla bambina Nina, fino a tutti gli altri interpreti. Un altro segreto? Fare le prove. Dieci giorni attorno a un tavolo cambiano completamente il risultato sul set.

Tra attore, regista, autore e produttore: quale ruolo senti più tuo?

Mi sento molto vicino alla figura dello showrunner, come viene intesa negli Stati Uniti. Una figura che tiene insieme visione creativa, scrittura, regia e produzione. Mi piace ideare un progetto e seguirlo in tutte le sue fasi.

C’è una missione che attraversa tutto quello che faccio: raccontare che l’essere umano può trasformarsi. Non importa da dove vieni o cosa hai vissuto, puoi cambiare. Se riesco a trasmettere questo messaggio intrattenendo, facendo ridere o commuovere, allora sento di aver fatto bene il mio lavoro. 

La tua cifra stilistica è il dramedy?

Sì, direi di sì. Mi riconosco molto nel dramedy. È la vita stessa a esserlo. I grandi autori della commedia all’italiana lo sapevano bene: si ride e si piange nello stesso momento. È la grande tradizione della commedia all’italiana: Monicelli, Scola, Germi.

Anche quando faccio film che sembrano più leggeri, c’è sempre una parte più profonda. Raccontare storie, per me, significa provare a dare un ordine al caos, offrire una visione del mondo, una chiave di lettura personale.

Il tuo impegno con San Patrignano dura da anni. Come è nato?

È iniziato quasi per caso, al Festival di Giffoni. Ho incontrato ragazzi della comunità che facevano prevenzione contro la droga e sono rimasto colpito. Quando sono entrato a San Patrignano ho avuto una vera e propria folgorazione.

Vedere ragazzi che lottano per rialzarsi è potentissimo. È come assistere a un film dal vivo, ma senza finzione. Da lì sono nati spettacoli, incontri nelle scuole, format e documentari. Vedere studenti piangere, riconoscersi, abbracciarsi è stata una delle esperienze più intense della mia vita.

Chiudiamo con Sancio: non solo un cane, ma un compagno di vita

Sancio è davvero un compagno di vita. Dorme con me, viaggia con me, ha recitato in film, spettacoli teatrali, programmi. Da bambino sono cresciuto con un cane ed è stato un legame profondissimo. Quando è morto avevo giurato che non ne avrei mai più avuto uno.

Poi la vita cambia idea per te. I cani hanno una capacità straordinaria: vivono il presente, sempre. Anche nella malattia mantengono una dignità che commuove. Come diceva Totò, il cane è un signore. Ed è anche una grande lezione su come stare al mondo.

 

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Redazione Redazione Eventi e News