“Conoscere e curare il cuore”: tutte le novità della cardiologia 2026

Alla 43° edizione del Congresso la cardiologia che cambia: nuove frontiere tra diagnosi, terapia e prevenzione.
Si è tenuta Firenze, dal 19 al 22 marzo 2026 a Fortezza da Basso, la 43esima edizione del Congresso “Conoscere e curare il cuore”, che ha visto la parte3cipazione di alcuni tra i principali esperti italiani per analizzare le nuove frontiere della cardiologia dei nostri giorni.
Tanti i temi trattati e le novità emerse in ambito di prevenzione, diagnosi, terapie, farmaci e tecnologie, con le innovazioni che già fanno parte della pratica clinica, come l’uso della IA per escludere l’origine ischemica del dolore toracico o il pacemaker senza fili, efficace e con possibilità di rimozione.
Proprio a proposito di intelligenza artificiale si è parlato per quanto riguarda la diagnosi cardiovascolare.
“Vedere prima, curare meglio” è la sintesi che fa Francesco Prati, Presidente della Fondazione Centro per la Lotta contro l’Infarto e Direttore Dipartimento Cardio-toraco-vascolare, Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata, Roma.
“Il restringimento delle arterie dovuto alla aterosclerosi è ora quantificabile con i nuovi sofisticatissimi strumenti di imaging, come la TAC coronarica, e ci consente di prevenire eventi come l’infarto”.
Negli ultimi anni la tomografia computerizzata coronarica (CCTA) ha compiuto una trasformazione radicale.
Da strumento principalmente dedicato alla valutazione della stenosi coronarica, è diventata una metodica capace di interrogare la biologia stessa dell’aterosclerosi.
Oggi la CCTA non si limita a rispondere alla domanda “quanto è stretta l’arteria?”, ma affronta questioni più profonde: quanta malattia è presente, che tipo di placca la compone e quanto questa placca è biologicamente instabile.
Questa evoluzione coincide con un cambiamento concettuale nella cardiologia preventiva.
“L’IA ci dà una mano perché mette insieme tutti i parametri e, a differenza di un cardiologo umano, non si stanca mai: quando la TAC coronarica sarà disponibile nei PS consentirà diagnosi più rapide e l’individuazione dei pazienti a rischio, ma non bisogna trascurare l’intervento di campagne di prevenzione”, ha aggiunto Filippo Stazzi, dell’ospedale San Giovanni Addolorata di Roma e membro del Centro per la lotta contro l’infarto.
“Se allenata bene, la IA è uno strumento potente, ma deve essere istruita da esperti, altrimenti il risultato può rivelarsi catastrofico”, chiarisce Eloisa Arbustini, direttore dell’area di ricerca Trapiantologia e del Centro per le malattie genetiche cardiovascolari del Policlinico San Matteo di Pavia.
Sempre grazie alla CCTA, oggi è possibile valutare ance un nuovo fattore di rischio cardiovascolare: il grasso epicardico.
“Questo tessuto adiposo del cuore, che in misura minore o maggiore abbiamo tutti, esercita un’azione infiammatoria, che può favorire l’infarto”, spiega Stazzi.
“Il grasso epicardico rilascia mediatori chimici che influenzano l’organismo”, aggiunge Arbustini.
“Chiamato tecnicamente PCAT (pericoronary adipose tissue), rappresenta oggi uno dei biomarcatori emergenti più promettenti nella cardiologia preventiva. Offre una finestra non invasiva sull’infiammazione coronarica e sul rischio residuo, ma richiede ancora standardizzazione metodologica, validazione prospettica e protocolli condivisi prima dell’adozione routinaria”.
A proposito di diagnostica, è stato sottolineato come persiste difficoltà in quella di scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata.
“Questo rappresenta la metà dei casi di scompenso ed è una condizione cronica che va a peggiorare nel tempo”, spiega Stazzi.
Non è soltanto una malattia del miocardio: è una sindrome sistemica infiammatoria. O
besità, diabete, ipertensione arteriosa, invecchiamento e predisposizione genetica generano una cascata di alterazioni miocardiche e vascolari che coinvolgono l’intero sistema cardiovascolare.
La popolazione tipica è anziana, spesso femminile, e caratterizzata da multiple comorbilità. Questo rende l’HFpEF una malattia della complessità, più che una singola entità nosologica.
La difficoltà diagnostica dell’HFpEF nasce dalla sovrapposizione clinica con numerose altre patologie.
Dispnea, affaticabilità e ridotta tolleranza allo sforzo possono derivare da malattie respiratorie, decondizionamento fisico, obesità o anemia.
In molti pazienti i sintomi si manifestano solo durante lo sforzo e in assenza di segni evidenti di congestione a riposo.
Il percorso diagnostico richiede quindi un approccio sistematico di esclusione.
Devono essere considerate e scartate patologie respiratorie, ischemia miocardica, cardiopatie valvolari o congenite, cardiomiopatie infiltrative, malattie pericardiche e condizioni infiammatorie sistemiche.
Oggi però arrivano in soccorso, per chi ne è affetto, “vecchi” farmaci sviluppati per il diabete: le glifozine.
“Questi sono inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2-i) e le evidenze cliniche hanno mostrato un aumento della sopravvivenza. Non solo: agiscono anche in fretta, nel giro di poche settimane e si possono somministrare anche prima dell’esame ecocardiografico atto a determinare il tipo di scompenso del paziente”.
Novità anche per quanto riguarda i farmaci per ridurre il colesterolo, gli inibitori del PCSK9.
Gli anticorpi monoclonali e le tecnologie a RNA interferente hanno consentito riduzioni di colesterolo LDL impensabili fino a poco tempo fa, trasformando la gestione dei pazienti ad altissimo rischio cardiovascolare.
Tuttavia, l’adozione su larga scala di queste terapie è stata frenata da due limiti strutturali: il costo elevato e la necessità di somministrazione iniettiva.
Queste barriere hanno alimentato una nuova linea di ricerca: sviluppare inibitori orali di PCSK9 capaci di mantenere la stessa potenza ipolipidemizzante ma con maggiore semplicità d’uso, migliore aderenza e sostenibilità economica.
L’obiettivo non è sostituire le terapie esistenti, ma ampliare l’accesso a un trattamento altamente efficace.
Oggi nessuna molecola orale è ancora commercializzata, ma i dati disponibili suggeriscono che siamo di fronte a una nuova generazione di farmaci potenzialmente destinata a ridefinire la terapia ipolipidemizzante.
Una nuova generazione in attesa della prova finale. Il vero banco di prova saranno gli outcome cardiovascolari.
Se i dati confermeranno sicurezza ed efficacia sugli eventi clinici, gli inibitori orali di PCSK9 potrebbero rappresentare il futuro della terapia ipocolesterolemizzante.
Il vantaggio non è soltanto farmacologico, ma strategico: una terapia potente, orale, combinabile e potenzialmente più accessibile potrebbe cambiare radicalmente l’aderenza terapeutica e l’impatto sulla prevenzione cardiovascolare globale.
Al Congresso sono anche state esposte le nuove linee guida ESC 2025 su gravidanza e malattie cardiovascolari.
“Il diritto alla maternità anche per le donne con malattie cardiovascolari, spesso di origine genetica e quindi non prevenibili, è al centro delle nuove linee guida”, afferma Arbustini, “e per garantire a queste pazienti un percorso gestazionale sicuro si istituiscono team multidisciplinari nelle strutture ospedaliere, in grado di fornire tutto il supporto necessario. Nei piccoli centri, per ovviare alla mancanza di specialisti in tutte le discipline, la soluzione si prefigura nel fare rete”.
Le nuove linee guida ESC 2025 aggiornano la versione del 2018 e introducono un modello strutturato che ridefinisce la gestione della gravidanza nelle pazienti con malattie cardiovascolari (CVD).
Il documento ruota attorno a tre pilastri: la centralità del Pregnancy Heart Team (PHT), la stratificazione del rischio tramite la classificazione mWHO 2.0.
Gli specialisti si sono concentrati anche su un altro tema molto dibattuto: è salutare prescrivere attività fisica nella cardiomiopatia ipertrofica?
“Questa condizione di origine genetica colpisce una persona su 500 ed è caratterizzata dall’inspessimento delle pareti del cuore”, spiega Arbustini.
“L’attività fisica è una terapia”, chiarisce Stazzi, “bisogna solo stabilire quale e quanta per ogni paziente: è una valutazione che va fatta individualmente”.
Infine, il pacemaker senza fili. Ce ne parla il professor Stazzi.
“C’è già da molti anni ed è una realtà clinica. I primi pacemaker sono stati introdotti ormai molti anni fa, richiedevano una un’incisione al di sotto della clavicola o destra o sinistra, si creava uno spazio, un alloggiamento in cui si metteva il pacemaker vero e proprio, che era grosso quanto diciamo un la O dell’ok che si può fare con le mani e da questa breccia chirurgica che si era creata si andava a ricercare una vena attraverso la quale a ritroso si navigava nella circolazione venosa e si andava a mettere il filo elettrico all’interno del cuore”.
“Il problema è che per aprire la breccia chirurgica, si possono creare delle complicanze, si può pungere il polmone e quindi causare un pneumotorace, si può causare un’emorragia”.
“E soprattutto ,il problema principale è che noi lasciavamo tanto corpo estraneo, un impianto elettrico che partiva dalla clavicola e poi attraverso i fili arrivava dentro il cuore. Il corpo estraneo all’interno dell’organismo, quale che sia la protesi dell’anca o qualsiasi altra cosa, è prono alle infezioni. È un punto di accesso, un punto di vulnerabilità per gli agenti infettivi”.
“Il pacemaker maker senza fili è una capsula piccolina, meno di una moneta di €1. La quale viene messa senza tagli, ma come si fanno le coronarografie: si va a pungere non l’arteria, ma una vena a livello dell’inguine e attraverso queste e un catetere porta questa capsula all’interno del cuore, all’interno del ventricolo”.
Dopodiché l’intruttore, cioè il braccio che ha portato la capsolina nel cuore viene retratto e quello che resta all’interno dell’organismo è questa piccola capsolina che tra l’altro viene poi rapidamente mente inglobata, diciamo così, all’interno della parete del cuore.
“I dati al momento sembrano darci tranquillità anche nel lasciare in sito il dispositivo una volta che è scarico, perché tutti i peacemaker usano delle batterie e tutte le batterie si scaricano”
“In quello tradizionale, quando si scarica, si apre con la breccia chirurgica che avevamo fatto all’epoca dell’intervento, estraiamo il dispositivo precedente, lo svitiamo, proprio letteralmente svitiamo dei fili elettrici che andavano nel cuore, mettiamo uno nuovo, lo riavvitiamo, richiudiamo e abbiamo finito”.
“Questo qui dobbiamo andare a ripescarlo all’interno del cuore, e toglierlo potrebbe darci qualche problema. Però le sue piccole dimensioni ci dicono che in grosso modo noi potremmo metterne anche due, anche tre: quindi arriva il primo, si scarica, mettiamo il secondo, si scarica, mettiamo il terzo senza che questo dia un ingombro meccanico che comprometta o che dia fastidio alla funzione del cuore”.
“In più, l’altro vantaggio, è che hanno una durata superiore a quello dei pacemaker tradizionali, nominale di 12-15 anni, ma ancora non siamo arrivati a un numero ampio per poter dire che effettivamente la durata sia quella che la casa produttrice ci ci dimostra, però diciamo che se dura anche 10 anni e noi siamo in grado di metterne due o tre, abbiamo davanti 30 anni in cui verosimilmente, considerando che l’età media del paziente a cui si mette non è proprio verde, dovremmo riuscire a coprire tutta la sua aspettanza di vita”.
La 43° edizione, però, registra anche un forte consolidamento della reputazione del congresso, oltre che in Italia, anche oltreoceano. A riprova di questo, vengono conferiti quest’anno due premi.
“Conoscere e Curare il Cuore Award” a James Muller, Premio Nobel 1985 per la Pace, Professore alla Facoltà di Medicina di Harvard e co-fondatore dell’associazione “Medici Internazionali per la Prevenzione della Guerra Nucleare (IPPNW).
Muller è stato anche menzionato come Scienziato dell’Anno per il 2023 dall’American College Cardiology per il lavoro introduttivo svolto in questi anni, finalizzato alla individuazione del concetto di placca coronarica vulnerabile, stesso tema di indagine, in Italia, del Prof. Francesco Prati, Presidente della Fondazione “Conoscere e Curare il cuore”, che ha condotto i suoi studi attraverso l’utilizzo dell’OCT.
La motivazione del premio conferito è “per aver avuto il privilegio di esplorare due temi apparentemente distanti ed invece profondamente interconnessi: la fragilità dell’umanità in relazione alla malattia coronarica e la sua vulnerabilità, all’ombra della minaccia nucleare”.
Il Premio “Cuore e Salute Franco Fontanini” a Luciano Onder, “padre nobile” del giornalismo medico – scientifico è “per aver contribuito, con la sua pluriennale attività di giornalista, conduttore e divulgatore televisivo, alla diffusione della cultura cardiologica anche al di fuori della comunità scientifica”.
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