Il mito del maschilismo tossico, e gli adulti che parlano di educazione affettiva

Gen 21, 2026 - 10:30
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Il mito del maschilismo tossico, e gli adulti che parlano di educazione affettiva

Enrico Galiano, si sieda, le voglio parlare. Enrico Galiano, io avrei continuato lietamente a ignorare che lei esistesse, e invece purtroppo c’è questa novità, che diversamente da molte altre cose è proprio una novità: abbiamo tutti il telefono in tasca, e qualcuno lo usa per accendersi la telecamera in faccia, e gli altri ogni minuto in cui invece di leggere Shakespeare spolliciano il telefono sono costretti a constatare che il mondo è persino più pieno di opinioni fesse di quanto avessero creduto fino ad allora.

Enrico Galiano, lei ce l’ha presente Douglas Kelley? Mi sembra abbastanza ceto medio complessato da essere, a Natale, andato al cinema a vedere “Norimberga”, film su un certo processo d’ottant’anni fa. Kelley è quel personaggio interpretato da Rami Malek, quello che incarna un’ovvietà che mette a rischio molti posti di lavoro: la psicoterapia funziona solo se l’analista è assai più intelligente del paziente.

Lì il paziente, Hermann Göring, era assai più intelligente dello psichiatra, Kelley. In cosa la storia di cronaca nera su cui lei è intervenuto si sovrapponga alla sceneggiatura di “Norimberga”, Galiano, glielo dico tra un po’. È una sovrapposizione piccola, eh: stiamo parlando d’un altro mondo. Quelli erano adulti che volevano passare alla storia, o almeno alla cassa; noi vogliamo solo che chi visualizza ci risponda subito.

Quindi accade che uno studente delle superiori accoltelli un compagno di scuola e lo ammazzi: non al cinema negli anni Quaranta, nell’Italia del 2026, a La Spezia. È una tragedia, ma le tragedie in sé non bastano a generare conversazione collettiva. Servono altri elementi, e qui ce ne sono tantissimi.

Intanto, il fatto che questo accoltellamento sarebbe avvenuto perché il morto avrebbe postato una foto con la fidanzatina dell’assassino. Per carità, io condivido la buona intenzione di scandalizzarsi per l’eccesso di reazione a una simile scemenza, ma sarebbe più credibile se non venisse da quarantenni e cinquantenni che passano le giornate a dire «secondo te perché visualizza e non risponde», a farsi domande che solo i liceali dovrebbero essere così imbecilli da porsi – e invece.

Tra gli aneddoti migliori del mio repertorio c’è quella intellettuale della generazione mia e sua, Galiano, che toglie il saluto a tutti i conoscenti che hanno messo like a un post che la offendeva, e lo fa dopo essersi fatta stampare la schermata coi like dalla segretaria. Se trent’anni fa ci avessero detto che le segretarie le avremmo utilizzate per questo invece che per delegarle a prenotarci il parrucchiere, avremmo ritenuto più verosimili i bastioni di Orione.

Un altro elemento che contribuisce a fare di questo omicidio il fatto di cui tutti parlano è la spaventosa constatazione che non esistano più le classi sociali. Una volta c’erano mondi ben separati: da una parte quelli che dopo la terza media continuavano ad andare a scuola, dall’altra le gang col coltello. Adesso no, adesso abbiamo deciso che l’istruzione è un parcheggio per tutti, che devono continuare ad andare a scuola il più possibile anche se non ne usciranno istruiti. La ragazza dell’assassino, anche lei studentessa delle superiori, ha scritto le sue ragioni, in una storia Instagram, in un italiano che nel secolo scorso l’avrebbe costretta a ripetere la terza elementare.

I genitori dell’assassino – che, poveracci, sono le seconde vittime di questa vicenda – danno interviste strazianti dicendo che loro lavorano tutto il giorno e il figlio non l’hanno mai visto con dei coltelli. Mi sembrano gli unici normali, tra i molti (me compresa) cui urge esprimersi su questa vicenda: normali genitori che normalmente non hanno idea di chi sia l’adolescente che hanno in casa. Chiunque sia stato adolescente dovrebbe ricordarsene: quel che siamo e quel che raccontiamo di essere ai nostri genitori, a quell’età, sono due insiemi senza intersezione.

È una realtà immutabile, non cambia solo perché questa è un’epoca illusoria in cui i genitori si percepiscono amici e confidenti dei figli, e gli mettono gli airtag nello zaino così possono geolocalizzarli sempre e preoccuparsi meno. Illusi.

Christian Raimo ha scritto un post su questa vicenda per dire la solita frase per cui ogni delitto è ormai pretesto: che ci vuole l’educazione affettiva; che è la stessa cosa che ha detto accendendosi la telecamera in faccia Galiano (non vi sarete già dimenticati di lui), e io ho molte domande (alcune pessime, lo dico). La prima è: ma non riuscite a insegnargli l’italiano, perché dovreste avere un esito migliore nell’insegnargli a diventare persone perbene, che è una materia molto più scivolosa?

La seconda è: ovvio che non sappiamo niente di chi è quello specifico adolescente inconoscibile agli adulti, ma com’è possibile che gente che ha quotidianamente a che fare coi ragazzini capisca così poco di come sono fatti in generale e da sempre i ragazzini? Entrambi, Raimo e Galiano, dicono che è un problema del maschile, di queste case patriarcali in cui i poverini crescono e dal cui maschilismo inconsapevole la scuola ha il dovere di deprogrammarli. Sembra di essere nel più brutto (per ora) film del 2026, “2 cuori e 2 capanne”.

I commenti al post di Raimo sono pieni di gente che gli dice «veramente si menano per gelosia anche le femmine», che è un’ovvietà per chiunque sia stato adolescente, ma anche solo per chiunque abbia mai visto “Grease”. Ma, benedetti professori con fama social, veramente solo voi non vi siete mai accorti che l’essere adolescenti è una patologia che prevale sul maschile e sul femminile? Veramente non sapete che il delirio sentimentale, l’ossessività, la gelosia, il pensare che sia tutto importantissimo, tutto vitale e mortale ciò che accade all’interno d’una relazione o d’una giornata, sono caratteristiche precipue dell’adolescenza?

Va bene che “Io ballo da sola” non sta sulle piattaforme e quindi non esiste nella memoria presentista, ma in quel Bertolucci che fa trent’anni tra due mesi la protagonista era una vergine diciottenne che, nella scena più famosa e che dava il titolo italiano al film, ballava davanti allo specchio squarciagolando la canzone che aveva in cuffia, e la canzone che aveva in cuffia raccontava di quando Courtney Love andava a scuola e ci si vestiva tutti allo stesso modo e si parlava tutti allo stesso modo e si scopava tutti allo stesso modo: ce li avrete avuti diciott’anni, con quell’ossessione per l’accoppiamento, o almeno sarete andati al cinema.

Va bene che nessuno legge più niente, ma di “Romeo e Giulietta” hanno fatto pure dei film parecchio popolari, uno anche con le canzoncine accattivanti: da cosa pensate dipendesse lo svolgimento d’una trama che ha più morti d’un film di guerra, se non dal fatto che la Capuleti aveva tredici anni e il Montecchi sedici e tutto sembrava gravissimo e degno di mettere fine alle vite propria e altrui?

Poi certo, lo vedo che il contagio è ormai diffuso agli adulti, e non riconosciamo più un comportamento tipicamente adolescenziale perché siamo tali e quali: ci offendiamo per i like, ci ingelosiamo per i cuoricini, pensiamo che la vita sia quella dentro al telefono e abbiamo abolito quel passaggio all’età adulta che era il concentrarsi sulle proprie ambizioni accantonando i propri sentimentalismi. C’entra che i tempi facili producono persone rammollite, c’entra quel che scriveva ottant’anni fa Suso Cecchi d’Amico al marito: «Amore mio qui sta scoppiando il dopoguerra. Speriamo che duri poco».

Qui nel dopoguerra rammollito l’unica differenza che resta, tra adolescenti senili e adolescenti veri, sono le armi e il loro possesso: l’intellettuale che si fa stampare i like conserva continenza sufficiente da non accoltellare nessuno, ma lo scolaro che non ha lessico per dire il suo disappunto, quello no, quello un’altra volta t’avrebbe menato e invece stavolta ha un coltello.

Credevo che la cosa peggiore fossero, come sempre, i giornalisti di cronaca nera. «Mentre braccava il presunto rivale aveva il volto deformato da quella che molti testimoni hanno definito “una risata”. Anche dopo è rimasto impassibile, mentre un prof tentava disperatamente di dare aiuto al povero Abu, cercando di fermare l’emorragia. E lui lì seduto. Sempre con quel ghigno in viso. Forse solo una maschera per nascondere la vertigine di quei momenti». Siamo dalle parti di «Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise».

Credevo di potermela come al solito prendere coi giornali, poi mi è comparso Galiano (condiviso sull’Instagram del sindaco di Bologna: ettepareva). Mi è comparso Galiano che riferiva, con raccapriccio e invocazione di emergenza educazione affettiva, che gli accade di parlare con ragazzini offesi perché qualcuno da lontano sta ridendo e pensano rida di loro. Galiano, venga qui. Galiano, si sieda.

Lei secondo Google è del 1977, quindi è stato adolescente qualche anno dopo di me. Dovrebbe avere più fresca di quanto ce l’ho io la memoria di che incubo, che terrore, che cataclisma sia, per un(’)adolescente, passare davanti a un gruppetto di coetanei. Mi guarderanno. Mi giudicheranno. Sparleranno. Rideranno di me. Se lo ricorderà: cambiavamo persino strada, per risparmiarci quell’angoscia. Com’è possibile che le sembri una questione che ha a che fare con il, che il dio delle parole mi perdoni, maschilismo tossico, e non con quel nodo terrificante di inadeguatezza e onnipotenza che è l’adolescenza?

Poi certo, adesso quella roba lì, che una volta da adulti rivedevamo nei nostri figli con tenerezza e distacco, adesso è una questione che affligge anche noialtri adulti, perché la mozione educazione affettiva ha passato gli ultimi anni a feticizzare la fragilità e a fomentare le insicurezze, trasformando appunto gli adulti in adolescenti senili.

Il risultato è lo scoppio del riposante dopoguerra: una società in cui i miei coetanei, se qualcuno ride di loro o mette un like a una battuta contro di loro o scrive «culona» sotto una loro foto, reagiscono come in secoli meno stupidi si smetteva di reagire con la maggiore età.

Una società di adulti che sono rimasti adolescenti insicuri che passano davanti al gruppetto degli stronzi della classe. E una leva di educatori e psichiatri che dice agli adulti e ai ragazzini che hanno ragione a risentirsi, che nessuno deve permettersi di offenderli né tanto meno di dirgli che potrebbero prenderla più sportivamente (in analfabetese: invalidarli). E poi quegli stessi educatori e psichiatri, vai a sapere se incapaci di fare due più due o in malafede, concludono: questi ragazzini stanno così perché c’è il patriarcato e ci vuole l’educazione affettiva.

Tali e quali a quella scena di “Norimberga” in cui i tapini convinti di potersi rigirare Göring dicono «se riusciamo a definire psicologicamente cosa sia il male, possiamo assicurarci che una cosa del genere non accada mai più». Douglas Kelley nel film ha un arco narrativo che parte da «chi scriverà il libro che spiega cosa rende i tedeschi diversi da noi farà un sacco di soldi», passa per la scoperta che un suo commilitone americano è un ebreo scappato dalla Germania, e finisce quindi a cedere gli appunti con cui voleva conquistare l’editoria e la gloria ai giuristi che dovranno interrogare Göring.

A fine processo glieli restituiranno, e quel libro sulle ventidue celle di Norimberga lo pubblicherà comunque. Ma non farà un sacco di soldi, e si suiciderà proprio come Göring: anche lui col cianuro. Non so quale sia la morale: che buoni e cattivi sono uguali? Che «medico, cura te stesso»? Forse più che i libri erano negli anni Quaranta quel che l’accendersi il telefono in faccia e far la moralina è negli anni Venti: la via per la gloria dei grandi, mentre quella dei piccoli è una ragazza che metta cuoricini solo a loro. Se la gloria non arriva, all’una e all’altra età, nell’uno e nell’altro secolo, può finire molto male.

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