La pace giusta non è un compromesso, ma dignità in azione

Vivere in Ucraina oggi significa abitare l’incertezza. Non puoi pianificare la tua giornata, a volte nemmeno l’ora successiva. Non esiste un rifugio sicuro: i missili russi possono colpire ovunque, in ogni momento. La paura per i propri cari è costante. Ma, paradossalmente, questa tragedia ha spalancato anche la possibilità di mostrare il meglio di noi stessi: la solidarietà, il coraggio, la scelta di assumersi responsabilità che non avremmo mai pensato di poter portare. Ho ascoltato centinaia di sopravvissuti alle prigioni russe.
Storie di torture che sembrano uscite dall’oscurità del Medioevo: unghie strappate, scariche elettriche ai genitali, stupri, corpi martoriati. Un professore, Igor Kozlovsky, ha trascorso settecento giorni in isolamento, in una cella senza aria né luce, tra i topi che scendevano dalle fogne. A loro teneva lezioni di filosofia, solo per non smettere di ascoltare il suono di una voce umana. Igor mi ha insegnato che la dignità non è un concetto astratto, ma un’azione.
Non siamo ostaggi della storia, ma attori. Per questo la parola “pace” non può essere svuotata del suo significato. La pace non è smettere di resistere: quella è occupazione. E l’occupazione non riduce le sofferenze, le rende invisibili. Significa deportazioni, campi di filtraggio, stupri, bambini sottratti e affidati a famiglie russe, fosse comuni.
Quando in Europa qualcuno propone di “cedere” Donbas o Crimea, come se stesse commentando una partita di calcio, dimentica che lì vivono milioni di persone condannate a un destino di violenza e cancellazione. La guerra che Putin ha scatenato non riguarda Avdiivka o Bakhmut. Non ha mandato a morire centinaia di migliaia di soldati per conquistare puntini su una mappa. La sua ambizione è imperiale: distruggere l’Ucraina perché è la porta d’ingresso all’Europa.
La Russia è un impero, e un impero non ha confini: cerca sempre di espandersi. L’Europa oggi è protetta solo perché gli ucraini resistono. Ma l’appetito cresce mangiando. Nel 2014, con la Crimea, l’Occidente ha fallito la prova reagendo con debolezza. E ha consegnato a Putin l’illusione di poter fare tutto. Non è soltanto la guerra di un dittatore anziano ossessionato dalla sua eredità. È la guerra di una società che da decenni vive nell’impunità. I gulag sovietici non furono mai processati, mentre i nazisti venivano condannati a Norimberga. Da allora la Russia ha ripetuto i suoi crimini ovunque: Cecenia, Georgia, Siria, Libia. Ogni volta senza pagare il prezzo. L’impunità ha generato l’idea che tutto sia permesso.
Per questo il nostro compito non è soltanto salvare l’Ucraina. È spezzare il ciclo dell’impunità, restituire centralità all’essere umano e costruire una pace giusta: la libertà di vivere senza violenza e con una prospettiva a lungo termine. Non un compromesso sui corpi delle vittime, non un tavolo dove si barattano territori e risorse come se fossero merce. Anche i miei colleghi russi lo sanno. Perseguitati, esiliati, incarcerati, mi ripetono sempre: «Se vuoi aiutarci, abbi successo».
Perché solo il successo dell’Ucraina e dell’Europa può aprire uno spiraglio a una Russia democratica. La pace giusta non è un lusso retorico. È la posta in gioco del nostro tempo. E chi in Europa oggi si illude di poter “normalizzare” Putin, o di comprare stabilità a prezzo di territori e diritti umani, deve assumersi la responsabilità di un futuro che non sarà fatto di pace, ma di resa
Testo raccolto alla prima Conferenza Europea di Ventotene per la libertà e la democrazia.
Questo è un articolo de Linkiesta Magazine 03/25 – Senza alternativa. Si può acquistare qui.
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