L’Europa non ha difese reali contro un ricatto tecnologico di Trump

Gen 21, 2026 - 10:30
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L’Europa non ha difese reali contro un ricatto tecnologico di Trump

Lo scontro tra Donald Trump e l’Europa è arrivato a livelli così imprevedibili che l’ipotesi di un kill switch tecnologico non è più uno scenario fantascientifico, anzi. La dipendenza europea dalla tecnologia americana è così profonda e strutturale da aver quasi cancellato la separazione tra usi civili, industriali e di sicurezza. Tecnicamente ci troviamo in una situazione di lock-in: piattaforme e fornitori sono difficili da sostituire senza costi elevatissimi e rischi operativi. E anche se esistessero delle alternative, i processi sono così intrecciati da rendere l’uscita impraticabile nel breve periodo.

La notizia preoccupante è che Trump ha già una base legale e tecnica per poter far del male ai paesi europei. Potrebbe ricorrere facilmente all’International Emergency Economic Powers Act, la legge del 1977 che consente al presidente degli Stati Uniti di dichiarare un’emergenza nazionale e regolamentare o interrompere transazioni economiche internazionali. In base a questa norma, la Casa Bianca può imporre divieti, restrizioni, obblighi di autorizzazione o blocchi selettivi su tecnologie e contratti siglati oltreoceano. 

Il presidente degli Stati Uniti potrebbe inoltre inserire aziende, agenzie pubbliche, università o altre entità giuridiche europee nella Entity List del Dipartimento del Commercio obbligando le imprese americane a ottenere licenze preventive per fornire software, hardware e servizi negli Stati europei coinvolti. Questo strumento sarebbe più sofisticato della solita clava trumpiana, ma forse ancor più efficace. Senza l’autorizzazione della Casa Bianca, continuare a operare nei paesi sanzionati diventerebbe illegale e i servizi verrebbero sospesi preventivamente per ridurre qualsiasi ritorsione legale. 

Infine Trump potrebbe agire sui ricchissimi appalti federali, minacciando di revocare contratti pubblici alle aziende che continuano a servire clienti europei ritenuti “ostili” agli interessi americani. Il presidente degli Stati non può unilateralmente revocare contratti già in essere senza violare il Federal Acquisition Regulation e senza esporsi a contenziosi miliardari; può però orientare nuove assegnazioni, sospendere rinnovi e imporre condizioni restrittive tramite ordini esecutivi e clausole di sicurezza nazionale. 

Una possibile risposta per governi, amministrazioni pubbliche e grandi aziende europee sarebbe spostare dati e infrastrutture all’interno dell’Unione, nella speranza di sottrarli alle decisioni prese a Washington. Ma in base all’Export Control Act, Washington può imporre restrizioni anche su tecnologie che non si trovano fisicamente negli Stati Uniti, purché quei software, brevetti o macchinari siano di origine americana. Tradotto: tenere i dati in Europa non garantisce protezione perché nel cloud conta la legge che governa la tecnologia, non il luogo fisico in cui si trovano i server.

Ma cosa succederebbe concretamente  se gli Stati Uniti limitassero o addirittura sospendesse l’accesso europeo a servizi digitali americani? Parliamo di cloud, software critici, infrastrutture di comunicazione e persino sistemi militari. Prima di tutto, capiremmo in poche ore quanto siamo vulnerabili. Al momento la maggior parte dei dati pubblici e privati europei, dalle cartelle cliniche ai sistemi fiscali, dai flussi finanziari ai servizi di difesa digitale, viene archiviata o processata su infrastrutture cloud controllate da aziende soggette alla giurisdizione statunitense. 

Il cloud è il punto più vulnerabile di questa dipendenza. Tre gruppi americani, Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, controllano circa il 70 per cento del mercato europeo. Il loro dominio non riguarda solo storage e potenza di calcolo, ma un intero ecosistema integrato: identità digitali, email, intelligenza artificiale, strumenti di sviluppo, cybersecurity, gestione dei dati, fino a servizi satellitari e militari.

Secondo un interessante studio della Commissione ITRE del Parlamento europeo, circa l’80 per cento della spesa europea in cloud e software confluisce verso fornitori extra-UE, con un deflusso stimato di oltre 260 miliardi di euro l’anno.La quota europea è scesa dal 29 per cento del 2017 a circa il 15 per cento nel 2025. E i maggiori operatori europei, come SAP e Deutsche Telekom, si attestano ciascuno intorno al 2 per cento del mercato. Briciole. Per non parlare degli smartphone europei che funzionano quasi esclusivamente su sistemi operativi americani. L’unico aspetto positivo potrebbe essere l’addio ai social network, da Meta a X, tutti americanissimi. 

Nel campo dell’intelligenza artificiale, l’Unione è doppiamente dipendente: dai chip e dal cloud per la potenza di calcolo e dai modelli sviluppati da aziende americane. Solo il 2,8 per cento dei brevetti globali IA ha origine nell’UE, un ritardo strutturale difficilmente colmabile nel breve periodo. Anche i tentativi più ambiziosi di costruire capacità proprie, come le gigafactory europee per l’intelligenza artificiale, copriranno solo una frazione minima del fabbisogno globale nei prossimi anni.

Certo, l’Europa eccelle nella produzione di macchinari per la fabbricazione dei semiconduttori, ma ha una presenza minima nella progettazione e nella produzione dei chip più avanzati. Mistral AI, start-up francese con sede a Parigi, è oggi l’unico attore europeo con ambizioni di primo piano nel campo dei modelli di intelligenza artificiale, ma rappresenta ancora una quota minima del mercato globale e dispone di risorse finanziarie e computazionali molto inferiori rispetto ai concorrenti americani. Inoltre solo l’1 per cento del design globale è europeo e meno del 10 per cento della produzione avviene nel nostro continente. Il Chips Act della Commissione europea ha riconosciuto questa debolezza, ed è già qualcosa. 

Il lock-in tecnologico è difficile da superare perché i sistemi informatici di aziende e amministrazioni sono costruiti su servizi proprietari pensati per funzionare insieme. Cambiare fornitore richiede interventi profondi sui dati, sul software e sull’organizzazione interna, rendendo l’uscita lenta e costosa. Non è solo una questione economica; in molti casi mancano alternative europee funzionalmente equivalenti, soprattutto per applicazioni avanzate che combinano cloud e intelligenza artificiale. La lista di provider europei non è cortissima: OVHcloud, Scaleway, IONOS, Hetzner, Exoscale e l’Open Telekom Cloud di Deutsche Telekom offrono servizi cloud utilizzabili da imprese e pubbliche amministrazioni. Ma offrono meno servizi, attraggono meno sviluppatori e dispongono di risorse finanziarie molto inferiori rispetto ai colossi americani.

L’Unione europea continua a dipendere in modo significativo da fornitori esterni, soprattutto per l’accesso allo spazio e per le grandi costellazioni satellitari. Il confronto con Starlinkè implacabile: Elon Musk possiede diverse migliaia di satelliti operativi in orbita, mentre il programma europeo IRIS prevede circa 290 satelliti che entreranno in servizio gradualmente nei prossimi anni, con molta calma. Anche sul fronte dei lanciatori, nonostante il ritorno operativo di Ariane 6 e Vega C, la capacità europea resta più limitata, costosa e lenta rispetto ai servizi offerti da SpaceX, che in più occasioni è stata scelta anche da operatori europei. Ridurre questo divario non è facile, né immediato. 

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