Ora i nostri trumpiani devono rispondere a qualche domanda

Nei giorni in cui gli agenti dell’Ice ammazzano un altro cittadino americano, Alex Pretti, infermiere di 37 anni, colpevole di essersi fermato ad aiutare due donne aggredite con spray urticante e spintonate in mezzo alla strada dalle squadracce trumpiane, esattamente come poche settimane fa hanno ammazzato Renee Good, il nostro vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, principale sostenitore di Donald Trump in Italia (a pari merito, o meglio a gara, con Giorgia Meloni), dichiara che le nostre forze dell’ordine devono avere «le mani libere». Peraltro il giorno dopo avere ricevuto al ministero il neofascista Tommy Robinson, organizzatore della mobilitazione xenofoba che ha scatenato la guerriglia a Londra nei mesi scorsi, non per nulla attivamente sostenuto da Elon Musk.
È tutto chiaro o serve un disegnino? Fino a che punto dobbiamo arrivare, prima di svegliarci e cominciare a chiamare le cose col loro nome, per citare il recente discorso di Mark Carney? Com’è possibile non vedere che più continuiamo a normalizzare, sminuire, edulcorare la realtà, più legittimiamo e facilitiamo lo scivolamento verso il modello trumpiano, e che presto o tardi, magari anche grazie alle opportune riforme ultramaggioritarie e presidenzialiste, ci ritroveremo esattamente lì?
Chiunque abbia a disposizione uno studio televisivo, un giornale, un blog o un semplice telefonino oggi ha il dovere di presentare ai tanti trumpiani di casa nostra, ai leader di Fratelli d’Italia e della Lega, a giornalisti e pseduointellettuali di area, a tutti coloro che sostengono questo genere di posizioni, gli inequivocabili filmati che mostrano le vere e proprie esecuzioni compiute in mezzo alla strada a Minneapolis, e di domandare loro se considerano tutto questo accettabile, e se dunque un domani, qualora ne avessero la possibilità, farebbero in Italia quello che Trump sta facendo negli Stati Uniti.
Ce lo devono dire ora, lo devono dire davanti a quelle immagini, lo devono dire guardando i volti di quella madre di tre figli ammazzata nella propria auto e di quell’infermiere accerchiato e assassinato sul marciapiede in pieno giorno. Devono dire cosa pensano del presidente degli Stati Uniti e del suo vice, JD Vance, che hanno il coraggio di far passare gli assassinati come i veri aggressori e i loro carnefici come degli eroi, negando l’evidenza testimoniata da decine di video, alimentando un’ulteriore spirale di falsità e di violenze, e infangando persino la memoria delle vittime.
Tutto questo non è normale, non è normale che accade in Occidente, non è normale che accada in America è non è normale che sia sminuito, ridimensionato, relativizzato, normalizzato nel dibattito pubblico italiano.
Si astengano, per favore, almeno oggi, gli inesausti spiegatori dell’eterno seme di violenza insito nella società americana sin dai tempi del genocidio dei nativi, e via relativizzando e ridimensionando qualunque atrocità in un gigantesco minestrone pseudo-storico che ha l’unico vero obiettivo di banalizzare e quindi sminuire l’enormità di quanto sta accadendo. Non c’è niente di normale, nemmeno per gli Stati Uniti, in quel che vediamo a Minneapolis.
Riprendo la pura e incontestabile ricostruzione dei fatti, confermata dalle immagini reperibili ovunque, dall’editoriale di Christian Rocca: «L’infermiere (di un ospedale federale che cura i reduci di guerra) stava filmando il rastrellamento e stava proteggendo una ragazza strattonata e malmenata dalle squadracce di Trump, per questo è stato buttato per terra da quattro agenti dell’Ice, che prima lo hanno immobilizzato, poi gli hanno portato via una pistola che teneva (con regolare porto d’armi) in tasca, e infine, dopo averlo disarmato, lo hanno giustiziato con una decina di colpi di pistola. Un assassinio ripreso da diverse angolature da altri cittadini sgomenti di Minneapolis».
Questo è quello che è accaduto due giorni fa in America. Se non vogliamo che domani scene del genere divengano normali anche qui, faremo bene a smettere subito di fingere che lo siano.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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