Banalità o nuova conoscenza, sta a noi scegliere quale futuro dare al digitale

L’abbiamo detto tante volte: mai come oggi l’umanità si trova immersa in un flusso continuo e inarrestabile di informazioni e contatti. Internet e il digitale hanno reso accessibile a chiunque un oceano di contenuti: testi, immagini, video, opinioni, dati.
I giovani africani, per fare un esempio, sono sempre più connessi nonostante le difficoltà e le arretratezze tecnologiche (l’Africa ha la popolazione più giovane e in più rapida crescita al mondo). Secondo McKinsey, la penetrazione degli abbonati mobili in Africa dovrebbe raggiungere il 50 per cento entro il 2030, con 751 milioni di abbonati mobili unici, rispetto al 44 per cento (527 milioni di abbonati) del 2023 (“Remember the future: The next frontier for African telcos” maggio 2025).
Per la GSM Association (Global System for Mobile Communications) l’adozione degli smartphone da parte della popolazione subsahariana – la zona più arretrata del continente – raggiungerà nel 2030 l’87 per cento rispetto al 51% del 2022. Come sappiamo, questa straordinaria e dirompente capacità di connessione porta con sé una profonda contraddizione.
Da un lato la Rete è uno spazio straordinario di innovazione e creatività collettiva, dall’altro un potente motore di banalizzazione e disinformazione. Due facce di una stessa medaglia, due tendenze che convivono e si alimentano nello stesso ecosistema.
Da un lato le piattaforme social, costruite per massimizzare l’engagement, premiano ciò che provoca reazioni istantanee, non ciò che richiede tempo e concentrazione. Con grandi rischi di disinformazione, considerato che le notizie false vengono ritwittate il 70% più frequentemente di quelle vere, stando a una ricerca del Mit–Media Lab.
La Rete, ad ogni modo, non smette di generare effetti di straordinario beneficio per l’umanità. Nel mondo open source la collaborazione è evidente: il movimento conta oltre 31 milioni di sviluppatori globali (Market Data Report 2024-Worldmetrics). Come i dati provenienti dall’acceleratore di particelle più grande e potente al mondo situato al Cern di Ginevra (Large Hadron Collider), l’anello sotterraneo di 27 chilometri dove i protoni vengono accelerati a velocità prossime a quella della luce e fatti collidere per studiare la materia fondamentale, che vengono analizzati da oltre 10 mila scienziati e ingegneri da più di 100 Paesi.
Grazie a questo esercito di ricercatori è stato scoperto nel 2012 il famoso Bosone di Higgs, particella subatomica essenziale per la formazione degli atomi, cioè della vita stessa.
Altro straordinario esempio di collaborazione globale grazie a internet è il progetto Open Source Drug Discovery (OSDD), lanciato nel 2008 dal Council of Scientific and Industrial Research (CSIR) in India, per lo sviluppo di farmaci contro malattie trascurate come la tubercolosi, la leishmaniosi e la malaria. La piattaforma di ricerca collaborativa OSDD, che applica i principi dell’open source alla scoperta di farmaci, ha aperto i suoi dati, metodi e risultati alla comunità scientifica mondiale permettendo a oltre 7.500 ricercatori di tutto il mondo, di 130 diversi Paesi, di contribuire liberamente accelerando il processo di scoperta di nuovi farmaci. OSDD ha dimostrato che è possibile sviluppare nuovi farmaci efficaci e accessibili attraverso la collaborazione aperta, riducendo i costi ma soprattutto accelerando i tempi rispetto ai metodi tradizionali.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto il modello OSDD come un esempio di innovazione aperta nella ricerca farmaceutica, facendone da apripista a tante altre piattaforme collaborative in campo sanitario.
La Rete ha abbattuto le barriere spaziali (e temporali) aprendo orizzonti fino a ieri impensabili. Internet e il digitale non sono intrinsecamente “buoni” o “cattivi”: sono amplificatori delle nostre dinamiche. Possono diffondere banalità o potenziare l’ingegno, la differenza sta nel come le usiamo, nella cultura digitale che coltiviamo.
Serve perciò una cittadinanza digitale consapevole, capace di riconoscere fonti affidabili, di distinguere opinioni da fatti, capace di approfondire e cooperare su scala globale per offrire benessere all’umanità.
Interessante quanto Neha Shukla, ventenne studente americana di origini indiane e fondatrice di Innovation For Everyone, movimento che si batte per l’uso responsabile della tecnologia, ha raccontato al Financial Times lo scorso giugno: «Se c’è qualcuno in grado di gestire questa crisi dell’integrità delle informazioni, sono i giovani. Se la pandemia ci ha insegnato qualcosa, è che la Generazione Z è combattiva e resiliente e può gestire molto». E sull’innovazione il suo pensiero è chiaro. «Più persone sono coinvolte nel processo di innovazione, più problemi possiamo risolvere e più velocemente possiamo farlo. Creare un ecosistema di innovazione è il primo passo che dobbiamo compiere… i giovani sono una parte fondamentale di quell’ecosistema», ha scritto Shukla nel suo ebook “Innovation for everyone: solving real–world problems with STEM” (2022).
Come sottolinea Christine Borgman, docente di Information Studies all’Università della California, nel suo libro “Scholarship in the Digital Age”: «Il vero potenziale del digitale si realizza quando sappiamo trasformare la mole di dati in conoscenza condivisa».
Per Borgman non basta accumulare informazioni: serve costruire senso e connessioni significative tramite la collaborazione e l’interdisciplinarietà, essenziali per la ricerca e l’innovazione, ma la collaborazione interdisciplinare non è un processo naturale né semplice, richiede infrastrutture progettate con cura, incentivi istituzionali e modalità capaci di rispettare e valorizzare le differenze disciplinari.
Stiamo vivendo quella che il sociologo francese Gérald Bronner ha definito “Apocalisse cognitiva”, dal suo libro del gennaio 2021 dall’omologo titolo (Apocalypsecognitive). Apocalisse intesa non come disastro, ma nel suo significato originario (greco antico) di rivelazione, disvelamento.
La sfida, sostiene Bronner, non è scegliere quale volto ha veramente il digitale, ma decidere quale volto vogliamo alimentare. «La rivoluzione digitale ha liberato una quantità impressionante di tempo cerebrale disponibile, ma questo tempo non viene sempre utilizzato in modo produttivo» sostiene Bronner. Il digitale è lo specchio amplificato delle nostre propensioni: può ridurre tutto a slogan e banalità o aprire nuovi e straordinari orizzonti di conoscenza a beneficio di tutti. Sta a noi coltivare il secondo, vigilando sul primo.
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