CPI 2025 e la corruzione in Italia: la fiducia perduta e il metodo del Governo Aperto
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Cosa dice il CPI 2025, l’indice europeo sulla corruzione in Italia e perché il metodo del “Governo Aperto” può ripristinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Il CPI di Transparency International. Un indice che tutti commentano e quasi nessuno capisce
Ogni anno, quando Transparency International pubblica il Corruption Perceptions Index, accade qualcosa di prevedibile: il dibattito si accende. Titoli, classifiche, confronti internazionali, qualche polemica politica. Poi, nel giro di pochi giorni, tutto si spegne, come se l’indice fosse una fotografia imbarazzante da riporre in un cassetto.
Quest’anno l’Italia perde un punto e si ferma a 53 su 100. Una variazione minima, verrebbe da dire. E infatti molti la liquidano così: un dettaglio statistico, un’oscillazione fisiologica, nulla che giustifichi allarmismi. Ma il CPI è uno degli indicatori più fraintesi del dibattito pubblico internazionale: lo si usa come un’arma retorica o come un bersaglio polemico, raramente come uno strumento di lettura.
Il CPI ha un difetto: restituisce un’immagine complessiva, opaca quanto basta per non essere facilmente strumentalizzata, ma abbastanza nitida da generare disagio. Ed è proprio questo il punto. Quando un Paese scivola lentamente in classifica, senza scandali eclatanti e senza improvvisi crolli, l’indice non sta segnalando un’emergenza legalitaria. Sta segnalando un logoramento. Qualcosa che si consuma nel tempo.
Di fronte a questo tipo di indicatori, la reazione più comune è difensiva. Si dice: “misura solo percezioni”. Ed è vero. Ma detta così è una scorciatoia. Perché nel settore pubblico la percezione è importante. E’ il risultato di mille esperienze quotidiane, di osservazioni non occasionali, di esiti prevedibili, di storie che si ripetono. La percezione è il modo in cui una collettività risponde a una domanda implicita: ma posso fidarmi di questi decisori pubblici? E qui emerge il vero motivo per cui il CPI forse ci mette a disagio: perché ci costringe a parlare di qualcosa che non sappiamo più nominare con chiarezza: il rapporto di fiducia tra decisori pubblici e cittadini.
Che cos’è davvero la fiducia (e perché non è un sentimento)
Quando parliamo di fiducia nel settore pubblico, rischiamo sempre un equivoco: trattarla come una variabile emotiva, un clima psicologico, qualcosa che “c’è” o “non c’è”.
In realtà, la fiducia non è un sentimento. Avere fiducia significa una cosa molto concreta: credere che, quando un interesse pubblico e un interesse privato si confrontano all’interno di un processo decisionale, il primo non venga sistematicamente sacrificato al secondo[1].
Ed è su questo terreno che si gioca la posizione di un Paese nelle classifiche internazionali: sulla credibilità dei processi decisionali. Un Paese “in alto” nel Corruption Perceptions Index non è un Paese senza interessi privati, senza conflitti di interessi o senza pressioni e interferenze. È un Paese in cui esiste una diffusa convinzione, fondata sull’esperienza, che gli interessi privati siano riconosciuti come legittimi finché non prendono il controllo e che le decisioni pubbliche siano difendibili anche quando penalizzano qualcuno.
Facciamo un esempio. Quando viene approvata una legge, varata una policy o lanciato un programma di spesa, da sempre in Italia non ci si interroga tanto sulla sua legittimità formale. La domanda che circola è un’altra: è stata adottata perché risponde davvero a un bisogno collettivo, oppure per soddisfare gli appetiti di un determinato gruppo di interessi? Questa domanda non è ideologica. È pragmatica. E la risposta non è mai binaria.
A volte, interesse pubblico e interesse privato convergono: la legge risponde a un bisogno reale, la policy è coerente con obiettivi collettivi, il programma di spesa produce benefici diffusi e genera anche legittimi ritorni economici per chi vi partecipa. In questi casi la fiducia cresce, anche se nessuno parla esplicitamente di etica o integrità.
Altre volte, però, la convergenza è solo apparente. Le scelte normative vengono orientate fin dall’inizio, le priorità di intervento ridefinite lungo il percorso, le alternative accantonate senza un confronto sostanziale, i criteri di allocazione delle risorse calibrati in modo selettivo. Qualcosa non torna.
E poi ci sono i casi più gravi, ma non necessariamente rari, in cui gli interessi privati non si limitano a influenzare la decisione, ma ne assumono la guida. È ciò che accade quando il decisore pubblico non è più arbitro del processo, ma diventa il terminale di una spinta esterna: relazionale, politica, economica. In questi casi non siamo più di fronte a una cattiva decisione, ma a un sequestro del processo decisionale. La fiducia si spezza. La collettività percepisce di non essere più il soggetto per conto del quale si decide.
La fiducia in un mondo che cambia
È a questo punto che il tema della “percezione” torna in gioco, ma in una forma diversa da quella caricaturale con cui viene spesso liquidato.
La percezione non è un’opinione volatile. È una competenza diffusa di lettura dei fenomeni, che si forma nel tempo osservando schemi ricorrenti. Quando un numero crescente di cittadini, imprese, operatori economici e funzionari pubblici interiorizza l’idea che le decisioni importanti si prendano altrove, che le regole servano a legittimare scelte già fatte e che l’accesso alle opportunità dipenda più dalle relazioni che dalla qualità, la fiducia evapora, anche in assenza di scandali eclatanti.
La fiducia, dunque, ha molto a che fare con la percezione dell’autonomia e dell’indipendenza del decisore pubblico rispetto agli interessi economici. Ma questa percezione oggi non si forma più in un contesto “semplice”. Si forma in un mondo in cui la complessità dei processi decisionali globali si è intensificata e ha progressivamente spostato il baricentro del potere. Le grandi scelte che incidono sui territori, investimenti, infrastrutture, transizioni energetiche, piattaforme tecnologiche, catene del valore, non nascono più dentro confini istituzionali riconoscibili. Sono il risultato di interazioni multilivello, spesso opache, che intrecciano attori pubblici e privati, interessi nazionali e sovranazionali, vincoli finanziari e obiettivi politici.
In questo scenario, la percezione della marginalità dei decisori pubblici nazionali e locali non è una costruzione ideologica: è un dato esperienziale. È ciò che cittadini e amministrazioni avvertono quando osservano che le decisioni cruciali sembrano già incardinate in logiche che sfuggono al controllo democratico, e che lo spazio per orientarle si riduce progressivamente. La complessità, di per sé, non è un male. Diventa un problema quando si traduce in asimmetria di potere. Gli interessi economici globali dispongono di competenze, risorse, reti e tempi di reazione che il decisore pubblico fatica a eguagliare.
In questo squilibrio, la proliferazione di centri decisionali informali diventa quasi inevitabile. Più i processi sono complessi, più la decisione tende a spostarsi verso luoghi in cui la complessità può essere “trattata” rapidamente: negoziazioni riservate, accordi preliminari, canali relazionali privilegiati. Questi centri decisionali relegano le istituzioni formali a un ruolo di ratifica.
La sensazione diffusa di marginalità ha un effetto corrosivo sulle istituzioni. Non solo ne indebolisce l’autorevolezza esterna, ma ne svuota progressivamente il senso interno. In questo contesto, parlare di fiducia senza affrontare il tema della capacità reale di incidere diventa retorico. La fiducia non nasce dall’effettivo esercizio del potere, ma dalla percezione che qualcuno lo stia effettivamente esercitando.
Chi decide davvero?
Il problema, dunque, sembra essersi spostato dalla fiducia nell’integrità del decisore alla fiducia al ruolo stesso del decisore, alla sua reale capacità di decidere, ai suoi spazi di manovra. In altre parole: è una questione di autorevolezza istituzionale percepita.
Questa dinamica si riverbera anche nel modo in cui molte persone oggi guardano alla democrazia rappresentativa. Per un numero crescente di cittadini, è difficile capire perché votare se poi il decisore che hanno scelto non sembra avere voce in capitolo su quasi nulla che conti davvero. La sensazione di marginalità produce una forma di rassegnazione civica che va ben oltre le singole forze politiche o i singoli governi.
Questa tendenza non è solo italiana. I dati del Corruption Perceptions Index 2025 mostrano che non è un fenomeno isolato: a livello globale le percezioni di corruzione stanno peggiorando, e non solo nei Paesi “in via di sviluppo”. L’indice evidenzia un allargamento del declino anche in democrazie consolidate, con un calo medio globale del punteggio e la contrazione del numero di Paesi con valutazioni elevate rispetto a dieci anni fa.
Solo cinque Stati oggi hanno un punteggio superiore a 80, contro dodici un decennio fa, e anche Paesi tradizionalmente brillanti sono in flessione. Tra questi ci sono Stati dell’Europa occidentale e dell’America settentrionale, come Regno Unito, Stati Uniti, Francia e Svezia, che riportano un deterioramento dei punteggi e una progressiva erosione della percezione dell’integrità pubblica[2].
L’indice suggerisce che la crisi di fiducia non riguarda soltanto i Paesi con istituzioni fragili o culture politiche problematiche, ma accompagna un fenomeno più ampio: la difficoltà di molte democrazie occidentali nel mantenere saldi i presidi di controllo, trasparenza e responsabilità, in un mondo in cui gli interessi economici globali e le dinamiche multilivello di potere comprimono lo spazio decisionale formale.
Nella grande guerra tra interessi pubblici e interessi privati, almeno dal punto di vista della percezione collettiva, sembra emergere un dato d’insieme: non c’è solo un problema di integrità individuale, ma di capacità delle istituzioni democratiche di mantenere la loro funzione decisionale reale.
Il metodo del Governo Aperto come antidoto alla crisi di fiducia
Una possibile risposta alla crisi di fiducia sta nel progressivo ripensamento del metodo con cui il potere pubblico viene esercitato. In questo senso, il metodo del “Governo Aperto” rappresenta un vero e proprio paradigma organizzativo. Nella sua formulazione più avanzata, il Governo Aperto si fonda su un principio semplice: la legittimazione della decisione pubblica dipende dalla integrità osservabile del processo che la genera e dalla verificabilità dei suoi effetti.
Il metodo del Governo Aperto opera lungo tre assi fondamentali.
- Il primo riguarda la “trasparenza in tempo reale” del processo decisionale pubblico. Si parte dalla tracciabilità delle interazioni, delle consultazioni, dei contributi ricevuti, delle alternative considerate. Significa rendere ricostruibile la catena decisionale: chi ha partecipato, con quale ruolo, in quale momento, con quali interessi dichiarati. In ambienti complessi, questa tracciabilità riduce l’asimmetria informativa e limita la possibilità che le decisioni maturino in sedi informali sottratte alla visibilità pubblica.
- Il secondo asse riguarda la partecipazione strutturata, cioè l’inclusione di soggetti portatori di interessi e di competenze nelle fasi in cui le opzioni sono ancora aperte. La partecipazione, in questa prospettiva aumenta la credibilità delle decisioni perché amplia la base informativa e riduce il rischio di scelte percepite come eterodirette.
- Il terzo asse è la accountability e la cosiddetta “trasparenza a posteriori”. Aprire dati su contratti, spesa, beneficiari, tempi, esiti, impatti; rendere interoperabili le informazioni; consentire analisi indipendenti. Quando l’impatto di una politica è misurabile, la decisione diventa valutabile; quando è valutabile, la fiducia non si affida alla reputazione, ma all’evidenza.
In questo quadro, il Sesto Piano d’Azione italiano per il Governo Aperto rappresenta un passaggio significativo. L’iniziativa sulle Agende Aperte va letta in questa chiave. Rendere pubbliche le agende degli incontri istituzionali dei decisori, con indicazione di interlocutori, oggetti trattati e contesto, significa intervenire su uno dei punti più sensibili del processo decisionale: il momento in cui gli interessi entrano in relazione con il potere pubblico. La pubblicità delle agende è una sorta di dispositivo di riequilibrio. Rende visibile l’interazione, sottrae la rappresentanza degli interessi alla dimensione esclusivamente informale, crea un presidio contro la cattura silenziosa.
Il Governo Aperto, costruisce le condizioni operative perché la decisione sia meno opaca, più attribuibile, più controllabile. La fiducia si ricostruisce quando il potere pubblico dimostra di sapersi organizzare in modo tale che le decisioni possano essere comprese, seguite, valutate. Il Governo Aperto è esattamente questo: una tecnologia istituzionale che trasforma la trasparenza in struttura e la partecipazione in metodo.
Ed è su questo terreno che la credibilità delle democrazie può ancora essere rafforzata.
Leggi anche: Piano Nazionale Anticorruzione 2025: il contributo di Spazioetico alla consultazione
NOTE
[1] In questa prospettiva, la nozione di “integrità pubblica” elaborata dall’OCSE nel 2017 è particolarmente illuminante. L’OCSE definisce l’integrità come l’allineamento coerente e l’adesione a valori etici condivisi, principi e norme, al fine di salvaguardare e dare priorità all’interesse pubblico rispetto agli interessi privati nel settore pubblico (OECD, Recommendation of the Council on Public Integrity, 2017). La fiducia, in questo senso, rappresenta l’effetto sistemico della capacità delle istituzioni di rendere stabile e riconoscibile questa priorità.
[2] CPI 2025: Il rapporto globale indica che il punteggio medio mondiale è sceso a 42 su 100, con oltre due terzi dei Paesi al di sotto di 50, e che paesi storicamente percepiti come meno corrotti, incluse democrazie consolidate come Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Svezia, mostrano un trend di peggioramento nei punteggi rispetto alla decada precedente.
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