Sindacati in guerra dopo il taglio dello smart working a Palazzo Chigi
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La decisione del taglio dello smart working a una sola giornata alla settimana alla Presidenza del Consiglio dei Ministri accende lo scontro tra Palazzo Chigi e i sindacati: a rischio il diritto a un istituto previsto dai CCNL.
Al termine di un’assemblea molto partecipata, le rappresentanze sindacali hanno votato all’unanimità per proclamare lo sciopero. La data non è ancora stata fissata, ma il messaggio politico è chiaro: il personale non accetta quella che viene definita una scelta imposta dall’alto, senza un adeguato confronto preventivo.
La riunione si è svolta al Teatro de’ Servi e ha visto la convergenza di tutte le sigle sindacali presenti a Palazzo Chigi – Snaprecom, Usb, Cisl Fp, Flp e Sipre – compatte nel respingere la nuova organizzazione del lavoro.
Taglio al lavoro agile: cosa cambia per i dipendenti
Il provvedimento prevede la riduzione delle giornate in modalità da remoto, passando dalle attuali due a una sola alla settimana. Una scelta che, secondo le organizzazioni dei lavoratori, modifica in modo significativo gli equilibri costruiti negli ultimi anni.
Durante la fase post-pandemica, la Presidenza del Consiglio era stata indicata come uno degli enti centrali più avanzati nella gestione dello smart working. Molti dipendenti avevano sottoscritto accordi individuali che consentivano una media di due giorni settimanali fuori sede, con strumenti interni di verifica delle performance e monitoraggio delle attività.
Il nuovo assetto, invece, introduce una maggiore rigidità. E proprio su questo punto si concentra la contestazione: non tanto sull’esistenza del lavoro in presenza, quanto sulla riduzione senza criteri condivisi e senza un percorso negoziale strutturato.
Assemblea partecipata e voto unanime per lo sciopero
L’assemblea convocata nei giorni scorsi ha registrato un’ampia partecipazione. Al termine del confronto, la decisione di proclamare lo sciopero è stata approvata all’unanimità. Le sigle sindacali parlano di “atto unilaterale” e denunciano l’assenza di un tavolo preventivo.
Prima della proclamazione, era stato richiesto anche il tentativo obbligatorio di conciliazione presso il Ministero del Lavoro, come previsto dalla normativa vigente in materia di conflitti collettivi nel pubblico impiego. Un passaggio che segnala la volontà di percorrere le vie istituzionali prima di arrivare alla mobilitazione.
Al centro della protesta non c’è soltanto la riduzione numerica delle giornate da remoto. Le organizzazioni dei lavoratori evidenziano criticità più ampie: mancanza di criteri trasparenti, scarsa attenzione alle situazioni personali e disparità di trattamento rispetto ad altre amministrazioni.
Le ricadute su famiglie e lavoratori fragili
Uno dei nodi più sensibili riguarda le conseguenze sulla conciliazione tra vita privata e attività professionale. In particolare, i sindacati richiamano l’attenzione sui dipendenti con figli minori di 14 anni e su chi presenta esigenze di salute o condizioni personali che rendono il lavoro agile uno strumento di equilibrio.
Negli anni successivi all’emergenza sanitaria, lo smart working si è trasformato da misura straordinaria a modalità organizzativa strutturale. Per molti lavoratori pubblici ha rappresentato un’opportunità per ottimizzare tempi e spostamenti, con benefici anche in termini di produttività e riduzione dei costi indiretti.
La riduzione a una sola giornata viene quindi percepita come un arretramento, non solo sul piano organizzativo, ma anche sotto il profilo sociale.
Un modello che cambia: il confronto con altri enti pubblici
Il dibattito sul lavoro agile nella Pubblica Amministrazione non si è mai davvero chiuso. In diversi ministeri e in molte Regioni, l’organizzazione resta più flessibile, con accordi che prevedono fino a due o tre giornate settimanali da remoto.
Emblematico è il caso del Ministero dell’Economia e delle Finanze, a poche centinaia di metri da Palazzo Chigi. Qui il lavoro agile può arrivare fino a dieci giorni al mese, affiancato da formule di co-working presso sedi territoriali. Un’impostazione che punta a mantenere elevati standard di coordinamento senza rinunciare alla flessibilità.
Questa differenza alimenta la percezione di una disparità tra amministrazioni centrali che operano nello stesso contesto geografico e istituzionale. Il punto sollevato dalle rappresentanze sindacali è proprio questo: perché applicare criteri più restrittivi in un ente e mantenere margini più ampi in un altro?
Dopo la pandemia, quale equilibrio?
Durante la fase più acuta dell’emergenza sanitaria, lo smart working è stato adottato in modo massiccio in tutta la Pubblica Amministrazione. Successivamente, molte strutture hanno gradualmente richiamato il personale in sede, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare il coordinamento interno e recuperare prassi operative tradizionali.
Alla Presidenza del Consiglio, tuttavia, si era consolidato un equilibrio intermedio: presenza fisica e lavoro da remoto convivano secondo schemi programmati, supportati da sistemi di monitoraggio e obiettivi misurabili.
La nuova decisione segna un cambio di rotta che riapre una discussione più ampia sul modello organizzativo della PA. Si tratta di una scelta legata a esigenze specifiche di funzionalità interna o di un indirizzo politico più generale? È uno dei quesiti che emergono dal confronto in corso.
Le rivendicazioni sindacali nel dettaglio
Le organizzazioni dei lavoratori avanzano richieste precise:
- attivazione di un confronto strutturato prima di qualsiasi modifica organizzativa;
- definizione di criteri chiari e condivisi per l’accesso al lavoro agile;
- tutela per genitori con figli minori e per dipendenti con esigenze certificate;
- superamento delle disparità tra amministrazioni centrali.
Secondo le sigle, il lavoro agile non può essere trattato come una concessione discrezionale, ma deve rientrare in una cornice regolata e trasparente, coerente con i principi di modernizzazione della Pubblica Amministrazione.
Smart working e innovazione nella PA
Negli ultimi anni il lavoro da remoto è stato presentato come uno degli strumenti chiave per rendere più efficiente e attrattiva la macchina pubblica. Digitalizzazione dei processi, piattaforme collaborative, obiettivi misurabili: tutti elementi che hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra presenza fisica e performance.
Ridurre drasticamente le giornate di smart working potrebbe incidere anche sull’appeal della PA verso nuove professionalità, soprattutto in un mercato del lavoro dove la flessibilità organizzativa è ormai un fattore competitivo.
Al tempo stesso, resta aperto il tema dell’equilibrio tra esigenze di coordinamento e autonomia operativa. La sfida è individuare un modello sostenibile, capace di coniugare efficienza, diritti dei lavoratori e qualità dei servizi.
Disparità tra enti e prospettive future
Il caso di Palazzo Chigi riporta al centro una questione più ampia: l’assenza di una disciplina omogenea sul lavoro agile nella Pubblica Amministrazione. La normativa quadro esiste, ma l’applicazione concreta varia sensibilmente tra ministeri, enti centrali e amministrazioni territoriali.
Questa frammentazione genera differenze che, agli occhi dei dipendenti, appaiono difficili da giustificare. A parità di funzioni e responsabilità, le condizioni organizzative possono cambiare in modo significativo.
Lo sciopero annunciato – la cui data sarà definita nelle prossime settimane – rappresenta dunque non solo una protesta contro una singola decisione, ma anche un segnale sul futuro del lavoro pubblico.
Il punto finale
Le rivendicazioni sindacali ruotano attorno a tre assi fondamentali: confronto preventivo, criteri condivisi e superamento delle disparità tra enti. La riduzione dello smart working a un solo giorno viene letta come un arretramento rispetto ai modelli sperimentati nel post-pandemia.
Il tema non riguarda soltanto l’organizzazione interna di Palazzo Chigi, ma il ruolo del lavoro agile nell’evoluzione della Pubblica Amministrazione italiana. Se debba restare uno strumento strutturale di modernizzazione o tornare a una misura residuale è la domanda che attraversa l’intero comparto.
Nei prossimi mesi, il confronto tra amministrazioni e rappresentanze dei lavoratori potrebbe definire nuovi equilibri. Nel frattempo, la mobilitazione annunciata segna un passaggio significativo in un dibattito che resta aperto.
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