Cristina Mercuri è la prima Master of Wine italiana

Quando arriva la telefonata che cambia una carriera, non sempre si è pronti a festeggiare. «Felicissima, non ci sto capendo niente», confessa Cristina Mercuri, pisana, ex avvocata che ha scelto il mondo del vino nel 2016 e oggi festeggia questo ambitissimo riconoscimento, prima donna italiana a conquistare la spilla d’oro che appartiene a poco più di quattrocento persone nel mondo: gli italiani finora erano tre, tutti uomini, Gabriele Gorelli, Andrea Lonardi e Pietro Russo. Gli ultimi giorni sono stati «tesi e intensi», l’attesa di quella chiamata «provante». «Stanotte ho dormito poco. Sto ritornando coi piedi per terra. Sono felice. Sono sollevata, è passato un momento difficile».
Cristina Mercuri è la nuova e prima Master of Wine italiana, un titolo che non è un diploma ma una maratona intellettuale, emotiva e fisica. Il titolo più prestigioso e rigoroso a livello mondiale nel settore vinicolo è rilasciato dall’omonimo Istituto londinese (Institute of Masters of Wine): non identifica una professione singola, ma un riconoscimento di competenze multidisciplinari che uniscono viticoltura, enologia, economia e comunicazione, e che si ottiene superando esami severi, degustazioni alla cieca su tutti i vini del mondo e una tesi finale. Il terzo stage, quello della tesi, racconta Mercuri, «è stato il più duro». Se la seconda prova è enciclopedica – «bisogna conoscere tutti i vini del mondo, è come avere tante piccole lauree» – lo stage tre è una prova di resistenza interiore, con un paper da scrivere su un tema enologico di grande interesse e di grande spessore accademico. «La solitudine imposta è dura. Non avere la certezza di andare nella direzione giusta è pesante. E per me è stato un percorso particolarmente lungo».
Lo stage due lo aveva superato nel 2022, poi un cambio di passo. «Un momento di cambio di mindset, di marcia, un lavoro nuovo». Ha trovato il topic che la appassionava e la metodologia vincente. Ma il primo progetto non è stato approvato, ha dovuto ricominciare da capo, cercando un argomento «originale e rilevante, con ripercussioni sull’oggi, sostenuto da rigore accademico. E alla fine le cose sono andate come dovevano: le cose belle richiedono tempo».
C’è una frase che usa, evocando la rarefazione delle vette: «In alto l’aria è rarefatta». Non parla solo di merito. «A livello personale non ho sofferto di essere donna, ho tanti amici e affetti che mi hanno sostenuta. A livello di colleghi invece sì». La mancanza di una rete di sostegno è stata una delle prove più dure. «Ma vuol dire anche poter dire che ce l’ho fatta io, davvero da sola». La solitudine, quasi da numeri primi, diventa così affermazione.
La preparazione allo stage due è stata «olimpionica»: allenamento quotidiano, simulazioni scritte ogni giorno. «Mente libera, esercizi anche con il corpo. Serviva una preparazione mentale, fisica e non solo un bagaglio di conoscenze». Arrivare preparati è un dovere. Per lo stage tre, invece, la parola è pazienza: «Lavoro costante, non farsi abbattere dai piccoli fallimenti che non sono lì per scoraggiarci ma per non farci mollare. In quel periodo ho capito che se qualcosa non funziona, se mi impegno lo posso far andare in un altro verso».
In questo percorso ha imparato a degustare «in maniera oggettiva, a identificare gli elementi di qualità con imparzialità. Ogni vino ha la sua dignità, ogni vino ha il suo pubblico e merita onestà». La diversità dei vini nel mondo «è una risorsa bellissima, va esplorata. E quando si comincia, non si smette più di imparare. Quotidianamente coltivo questa conoscenza».
Ma in questa lunga strada verso una meta che ha sempre sognato, ha imparato anche qualcosa su di sé: «Ho capito quanto sono tenace. Oggi sono molto più aperta». E il rapporto con il vino è cambiato. «Ho una beva più piacevole. Bevo cose che mi fanno stare bene. Non bevo più con il pensiero ossessivo della degustazione, bevo per il piacere di farlo. È una beva più libera».
La memoria sensoriale è l’aspetto che più l’ha sorpresa di questo percorso: «Non immaginavo che il mio corpo avesse questa capacità di memorizzare le sensazioni in modo così forte. Per degustare bisogna studiare molto, ma mi stupisco sempre che cervello e palato siano registri di una memoria che potrei quasi definire istintiva. E quella memoria non si perde: È come andare in bicicletta. Questo aspetto per me è stato quello più stupefacente».
Intanto il lavoro continua. Con la sua società prosegue la consulenza strategica e commerciale sull’export, la comunicazione di prodotto, la costruzione di connessioni virtuose. «Mi piace creare reti solide per vendere il proprio vino. Dare cultura e opportunità di connessione, migliorare la comunicazione». La formazione non si ferma. I progetti futuri saranno «tailor made, sartoriali, in base agli obiettivi delle aziende. Così anche per me ogni giorno c’è qualcosa di nuovo e stimolante: e in un momento così critico per questo settore penso che una spinta strategica ma commerciale sia indispensabile».
A fine ottobre, a Londra, durante la cerimonia ufficiale dell’Institute of Masters of Wine, riceverà la spilla d’oro e il diploma. Un simbolo atteso, quasi mitico. Ma più dell’oro pesa la responsabilità: portare competenza, metodo, parità in un settore che ha bisogno di aria nuova. In alto l’aria è rarefatta. Ora, però, è anche un po’ più respirabile.
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