Stop alla distruzione dell’invenduto: la moda europea verso un nuovo paradigma produttivo

Febbraio 20, 2026 - 00:00
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Stop alla distruzione dell’invenduto: la moda europea verso un nuovo paradigma produttivo

Dal 19 luglio 2026 entrerà in vigore nell’Unione europea il divieto di distruggere i prodotti tessili e calzaturieri invenduti. Due atti complementari della Commissione europea definiscono obblighi di trasparenza e condizioni di deroga, imponendo al settore moda una revisione strutturale dei modelli produttivi e logistici

La misura, adottata dalla Commissione europea il 9 febbraio scorso attraverso due atti complementari, che vieta dal 19 luglio 2026 la distruzione dei prodotti di consumo invenduti – con particolare riferimento ai settori tessile e calzaturiero – rappresenta uno dei tasselli più incisivi della strategia comunitaria per la transizione verso modelli produttivi circolari.

Il provvedimento si inserisce nel solco del regolamento Ecodesign, già orientato a integrare criteri ambientali lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti. Con il nuovo divieto, tuttavia, si compie un passaggio ulteriore: non si interviene soltanto sulla progettazione e sulle performance ambientali, ma si disciplina la fase finale della gestione delle eccedenze, storicamente opaca e spesso affidata a pratiche di smaltimento energetico.

Secondo stime della Commissione europea, nella filiera della moda tra il 4% e il 9% dei capi nuovi, mai indossati, viene distrutto ogni anno. Una quota che, pur variabile per segmento e posizionamento di mercato, testimonia l’esistenza di un modello fondato su sovrapproduzione e rapida obsolescenza commerciale.

Obblighi di trasparenza e calendario di applicazione

Il primo atto complementare introduce un obbligo di trasparenza sulla gestione dei prodotti invenduti. Le grandi imprese dovranno rendicontare le modalità di trattamento delle giacenze a partire dal 19 luglio 2026; per le medie imprese l’obbligo scatterà dal 19 luglio 2030.

Le modalità di comunicazione saranno standardizzate a livello europeo, così da consentire un monitoraggio comparabile tra Stati membri in termini di volumi e soluzioni adottate (donazione, riuso, riciclo, altre forme di valorizzazione). L’atto diverrà applicabile dodici mesi dopo l’entrata in vigore, dunque da febbraio 2027, lasciando alle aziende un periodo di adeguamento organizzativo e amministrativo.

L’introduzione di sistemi di reporting omogenei non rappresenta un mero adempimento formale. Essa implica la tracciabilità dei flussi di magazzino, l’integrazione tra funzioni logistiche e compliance e, in prospettiva, l’adozione di strumenti digitali per la gestione predittiva delle scorte.

Le deroghe: condizioni eccezionali e onere della prova

Il secondo atto complementare definisce le condizioni eccezionali in cui la distruzione dell’invenduto potrà ancora essere ammessa. Tra queste figurano:

  • motivi di salute, igiene e sicurezza
  • danni non riparabili in modo economicamente vantaggioso
  • inidoneità all’uso previsto
  • mancata accettazione dei prodotti offerti in donazione
  • impossibilità di preparazione per il riutilizzo o la rigenerazione
  • violazioni dei diritti di proprietà intellettuale, inclusa la contraffazione
  • nonché i casi in cui la distruzione rappresenti l’opzione a minor impatto ambientale complessivo

La deroga, tuttavia, non potrà essere invocata in modo discrezionale. L’impresa dovrà dimostrarne la pertinenza, conservando la documentazione giustificativa per cinque anni e rendendola disponibile alle autorità competenti in caso di controlli. Si configura dunque un regime di responsabilità documentale che rafforza la vigilanza pubblica e riduce il rischio di elusione.

Il divieto europeo impone al settore moda di superare la logica della sovrapproduzione, orientando la programmazione verso modelli più aderenti alla domanda reale.

La portata del provvedimento va oltre il divieto in sé. L’impossibilità di distruggere l’invenduto incide sulla pianificazione industriale e commerciale, inducendo le imprese a ridurre l’eccesso di offerta. La produzione su previsione, tipica del fast fashion, dovrà confrontarsi con una maggiore incertezza nella gestione delle eccedenze.

In tale contesto, acquisiscono rilievo modelli produttivi più flessibili, basati su approcci on demand, su lotti ridotti e su sistemi di analisi avanzata dei dati di vendita. L’ottimizzazione delle scorte diviene un fattore competitivo, oltre che un obbligo regolatorio.

Parallelamente, si aprono spazi per collaborazioni con startup specializzate nella rifabbricazione e nel redesign dei capi, con operatori dello stock e con il terzo settore.

La donazione dei prodotti giacenti in magazzino, in alternativa alla termovalorizzazione, può trasformarsi da pratica residuale a leva strutturale di responsabilità sociale.

Economia circolare e reputazione d’impresa

La misura europea si colloca all’intersezione tra economia circolare e accountability. L’eliminazione della distruzione sistematica dell’invenduto riduce lo spreco di risorse naturali, energia e lavoro incorporati nei capi prodotti, contribuendo alla riduzione dell’impronta ambientale del settore tessile, tra i più impattanti a livello globale.

Sul piano reputazionale, la trasparenza richiesta potrà incidere sulla percezione degli stakeholder – investitori, consumatori, partner commerciali – sempre più attenti agli indicatori Esg. La gestione responsabile delle eccedenze non rappresenta più una scelta discrezionale, ma un elemento strutturale della governance aziendale.

L’entrata in vigore del divieto segna dunque una discontinuità rispetto a pratiche consolidate nel tempo. In un settore storicamente orientato alla rapidità e alla rotazione incessante delle collezioni, l’Europa introduce un principio di responsabilità che richiama l’industria a una programmazione più prudente e coerente con i limiti ambientali.

Crediti immagine: Depositphotos

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Aurora MagniAurora Magni: una laurea in filosofia e una passione per i materiali e l'innovazione nell'industria tessile e della moda; è presidente e cofondatrice della società di ricerca e consulenza Blumine, insegna Sostenibilità dei sistemi industriali alla Liuc di Castellanza e collabora con università e centri ricerca. Giornalista, ha in attivo studi e pubblicazioni sulla sostenibilità | Linkedin

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