Le Comunità energetiche rinnovabili in Europa a confronto
In considerazione del grande interesse verso lo strumento e delle recenti evoluzioni normative, di seguito si fornirà un’analisi sintetica dei principali riferimenti normativi che regolano il contesto in cui operano le Comunità energetiche rinnovabili in Italia e in Europa
Alla conferenza congiunta – tenutasi il 10 novembre 2023 a Dublino – del Rural Energy Community Advisory Hub (Recah) e dell’Energy Communities Repository (Ecr) furono presentati i risultati di due anni di attività a supporto della transizione energetica dal basso.
Più precisamente, furono presentati i dati relativi al supporto fornito a decine di comunità in tutta Europa. Le richieste principali riguardarono la scelta della forma giuridica, la mappatura delle opzioni di finanziamento, la conduzione di studi di fattibilità e lo sviluppo di competenze di project management.
In quella occasione emerse che, nonostante i progressi riscontrati, era indispensabile un quadro normativo nazionale più coerente per permettere alle comunità di operare stabilmente nel mercato.
Di lì a pochi giorni, infatti, entrò in vigore la Renewable Energy Directive III – Ue 2023/2413 (cosiddetta Red III) che innalzò l’obiettivo vincolante di energia rinnovabile nell’Ue al 42,5% (con ambizione al 45%) entro il 2030, accelerando le autorizzazioni per nuovi impianti.
Il provvedimento estese l’obbligo di integrazione delle fonti rinnovabili non solo alle nuove costruzioni, ma anche alle ristrutturazioni importanti e al rifacimento degli impianti termici.
Questo trasformò di fatto le Comunità energetiche rinnovabili da opzione volontaria a strumento chiave per soddisfare i nuovi standard edilizi. Inoltre, introdusse il concetto di Zone di accelerazione (Renewables acceleration areas), in queste aree i processi autorizzativi per nuovi impianti devono essere drasticamente più rapidi, riducendo le barriere all’ingresso per i piccoli produttori.
La Red III promuove lo sviluppo di modelli distribuiti e sistemi di accumulo di nuova generazione, fondamentali per permettere alle Cer di gestire l’energia in modo più efficiente e stabilizzare la rete.
Se precedentemente la Red II (Ue 2018/2001) aveva introdotto ufficialmente il concetto di Comunità di Energia Rinnovabile a livello comunitario, con la Red III le Cer diventano obbligatorie di fatto per la transizione energetica degli edifici europei, eliminando molti dei rallentamenti burocratici che ne avevano frenato la diffusione iniziale.
Il modello delle Cer, a livello europeo
Relativamente al contesto normativo italiano sulle Cer, già alla conferenza di Dublino fu presentato come modello all’avanguardia, tra i pochi in Europa da seguire, tanto che da alcuni Paesi come la Grecia fu preso come benchmark.
L’Italia fu tra i primi Paesi a recepire la Red II ed era già passata dalla fase sperimentale delle Cer a quella strutturale. Poi, con l’entrata in vigore del Decreto Cacer (Configurazioni di autoconsumo per la condivisione dell’energia rinnovabile) a inizio 2024 l’Italia fece un ulteriore passo in avanti perché sbloccò incentivi economici significativi e definì le regole operative di funzionamento delle configurazioni di autoconsumo.
Più recentemente, la Red III è stata recepita in Italia con il Decreto Legislativo 9 gennaio 2026, n.5 che è entrato in vigore il 4 febbraio 2026. L’Italia ha così innalzato il target nazionale vincolante, impegnandosi a coprire almeno il 39,4% dei consumi finali lordi di energia tramite fonti rinnovabili entro il 2030.
Inoltre, coerentemente con la norma europea, dal 2026 l’obbligo di installazione di fonti rinnovabili è esteso non solo alle nuove costruzioni, ma anche alle ristrutturazioni importanti di secondo livello e al rifacimento degli impianti termici.
La situazione Cer in Germania
La Germania è leader in Europa con quasi 5.000 comunità energetiche attive sul territorio (nella definizione più ampia, mentre 1.750 se le confrontiamo con le Cer come intese in Italia) e oltre il 30% della capacità rinnovabile installata nel Paese è di proprietà di cittadini o cooperative locali, una quota molto superiore alla media europea.
Con il recepimento delle Red III nel 2025 e il nuovo Energy Sharing, che sarà operativo da giugno di quest’anno, i consumatori finali (privati e piccole imprese) possono scambiare energia rinnovabile all’interno di una comunità energetica in modo semplificato.
Il governo tedesco ha introdotto riduzioni degli oneri di rete per chi partecipa a queste configurazioni, rendendo lo scambio locale economicamente vantaggioso rispetto all’acquisto tradizionale dalla rete.
In sintesi, mentre l’Italia si è concentrata molto sulla tariffa premio del Gse (Gestore dei Servizi Energetici), la Germania ha puntato sulla partecipazione diretta alla proprietà degli impianti e sulla riduzione strutturale degli oneri di rete per chi condivide l’energia a km zero.
La realtà francese
In Francia le realtà che hanno completato l’iter per costituirsi come comunità energetica, secondo le definizioni della direttiva Red II, sono stimate in circa 300-400 (fonte European federation of energy communities).
Sebbene il mix elettrico francese sia dominato dal nucleare (>70%), le comunità energetiche si stanno diffondendo come modello di autoconsumo per ridurre la dipendenza dalla rete.
A differenza di quanto succede in Italia, il sistema è più orientato alla riduzione dei costi di rete piuttosto che al riconoscimento di una tariffa premio specifica. Inoltre, l’energia può essere scontata direttamente in bolletta tramite accordi commerciali tra i partecipanti.
Mentre in Italia le Cer sono fortemente legate al concetto di cabina primaria, la Francia ha storicamente privilegiato il criterio della prossimità geografica.
Questo significa che il perimetro di una comunità energetica è definito da una distanza fisica misurabile tra i partecipanti: fino a 2 km nella configurazione standard di autoconsumo collettivo (Acc) esteso (l’Acc è un modello che include le Cer), invece, il raggio può raggiungere 20 km per i progetti nelle aree rurali.
La Spagna e le comunità energetiche
A fine 2025 in Spagna si registrano 679 Cer attive (fonte: Ecodes – Fundación Ecología y Desarrollo) con una forte crescita rispetto al 2024 (+44%). Per confrontare questo dato con quello italiano, è necessario prendere il totale di tutte le configurazioni di autoconsumo attive (comprese le Cer) che in Italia a fine 2025 erano oltre 1.100.
Il quadro normativo spagnolo favorisce particolarmente il coinvolgimento diretto dei cittadini e delle piccole imprese locali nella costituzione di Cer. A questo proposito, in Spagna esiste una forte spinta verso la formalizzazione in cooperative di consumo.
A differenza dell’Italia, dove l’incentivo è gestito dal Gse dopo il consumo, in Spagna i membri della comunità concordano dei coefficienti di riparto: questi coefficienti possono essere fissi o variabili.
I coefficienti vengono comunicati al distributore, che sconta direttamente l’energia prodotta dalle bollette dei singoli partecipanti in proporzione alla loro quota.
Seguendo l’esempio francese, la normativa spagnola ha stabilito che per l’autoconsumo collettivo attraverso la rete, la distanza massima tra l’impianto di generazione e i consumatori deve essere di 2 km.
Cosa accade nel Nord Europa
Nei Paesi del nord Europa, oltre al primato della Germania di cui si è già detto, le Cer sono molto diffuse (Danimarca e Paesi Bassi in testa) e il loro numero è elevato, trainato da una lunga tradizione di cooperazione energetica e da una forte produzione di energie rinnovabili (la Svezia vanta oltre il 53% di energia da fonti rinnovabili).
Il modello più diffuso si basa sulla proprietà condivisa degli impianti, che significa l’impianto di produzione (solitamente fotovoltaico o eolico) non appartiene a un singolo individuo o a un’azienda privata, ma è patrimonio collettivo dei membri della comunità.
I cittadini, le piccole imprese o gli enti locali uniscono i propri capitali per finanziare la costruzione dell’impianto. In Danimarca, per esempio, vige storicamente l’obbligo per i promotori di grandi parchi eolici di offrire una quota di proprietà (spesso il 20%) ai residenti locali attraverso il modello delle cooperative danesi.
Solitamente il solare nelle Cer nordiche è integrato con altre fonti rinnovabili, come l’eolico, per superare la scarsità di sole, specialmente nei mesi invernali.
Tuttavia, l’abbassamento dei prezzi dei moduli solari negli ultimi anni, unito a forti incentivi statali, ha reso il fotovoltaico conveniente anche a latitudini artiche.
In sintesi, il nord Europa compensa il poco sole con una forte pianificazione, alta efficienza tecnologica e modelli di business basati sull’autoconsumo, rendendo il fotovoltaico una fonte pulita e conveniente.
Crediti immagine: Depositphotos
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Andrea Innocenti: da tempo si interessa di energia e sostenibilità, prima come Ceo di un'azienda reseller di luce e gas, oggi come consulente e docente. Bocconiano con Mba a Edimburgo, cresce all'interno di due multinazionali della consulenza di direzione. Crede nelle energie rinnovabili, quale leva per combattere il cambiamento climatico, e segue la realizzazione delle Comunità Energetiche Rinnovabili, oltre a tenere corsi sulla sostenibilità nelle scuole | LinkedinL'articolo Le Comunità energetiche rinnovabili in Europa a confronto è stato pubblicato su GreenPlanner Magazine.
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