Meloni sta facendo l’errore di una campagna elettorale per vendicarsi dei magistrati

Febbraio 20, 2026 - 01:00
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Meloni sta facendo l’errore di una campagna elettorale per vendicarsi dei magistrati

La destra, proprio personalmente Giorgia Meloni, sta sbagliando campagna elettorale. Sta facendo una campagna elettorale “berlusconiana”.

Non nel senso del recupero di tesi liberali, garantiste e antimanettare ma in quello della vendetta contro i magistrati. Prevale la logica amico-nemico: loro sono contro di noi.

È anche una grande scusa per coprire un’inerzia politica che si trascina da troppo tempo. Così la battaglia referendaria della destra si carica di un valore punitivo, come se fosse il regolamento di conti definitivo tra politica e toghe. Quando una riforma nasce come vendetta, smette di essere riforma e diventa rivincita. Questo è quanto viene percepito da una parte importante dell’opinione pubblica che innesta il Sì nel più ampio contesto polemico meloniano.

Se vogliamo fissare una data d’inizio di questa sindrome da accerchiamento forse è quella delle sentenze contro i centri in Albania cui lei teneva tanto (il leggendario «fun-zio-ne-ran-no»): da quel momento la premier si è convinta che la magistratura remi contro il governo. Per cui – come avrebbe detto il Cavaliere – bisogna dargli un «drizzone».

Non è sempre stata così, Meloni. Anzi. Era giovane ai tempi di Mani pulite, quando i missini esultavano a favore dei pubblici ministeri. Altro che garanzie, altro che separazione delle carriere. Persino all’inizio della sua avventura a Palazzo Chigi la premier spiegava ai suoi che non bisognava fare la guerra alla magistratura. Poi qualcosa è cambiato. Le sentenze sull’Albania, le scarcerazioni di immigrati, la Corte dei Conti contro il Ponte di Salvini. Insomma, non mi fanno lavorare: lo spettro di Silvio è sempre lì.

La grande riforma doveva essere il premierato, poi perso nelle nebbie, o caso mai l’autonomia differenziata, non tanto questa che era la bandiera di Forza Italia, non la sua. Però in campo è rimasta solo la separazione delle carriere. Quella che doveva essere una passeggiata in carrozza si sta rivelando una scalata dell’Everest: e il volume si è alzato; avanti tutta!

In questi casi nel clima sovreccitato qualcuno finisce per perdere la testa. È Carlo Nordio, uno che non parla politichese e che inciampa nelle gaffe, il famoso garantista che sembra sceso al livello dei duri di Fratelli d’Italia, da Del Mastro a Donzelli.

Anche per lui è un crescendo rossiniano, fino alla parola «paramafioso» attribuito al Csm di cui è presidente Sergio Mattarella. Che non è tipo da lasciare correre le offese non tanto alla sua persona quanto alla istituzione. Ieri è stato chiarissimo: calma tutti, ma nessuno può fare il tiro al bersaglio contro il Csm. Mattarella così ha spento un possibile, clamoroso, conflitto tra organi costituzionali. Certo non poteva assistere passivamente, il Capo dello Stato, all’attacco a un’istituzione da parte di un’altra istituzione.

Tanto meno uno come lui, custode fiero della Costituzione, senza timore. Dopo questa evidente tirata d’orecchi o Giorgia Meloni si libera dai fantasmi e cambia il tono della campagna elettorale o rischia davvero di rimanere impigliata nella corda della vendetta.

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