La lezione di Colbert, e il declino non percepito dell’autorevolezza di Repubblica

Una delle conversazioni che ho fatto più spesso negli ultimi anni è quella sul, chiedo scusa per l’anglicismo milanese, personal branding. È una disgrazia o un’opportunità? Domanda alla quale oggi aggiungerei: è la questione che divide i destini di Stephen Colbert e quelli del cdr di Repubblica?
La formula con cui Stephen Colbert fa entrare i suoi ospiti al “Late Show” è la stessa che usava prima di lui David Letterman: «Please welcome to the Late Show», per favore date il benvenuto nel programma a Tizio. Se andate a guardare l’intervista di lunedì a James Talarico, troverete una piccola variazione: dategli il benvenuto allo YouTube del “Late Show”.
È accaduto infatti che la Cbs, che ha già irrevocabilmente chiuso il programma a Colbert (andrà in onda fino a maggio), abbia informato il “Late Show” che l’intervista a Talarico non s’aveva da fare. Ohibò, e chi è questo irricevibile individuo, diranno i miei piccoli lettori.
È un deputato democratico del Texas che ha annunciato che a novembre si candida al Senato di Washington. In Texas, uno Stato che da trentasei anni elegge solo senatori repubblicani. Ovvio che a quel punto Talarico entra, Colbert gli chiede come mai gli abbiano vietato di mandarlo in onda, e Talarico dice «Trump ha capito che stiamo per ribaltare i risultati elettorali in Texas».
È vero? È utile? Non lo sappiamo, probabilmente no, perché queste robe qui servono a predicare ai convertiti, a dire ai già detrattori di Trump che tu sei il futuro, che sei rilevante, che sei temibile. Ci sono abbastanza individui disposti a stare a sentire un democratico, in epoca di polarizzazione e di tifoseria, tra i residenti in Texas che potrebbero eleggerlo? Lo scopriremo a novembre, non è che possiamo pensare di saperlo nove mesi prima, né possiamo credere a un tizio in campagna elettorale, una fase in cui non è dato dire «perderemo».
Ma chi vince non è interessante. Quel che è interessante è che l’intervista (noiosissima) di Talarico da Colbert ha cinque milioni di visualizzazioni ventiquattr’ore dopo essere stata caricata (il “Late show” sulla Cbs ha meno di due milioni e mezzo di spettatori, i video della trasmissione di solito hanno poche decine di migliaia di visualizzazioni).
Quel che è interessante è che Stephen Colbert e il suo essere un marchio riconoscibile, un marchio affidabile, un marchio che non avrà mai il problema di non trovare lavoro, il suo essere un marchio ben più potente – in termini di risonanza, di marketing, di capacità di arrivare all’opinione pubblica – della gloriosa Cbs, quel che è interessante è che questo vantaggio competitivo si incarni nella favolosa prepotenza di lunedì e martedì sera.
Colbert mette l’intervista sì su YouTube, ma prima di quello fa un’apertura del programma, quello in onda sulla gloriosa Cbs, in cui parla per otto minuti di Talarico. È una lezioncina di storia della tv e di come le regole vecchie non riescano a star dietro ai mezzi nuovi, c’è anche una spiegazione in inglese che per una volta fa sembrare più efficace quel crampo che è il latino: par condicio.
È una lezioncina ma è divertente, è una lezioncina ma la stai a sentire, perché Stephen Colbert mica è più quel tizio da sottovalutare di dodici anni fa (all’inizio dell’ultima stagione di Letterman, quando già si sapeva – i palinsesti americani sono fatti meno in fretta e furia dei nostri – che un anno dopo sarebbe stato sostituito da Colbert, Robert Duvall andò lì ospite, e disse a Dave ma chi è questo che mettono al posto tuo, ma mica fa ridere). Stephen Colbert è un marchio di successo.
Colbert spiega il problema-Carr, che già era stato al centro della conversazione e delle prese per il culo quando c’era stato il guaio con Kimmel: la sospensione del programma su Abc perché Jimmy Kimmel aveva fatto una battuta (secondo quelli che pensano che le battute siano telegiornali: aveva falsificato la verità) sul defunto Charlie Kirk, e Brendan Carr si era messo di mezzo.
Brendan Carr è a capo della Federal Communications Commission, che è un relitto del mondo di prima: una regolamentazione governativa cui competono solo le reti generaliste, giacché esse vanno in onda grazie a frequenze (la sentite, quest’eco di legge Mammì?) che sono concesse dal governo. Che significa: possiamo opporti la par condicio sulla Cbs, ma non sul canale YouTube del programma.
Se vogliono dire quel che gli pare vadano sulle piattaforme streaming, vadano sulla tv via cavo, vadano a fare dei podcast, aveva detto Carr. Risponde efficacemente Colbert che l’idea di Carr di regolamentazione delle tv generaliste è: andatevene tutti dalle generaliste.
Ha ragione Colbert. Ma non ha ragione perché è di sinistra, perché dall’altra parte c’è Trump, perché siamo relitti del totalitarismo e di quando i programmi comici alla tele erano un appuntamento per tutti. Ha ragione perché c’è solo un modo d’avere ragione, ed è essere in una posizione di forza.
Stephen Colbert può fare otto minuti di «l’ufficio legale della Cbs mi ha vietato di parlare di Talarico, e quindi ora vi parlo di Talarico» lunedì, e sette minuti di «avrei potuto mandare in onda Talarico qui nel programma, dove non l’avrebbe visto nessuno» martedì, perché che gli possono fare? Licenziarlo? L’hanno già fatto, e la pubblicità fino a maggio ormai l’hanno venduta e quindi devono mandarlo in onda. Non dargli mai più un programma sulla tv generalista? Ma avete presente quanta (poca) gente capace c’è in ogni settore, e quanti (troppissimi) posti da riempire? Non c’è, in questo secolo di scarsi mitomani che millantano sindrome dell’impostore, uno che sia uno che sappia fare il suo lavoro e abbia paura di restare disoccupato.
Martedì, mentre Colbert registrava la sua sfida alla rete che lo manda in onda, a Repubblica erano in assemblea. A fine febbraio scadono i sei mesi di opzione per l’acquisto da parte dei greci, pare che gli avvocati greci abbiano deciso che il pacchetto vale assai meno di quanto vuole John Elkann, pare che Elkann si sia stufato di questa trattativa infinita, e io sogno che alla fine se li compri davvero Per Brevità Maria.
Ma, a parte le mie perversioni oniriche, c’è questo problema di ego per cui il comitato di redazione vuol essere ricevuto da Elkann. È la versione giornalistica di quelli che dicono «mi ha ghostato», convinti che, se avessero potuto fare l’analisi della sconfitta assieme a qualcuno che non vuol più stare con loro, quel qualcuno ci avrebbe ripensato. John Elkann incontra il cdr di Repubblica, viene folgorato dall’intelletto dei giornalisti, e si trasforma in Katharine Graham (mi scuso con il cdr di Repubblica che sto costringendo a cercare la signora Graham su Google).
Poiché l’assemblea dei giornalisti ha sospeso tutte le iniziative speciali (cioè: quelle con cui il giornale guadagna) continuando a garantire solo l’uscita del giornale (cioè: quella con cui il giornale perde), l’agognato incontro con Elkann è stato subordinato al di esse ripristino. Anche perché tra un paio di settimane dovrebbe essercene una di Affari&Finanza che vale un paio di milioncini.
Ma loro, come Fabrizio Corona, trattative non ne fanno. Martedì il direttore, Mario Orfeo, ha quindi detto ai giornalisti riuniti quel che ogni direttore pensa delle assemblee (che non capiscono niente di niente). Orfeo non è Ezio Mauro, che una volta sbottò «Fatevelo voi questo cazzo di giornale», ma insomma ha detto con una certa qual risolutezza che quei soldi servono a loro, mica a Elkann, e che privarsene avrà poi delle conseguenze sul giornale. Addizioni, sottrazioni, quella roba lì.
Il cdr, che capisce quel che il direttore pensa capisca, ha stilato una compunta letterina in cui – con la convinzione che, un po’ come la Cbs, Repubblica valga ancora qualcosa in sé, che ci si possa dare un tono come fosse il 1985, con atteggiamento da aristocratici decaduti che non vogliono rinunciare alle loro abitudini costose – scrive che «inaccettabile è il ricatto sulle ventilate ricadute economiche sul futuro della redazione», e chiunque abbia frequentato aristocratici decaduti capisce questo sdegno: mi state dicendo che per pagare la servitù non posso farmi prestare i soldi dalla servitù?
Scrivono anche che «l’atteggiamento mostrato da Mario Orfeo non è in linea con la storia e la cultura di questo giornale», e qui siamo in pieno presentismo – poiché sono passati più di venti minuti dalle direzioni che invece vi sembravano perfettamente in sintonia col giornale, non vi ricordate più com’erano – ma siamo anche in pieno postgrillismo: le riunioni che non erano in streaming non sono mai avvenute.
So quel che c’era scritto nella letterina teoricamente interna non perché mi sia sbattuta a procurarmi documenti riservati, ma perché essa è stata fatta trapelare dal comitato di redazione convinto d’avere le simpatie dell’opinione pubblica, convinto che l’ego dei giornalisti possa venir scambiato per una questione di diritti dei lavoratori, convinto che Repubblica sia ancora un marchio che incute soggezione intellettuale.
Il mondo è intasato di offerte. Di offerte informative, di offerte d’intrattenimento, di rumore di fondo. Non esistono più le istituzioni di cui ci si fida perché hanno una lunga tradizione di – inserite qui le qualità di cui volete percepirvi portatori. Esiste solo chi ha una voce abbastanza riconoscibile da spiccare nel rumore di fondo.
Nel 2026, Repubblica deve fare il cinema di seconda visione ripubblicando i pezzi che Baricco ha scritto per Substack o che Massini ha scritto per un free press, perché nel 2026 chi è un marchio riconoscibile i suoi pezzi non ha bisogno di darli a Repubblica, esattamente come Colbert non ha bisogno della Cbs.
Nel 2026, amici del cdr, è tutto finito, e fingere che siano ancora gli anni in cui quel giornale correvamo a comprarlo non aiuta. Aiuta ancora meno ostinarsi a non rendersi conto che, se quel giornale lo compravamo, non era per voi: era perché c’erano Eco e Arbasino e Pericoli&Pirella e Beniamino Placido e tutta gente che, lavorasse oggi, non avrebbe bisogno di Repubblica.
Che Elkann si prenda meno soldi del previsto dal greco pur di mollare ’sta zavorra o che finisca come l’aristocratica toscana di Sabina Guzzanti – «si voleva dar via, ma poi si tenne» – o che arrivi Per Brevità Maria, è comunque tutto finito.
Francesco Guccini lo diceva cinquantasei anni fa, che «il tempo andato non ritornerà», e sarebbe sano voi ve ne faceste una ragione, amici del cdr. Non tornerà il tempo di Caracciolo. Non tornerà il tempo dell’egemonia culturale. Non tornerà il tempo dell’autorevolezza, reale o percepita.
È un mondo nuovo, in cui “La zanzara” è più istituzione cui il suo pubblico si affida di quanto lo sia Repubblica, e lo è perché usciti da lì Cruciani e Parenzo un lavoro lo trovano; non sono altrettanto sicura che lo trovi chi fa titoli come «Ferguson e il weekend sexy della figlia», e tuttavia si percepisce Luminare Culturale.
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