Mal’Aria 2025: progressi fragili e ritardi strutturali nella qualità dell’aria italiana

Febbraio 20, 2026 - 00:00
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Mal’Aria 2025: progressi fragili e ritardi strutturali nella qualità dell’aria italiana

Il rapporto Mal’Aria 2025 di Legambiente fotografa un lieve miglioramento per le polveri sottili, ma ancora distante dagli obiettivi europei al 2030. Permangono criticità strutturali nei capoluoghi italiani, con un’esposizione diffusa a Pm10, Pm2.5 e biossido di azoto superiore ai futuri standard di sicurezza

Nel dibattito pubblico sulla qualità dell’aria urbana, i dati più recenti offrono un segnale incoraggiante, ma non ancora risolutivo. Il rapporto Mal’Aria 2025 di Legambiente evidenzia una riduzione del numero di capoluoghi che hanno superato il limite giornaliero di Pm10: 13 città oltre la soglia dei 50 microgrammi per metro cubo per più di 35 giorni annui, contro le 25 del 2024, le 18 del 2023 e le 29 del 2022.

Il dato rappresenta una delle performance più positive dell’ultimo quadriennio. Tuttavia, la lettura integrale del rapporto restituisce un quadro meno rassicurante se rapportato ai nuovi standard europei che entreranno in vigore nel 2030.

L’apparente inversione di tendenza, infatti, non modifica ancora la vulnerabilità sistemica del sistema urbano italiano.

Pm10: meno sforamenti, ma criticità diffuse

La riduzione degli sforamenti del limite giornaliero di Pm10 costituisce il dato più immediato e comunicabile. Alcuni capoluoghi hanno registrato un calo significativo dei giorni critici, anche grazie a condizioni meteorologiche più favorevoli rispetto agli anni precedenti e a misure emergenziali temporanee.

Tuttavia, la distribuzione geografica delle criticità continua a evidenziare una concentrazione nelle aree metropolitane e nella Pianura Padana, dove la conformazione orografica e la densità emissiva aggravano la stagnazione degli inquinanti.

La classifica 2025 assegna la maglia nera a Palermo, seguita da Milano e Napoli, a conferma di una criticità che non riguarda più soltanto il Nord industriale ma interessa anche grandi contesti urbani del Mezzogiorno.

Il rapporto sottolinea come il rispetto formale del limite dei 35 giorni non equivalga a una reale messa in sicurezza sanitaria, poiché le concentrazioni medie annue restano elevate in numerosi centri urbani.

Il confronto con i nuovi limiti europei al 2030

Il punto più rilevante del dossier riguarda l’analisi prospettica. Con l’entrata in vigore della nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria, i valori soglia saranno significativamente più stringenti. Applicando già oggi quei parametri ai dati 2025, emergerebbe un quadro allarmante:

  • il 53% delle città risulterebbe fuori norma per il Pm10
  • il 73% per il Pm2.5
  • il 38% per il biossido di azoto (NO2)

Questi numeri evidenziano come il miglioramento registrato nel 2025 non sia sufficiente a garantire l’allineamento con gli standard futuri. La distanza dagli obiettivi comunitari suggerisce la necessità di interventi strutturali e non più soltanto emergenziali.

Il Pm2.5, in particolare, rappresenta la criticità più insidiosa: particelle di dimensioni inferiori, capaci di penetrare in profondità nel sistema respiratorio, e per le quali la riduzione delle concentrazioni appare più lenta e complessa.

Le cause strutturali: traffico, riscaldamento, attività produttive

Il rapporto individua nei principali settori emissivi le cause persistenti dell’inquinamento urbano. Il traffico veicolare, specie nei grandi centri metropolitani, continua a incidere in modo determinante, nonostante la progressiva diffusione di veicoli a basse emissioni.

Il riscaldamento civile, in particolare quello alimentato a biomasse e combustibili fossili, rappresenta un’altra fonte significativa di polveri sottili. Nei mesi invernali, l’uso intensivo di impianti domestici obsoleti contribuisce a picchi di concentrazione difficilmente contenibili con misure temporanee.

Permane inoltre l’impatto delle attività produttive e logistiche, soprattutto nelle aree a forte densità industriale. La combinazione tra traffico pesante, insediamenti manifatturieri e condizioni climatiche avverse rende strutturale il problema in ampie zone del Paese.

Il dossier richiama poi l’attenzione sulle conseguenze sanitarie dell’esposizione cronica agli inquinanti atmosferici. Le polveri sottili e il biossido di azoto sono associati a patologie respiratorie e cardiovascolari, oltre a un incremento della mortalità prematura.

Il costo sanitario e sociale dell’inquinamento atmosferico resta elevato, incidendo sulla spesa pubblica e sulla produttività. La qualità dell’aria non costituisce soltanto una questione ambientale, ma un tema di pianificazione economica e di sostenibilità del sistema sanitario.

Politiche urbane e strumenti di governance

Legambiente evidenzia come le politiche finora adottate abbiano prodotto risultati disomogenei. Le misure emergenziali – blocchi temporanei del traffico, limitazioni alla circolazione dei veicoli più inquinanti – mostrano un’efficacia limitata nel tempo.

Il rapporto sollecita interventi strutturali: potenziamento del trasporto pubblico locale, elettrificazione delle flotte urbane, efficientamento energetico degli edifici, promozione di comunità energetiche e pianificazione urbana orientata alla riduzione delle emissioni.

In questo scenario, l’innovazione tecnologica rappresenta un fattore abilitante, ma richiede coerenza normativa e investimenti di lungo periodo. L’esperienza degli ultimi anni dimostra che i miglioramenti episodici non sono sufficienti a consolidare una traiettoria stabile di riduzione degli inquinanti.

Il rapporto Mal’Aria 2025 consegna dunque un messaggio duplice. Da un lato, i dati sugli sforamenti del Pm10 mostrano che il miglioramento è possibile, anche in contesti complessi. Dall’altro, l’analisi comparativa con i limiti europei al 2030 rivela una distanza ancora significativa dagli obiettivi di tutela della salute pubblica.

La qualità dell’aria rimane un indicatore chiave della sostenibilità urbana e della capacità di pianificazione industriale e territoriale. La traiettoria futura dipenderà dalla capacità di integrare politiche ambientali, energetiche e di mobilità in un disegno coerente e strutturale, superando la logica dell’emergenza per approdare a una governance stabile e fondata su dati scientifici aggiornati.

Crediti immagine: Depositphotos

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