Il Capodanno, e l’ultima cena del condannato a morte per eccesso di aspettative

È, mentre leggete quest’articolo, probabilmente mattino. Avete, quindi, una decina di ore per decidere. Per trovare una scusa. Per ripensarci. Per farvi venire l’influenza. Non sono qui per dirvi cosa fare, figuriamoci. Sono qui per dirvi: ci avete pensato bene?
Sabato su AirMail c’era un’intervista a Fran Lebowitz, e a un certo punto le chiedevano come si ponesse rispetto alle cene. Lei diceva che non le piace darne a casa sua, ma le piace andare a quelle a casa d’altri. E poi diceva che non torna mai spazientita o annoiata, dalle cene a casa degli altri, perché l’età le ha dato una certa qual capacità di selezionare prima. Fran Lebowitz ha 75 anni.
Farò la cafonata di citare me stessa, tanto il premio per l’eleganza mi sa che anche quest’anno non è mio: «A trent’anni esci con grandi aspettative, poi ti ritrovi in posti in cui si mangia male, locali inutilmente rumorosi, in compagnia di conversatori non all’altezza, e ti chiedi perché non sei rimasta a casa. A cinquanta non vuoi uscire, maledici il momento in cui hai detto sì a quell’invito, mediti di dare per morto qualche parente o almeno il cane pur di sottrarti; poi vai, perché sei una persona civile che mantiene gli impegni, e una volta lì ti rendi conto che negli anni hai imparato a selezionare i cibi, l’acustica dei locali, e soprattutto la compagnia: passi una serata deliziosa e ti chiedi perché mai non volessi venirci. A trent’anni rimpiangi al ritorno, a cinquanta recrimini all’andata».
È tutto vero, ha ragione Fran, ho ragione io, ma non esistono le regole: esistono solo le eccezioni. E capodanno è un’eccezione: è quella sera dell’anno in cui, non importa per quante stagioni tu abbia accuratamente selezionato la compagnia e la conversazione e i gusti, non ti divertirai mai mai mai.
È una specie di ultima cena del condannato a morte, di quelle che hai l’imperativo morale di gustare, e quindi è impossibile che ti piaccia: l’ansia da prestazione renderebbe una schifezza anche il risotto al tartufo (che i cuochi nel braccio della morte non saprebbero comunque preparare).
Capodanno è per quando hai trent’anni e così poco senso del ridicolo da comprare le lenticchie e le mutande rosse, perché le lenticchie portano soldi e le mutande rosse portano sesso, e pazienza se quelle che comprano lenticchie e mutande rosse il 31 dicembre sono assai più di quelle che si ritroveranno plutocrati e pantere da materasso il 3 gennaio, mica ci faremo distrarre dalla statistica, abbiamo trent’anni e siamo determinate a credere che quel che accade a capodanno accade tutto l’anno.
A proposito di capodanno e tutto l’anno, non è che io sia immune all’illusione: da parecchi anni passo la sera del 31 a mettere a posto la cucina. La cucina di casa mia è sempre un troiaio, e io ogni anno m’illudo che cominciare l’anno coi bicchieri tutti puliti funzionerà come incantesimo sul resto dell’anno. Ogni anno, il 5 gennaio non c’è già più neanche un bicchiere pulito, e la cucina resta una schifezza fino al successivo 31 dicembre. Figurarsi se posso credere nelle mutande rosse.
Se ben ricordo i miei trent’anni o i miei quindici (che è la stessa cosa), le mutande dovevano anche essere nuove, il che mi gettava nel panico: nuove nel senso che a mezzanotte meno un minuto devi andare in bagno e mettertele per la prima volta, o che le metti prima di uscire? Ma, se hai indossato un paio di mutande alle otto di sera del 31, esse non saranno mai nuove a mezzanotte, e quindi avrai vanificato tutto e sarai solo una con delle mutande scomode e orrende, perché le mutande rosse che trovi nei negozi il 31 dicembre non sono mai mutandoni comodi, sempre perizomi con intarsi dorati che neanche a Las Vegas.
Quando invecchi abbastanza da saperti organizzare per tempo, quando saresti abbastanza adulta e con fornitori di fiducia da far arrivare per tempo delle mutande rosse di Skims che dopo averle messe a capodanno non dovrai buttare perché saranno abbastanza comode e carucce da non farti venir voglia di dar loro fuoco, a quel punto non te ne farai niente, del tuo bagaglio di competenze in acquisto di mutande: da vegliarda non crederai più alle superstizioni e se ci credessi al massimo compreresti le lenticchie, ché francamente l’idea di essere permanentemente desiderata – da uomini che hanno preso il Cialis 20, perché col 5 non gli si alza neanche se si trovano davanti la giovane Bardot – è, a una certa età, più un incubo che un desiderio.
Quindi, lo dico a te che hai dieci ore davanti: siamo proprio sicuri? Di voler stare svegli per forza fin oltre mezzanotte anche se ci viene sonno. Di voler urlare conti alla rovescia di secondi che mancano alla convenzione della mezzanotte come credessimo nei simboli. Di voler bere champagne che non è quello scelto da noi e fingere sia il nostro preferito (nei casi migliori; nei peggiori: prosecco fingendo di trovarlo indistinguibile dallo champagne). Di voler ostentare disprezzo per l’anno finito, che è sempre il peggiore di quelli possibili, e mai ci viene un dubbio che questa manfrina si faccia tutti gli anni e gli anni non possano tecnicamente essere tutti i peggiori possibili.
Siamo proprio sicuri che ne valga la pena, il cotechino, il baccalà, e quelle conversazioni piene di liste del meglio, forse è il contagio del riepilogo di fine anno di Spotify, è un’epidemia di tassonomie, persino WeTransfer mi ha mandato un riepilogo dell’anno, pensa ci tenga a sapere che ho inviato file per un ammontare di memoria per contenere la quale ci sarebbero voluti quindicimila floppy disk – e chissà quanti gettoni telefonici.
Il mio stile di trasferimento, dice WeTransfer, è «comunicatore caloroso». Chissà cosa diamine significa. Chissà se c’è qualcuno cui scrivono «sei un misantropo di merda che non organizza una cena di capodanno neanche sotto minaccia armata».
Mi dispiace avervi fin qui trascurati, amici che se accampano l’influenza non è per non mettersi le mutande rosse e andare a ostentare allegria e speranze per il futuro a casa di gente che serve il prosecco. Mi dispiace non avervi consolato quanto avrei dovuto, amici che hanno fatto l’errore di organizzare la cena di capodanno a casa loro, cascando nella menzogna di WeTransfer e percependosi per un attimo davvero comunicatori calorosi.
È che il vostro caso è così tragico che proprio non so cosa dire, un po’ come certe telefonate di condoglianze per lutti più tragici di altri. Se siete abbastanza di carattere, amici che in un attimo di distrazione avete invitato gente ad attendere la mezzanotte sui vostri divani, posso solo suggerirvi di emulare Dino Risi e, a mezzanotte e un minuto, dire in tono risoluto: se fossi a casa vostra, adesso andrei a casa mia.
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